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“Con lo Stato palestinese premiano Hamas”. Israele sempre più isolato valuta di annettere Gaza

(afp)

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Netanyahu: “Accordarsi con i terroristi è un fallimento”. Missile degli Houthi lanciato verso Tel Aviv
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TEL AVIV – Non ci sarà uno “Stato jihadista” alle porte di Israele. È sera quando Benjamin Netanyahu risponde al premier britannico Starmer che ha appena annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese. Un missile lanciato dagli Houthi yemeniti in direzione dell’aeroporto di Tel Aviv spinge gli israeliani di nuovo nei rifugi, ma ormai è cosa che non fa più notizia. «Starmer premia il mostruoso terrorismo di Hamas e ne punisce le vittime. Uno Stato jihadista al confine con Israele oggi minaccerà la Gran Bretagna domani. L’appeasement nei confronti dei terroristi jihadisti fallisce sempre. Fallirà anche per voi. Non accadrà», dice il premier israeliano, facendo eco a quello che dalla mattina va ripetendo il suo ministro degli esteri, furioso con gli olandesi che hanno dichiarato Smotrich e Ben Gvir persona non grata: «Non importa quanta pressione venga esercitata, uno stato terrorista palestinese noj ci sarà». Gli israeliani incassano il sostegno di Trump, che definisce la scelta d…

TEL AVIV – Non ci sarà uno “Stato jihadista” alle porte di Israele. È sera quando Benjamin Netanyahu risponde al premier britannico Starmer che ha appena annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese. Un missile lanciato dagli Houthi yemeniti in direzione dell’aeroporto di Tel Aviv spinge gli israeliani di nuovo nei rifugi, ma ormai è cosa che non fa più notizia. «Starmer premia il mostruoso terrorismo di Hamas e ne punisce le vittime. Uno Stato jihadista al confine con Israele oggi minaccerà la Gran Bretagna domani. L’appeasement nei confronti dei terroristi jihadisti fallisce sempre. Fallirà anche per voi. Non accadrà», dice il premier israeliano, facendo eco a quello che dalla mattina va ripetendo il suo ministro degli esteri, furioso con gli olandesi che hanno dichiarato Smotrich e Ben Gvir persona non grata: «Non importa quanta pressione venga esercitata, uno stato terrorista palestinese noj ci sarà». Gli israeliani incassano il sostegno di Trump, che definisce la scelta di Londra una «ricompensa per Hamas», e allentano così la tensione degli ultimi giorni che aveva visto il presidente Usa smentire Netanyahu sulla fame a Gaza.

Ma nel vicolo cieco di una guerra da cui non sa come uscire, Israele si ritrova più isolato, e alla pressione internazionale reagisce con più radicalità. Starmer e Macron hanno indicato la luna: il nodo è lo stato di Palestina. E dunque per capire la reazione del governo Netanyahu bisogna tornare a cinque giorni fa, quando il Parlamento israeliano ha approvato una mozione che dà il via libera all’annessione della Cisgiordania. Una mozione non vincolante, certo, ma indicativa di una traiettoria che l’ultradestra al potere vorrebbe segnata: sottrarre più terra possibile ai palestinesi, rendendo così irrealizzabile uno stato di Palestina. I media israeliani rivelano che il governo Netanyahu starebbe valutando l’ipotesi di un’occupazione militare completa della Striscia, che deve restare sotto il controllo dell’Idf, come ha esplicitato il ministro della Difesa Katz, insieme a piani per un assedio persino più stringente di quello a cui è già sottoposta Gaza.


Un progetto che consentirebbe al premier di mettere in sicurezza il suo fragile governo, assecondando le richieste di Smotrich e Ben Gvir, e di fare pressioni su Hamas perché accetti la tregua temporanea. «Siamo più vicini che mai alla ricostruzione di Gush Katif», esultava ieri il ministro delle Finanze evocando gli insediamenti nel sud della Striscia da cui i coloni dovettero ritirarsi nel 2005. «Gaza è una parte inseparabile di Israele. Non voglio tornare a Gush Katif, è troppo piccola, troppo affollata, deve essere molto più grande, molto più ampia». Hamas, nel frattempo, tace. I suoi loquaci dirigenti a Doha hanno smesso di rilasciare interviste come quelle che nei mesi scorsi hanno suscitato indignazione internazionale perché giustificavano il 7 ottobre e anzi lo rivendicavano come atto necessario alla causa palestinese. Il gruppo islamista, che a Gaza tiene ancora prigionieri circa 20 ostaggi israeliani vivi, spera di non dover essere costretto a un accordo di tregua temporanea che non vuole, perché non chiude la guerra, e se anche la chiudesse imporrebbe ai suoi comandi l’esilio e il disarmo.

Ieri, poco notato dai media e dall’opinione pubblica, è successo un fatto inedito alla conferenza sui due stati coordinata dai francesi: Egitto, Qatar, Arabia Saudita hanno firmato insieme ad altri 17 paesi la dichiarazione che invoca la fine del conflitto e dell’assedio umanitario a Gaza, ma per la prima volta chiede anche apertamente ad Hamas di consegnare le armi all’autorità palestinese, di rinunciare per sempre alle sue ambizioni di governo sui palestinesi e di lasciare la Striscia.

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