TAYBEH (CISGIORDANIA) – Sono arrivati di notte, i coloni, mentre dormivano tutti. «Lo fanno sempre, il buio aiuta i codardi», si agita Saed mentre saliamo sulla collina di Taybeh, l’ultimo villaggio a maggioranza cristiana della Cisgiordania, a dieci di minuti di macchina da Ramallah. Sulla carta, perché per raggiungere la Muqata’a, il palazzo del governo palestinese, ci possono volere anche due ore, in un percorso a ostacoli tra i posti di blocco dell’esercito israeliano.
Negli ultimi mesi qui sono venuti tutti, il cardinale Pizzaballa, i leader delle chiese di Gerusalemme, l’ambasciatore americano Huckabee, si sono mossi il Congresso e la Casa Bianca. Non è cambiato nulla. I fanatici israeliani che vivono negli insediamenti illegali a un tiro di schioppo dalle case e dagli ulivi dei palestinesi continuano ad attaccare Taybeh e i villaggi circostanti, bruciano le auto, le case, a volte uccidono, come è successo a Masafer Yatta, restando impuniti. Vogliono la terra. Nemmeno due s…
TAYBEH (CISGIORDANIA) – Sono arrivati di notte, i coloni, mentre dormivano tutti. «Lo fanno sempre, il buio aiuta i codardi», si agita Saed mentre saliamo sulla collina di Taybeh, l’ultimo villaggio a maggioranza cristiana della Cisgiordania, a dieci di minuti di macchina da Ramallah. Sulla carta, perché per raggiungere la Muqata’a, il palazzo del governo palestinese, ci possono volere anche due ore, in un percorso a ostacoli tra i posti di blocco dell’esercito israeliano.
Negli ultimi mesi qui sono venuti tutti, il cardinale Pizzaballa, i leader delle chiese di Gerusalemme, l’ambasciatore americano Huckabee, si sono mossi il Congresso e la Casa Bianca. Non è cambiato nulla. I fanatici israeliani che vivono negli insediamenti illegali a un tiro di schioppo dalle case e dagli ulivi dei palestinesi continuano ad attaccare Taybeh e i villaggi circostanti, bruciano le auto, le case, a volte uccidono, come è successo a Masafer Yatta, restando impuniti. Vogliono la terra. Nemmeno due settimane fa, hanno dato fuoco alla sterpaglia davanti alle rovine della bellissima chiesa di San Giorgio, tesoro d’età bizantina, che è attaccata al cimitero, e per poco non incendiavano anche quello. Lunedì notte Jeries, per fortuna, si è svegliato. «Sono andato alla finestra e ho visto la mia auto in fiamme e i coloni lanciavano qualcosa verso la casa, mio figlio piccolo era terrorizzato». Tutti sanno che non è finita qui.
Padre Bashar, il parroco di Taybeh, ha un gran sorriso e tempra dura. «Ci attaccano non perché siamo cristiani, ma perché siamo palestinesi radicati nella nostra terra, musulmani e cristiani, e abbiamo deciso di rimanere qui», ci dice mentre si prepara a incontrare i dirigenti dell’Anp. L’attenzione internazionale ha risvegliato pure quelli di Ramallah, ma la verità è che non possono nulla, ammette il sindaco Suleiman Khouria, vestito di tutto punto per andare all’appuntamento con le autorità. «L’altra notte abbiamo chiamato la polizia dell’Anp ma dicono che non possono intervenire». I coloni sono spalleggiati dall’esercito israeliano e gli accordi di Oslo legano le mani ai funzionari di Abu Mazen, questa almeno è la giustificazione. Al sindaco, che è un agricoltore, gli estremisti hanno rubato pure gli ulivi, racconta nel suo ufficio davanti alla foto di Yasser Arafat.
«Hanno sradicato le piante più giovani, le avevo piantate da poco, e se le sono portate negli insediamenti. Hanno preso anche il serbatoio dell’acqua». È un guaio per un villaggio di 1200 anime dove molti vivono grazie alla coltivazione degli ulivi. Nessuno ora va nei campi, per paura dei coloni. Almeno 10 famiglie se ne sono andate da Taybeh, che su 1.200 abitanti è una percentuale alta. Il patriarcato latino e le chiese lanciano l’allarme: l’ultimo villaggio cristiano della Cisgiordania rischia di scomparire. Padre Busher e la sua chiesa lotta contro l’emigrazione: facendo scuola a oltre 400 ragazzini, la maggior parte musulmani dai villaggi vicini, con la radio, con l’artigianato.
«Nemmeno durante la seconda intifada, abbiamo subito quello che succede ora. Si vuole occupare più terra. Alla Knesset hanno approvato l’annessione della Cisgiordania..». È la prima cosa che ti dicono anche a Silwad, a una decina di chilometri, da Taybeh il villaggio dov’è nato Khaled Meshal, l’ex capo politico di Hamas, e dove hanno girato molte scene della serie tv israeliana Fauda. «L’occupazione si sta estendendo».
Giovedì notte i coloni hanno seminato il panico arrivando fin nel centro del paese, a casa di Nur Hamed. Dormiva, ha sentito puzza di bruciato e si è precipitato fuori. Nella palazzina a due piani ora tutta annerita con le auto carbonizzate in garage, c’erano 11 persone, 4 bambini. Si sono salvati per un pelo. Nur, che ha 30 anni e fa l’operaio, dice che vorrebbe «solo vivere in pace» e invece è una sequenza di dolori. Nel 2008, suo fratello Mohamed Hamed, fu ucciso da un soldato a un posto di blocco israeliano: «Dissero che voleva lanciargli le pietre, aveva 18 anni».
Ma non prova odio, non vuole vendette. Ha invece un sogno: «Ora che la Palestina è riconosciuta forse potrò andare in Francia o a Londra con il mio passaporto, lo vorrei tanto, non sono mai uscito dalla Cisgiordania». Le notizie che arrivano dalle capitali europee vengono accolte con speranza ma anche disillusione. La terra di Palestina è già smembrata dagli insediamenti illegali, 500mila coloni vivono tra le case dei palestinesi, «cittadini di serie B, C..», dice Muna, 27 anni, l’hijab, lo sguardo fiero, un inglese impeccabile. Nell’attacco di giovedì a Silwad è morto suo zio, Khamis Abdel-Latif Ayad, 40 anni, padre di 5 figli. L’Anp dice «asfissia». Era cittadino palestinese e americano, e tutti pensano che se mai qualcuno si accorgerà della sua morte è solo per questo: il passaporto Usa. Dice Muna: «Qui si muore nel silenzio. Ne hanno ucciso uno e adesso avanti il prossimo».