LONDRA – Tra censura militare, divieto di ingresso ai giornalisti nella Striscia, pressioni politiche del governo Netanyahu e autocensura di giornali e reti televisive per il timore di perdere audience e pubblicità, i media israeliani offuscano gran parte delle sofferenze dei civili palestinesi a Gaza: lo afferma un rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism della Oxford University, il più autorevole centro studi europeo sul giornalismo.
Le eccezioni sono Haaretz, storico quotidiano progressista di Tel Aviv, e alcuni siti di news indipendenti, ma in particolare la televisione, principale fonte di notizie, oscura o limita notizie sulle vittime civili e sulla fame. Anche per questo, afferma l’indagine dell’istituto di Oxford, il 64 per cento della popolazione di Israele giudica equilibrata l’informazione fornita dai propri media sulla guerra e non richiede maggiore spazio per le atrocità commesse dall’esercito israeliano. “La maggior parte degli israeliani serve ne…
LONDRA – Tra censura militare, divieto di ingresso ai giornalisti nella Striscia, pressioni politiche del governo Netanyahu e autocensura di giornali e reti televisive per il timore di perdere audience e pubblicità, i media israeliani offuscano gran parte delle sofferenze dei civili palestinesi a Gaza: lo afferma un rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism della Oxford University, il più autorevole centro studi europeo sul giornalismo.
Le eccezioni sono Haaretz, storico quotidiano progressista di Tel Aviv, e alcuni siti di news indipendenti, ma in particolare la televisione, principale fonte di notizie, oscura o limita notizie sulle vittime civili e sulla fame. Anche per questo, afferma l’indagine dell’istituto di Oxford, il 64 per cento della popolazione di Israele giudica equilibrata l’informazione fornita dai propri media sulla guerra e non richiede maggiore spazio per le atrocità commesse dall’esercito israeliano. “La maggior parte degli israeliani serve nell’esercito o nella riserva o ha membri della propria famiglia nelle forze armate”, dice nell’inchiesta Dor Zommer, direttore del magazine israeliano indipendente Hamakom hachi cham ba’gehenom. “Se sentono dire in tivù che quel che i loro padri o mariti stanno facendo a Gaza costituisce crimini di guerra, smetteranno di guardare”.
L’unica guerra senza giornalisti
Il rapporto del Reuters Institute, preparato da Davide Lerner, contribuisce a spiegare come mai, mentre la gran parte del mondo si indigna per quanto sta avvenendo nella Striscia, soltanto una minoranza, sia pure considerevole, dell’opinione pubblica israeliana va a protestare contro la guerra nelle piazze dello Stato ebraico. Vari elementi producono questo risultato. Uno è la censura militare in vigore in Israele sulle notizie riguardanti il conflitto. Un altro è il divieto di ingresso a Gaza per i giornalisti, israeliani o stranieri: ufficialmente motivato con ragioni di sicurezza, ovvero per la protezione degli stessi reporter, ma con la conseguenza che quello di Gaza è l’unico conflitto, dalle due guerre mondiali al Vietnam, dalla guerra in Afghanistan a quella in Iraq, nel quale i cronisti non possono, a proprio rischio e pericolo, fornire una versione su quello che accade, indipendente da quella delle autorità.
Le pressioni del governo
Un terzo elemento sono le pressioni del governo israeliano, osserva il rapporto: per esempio, il primo ministro Netanyahu ha proposto la privatizzazione di Channel 11, una rete radiotelevisiva pubblica, accusandola di essere “un canale di propaganda che danneggia il morale della nazione”. Oren Persico, giornalista israeliano di The Sevent Eye, un sito indipendente di Gerusalemme dedicato a questioni sulla libertà di stampa, dichiara in proposito al Reuters Institute: “Qualunque media israeliano che non si comporta come uno strumento di propaganda filogovernativo viene chiamato un ‘nemico’ o un ‘traditore’ ed è sottoposto a sanzioni, minacce di chiusura o pressioni”.
L’autocensura
E il quarto elemento è l’autocensura: la preoccupazione dei maggiori giornali e delle reti tivù di perdere lettori, ascoltatori e inserzionisti pubblicitari, se si dà enfasi nei notiziari alle immani perdite di donne, bambini e civili palestinesi, al taglio degli aiuti umanitari, ai morti per denutrizione, alle accuse di genocidio e crimini di guerra contro Israele da parte di tribunali internazionali, governi, associazioni per i diritti umani. Le eccezioni, nota il rapporto, sono piccole riviste o siti indipendenti come +972 Magazine, Local Call o Hamakom hachi cham ba’gehenom (che vuol dire “Il girone più caldo all’inferno”, citazione di una frase di Martin Luther King che diceva: “All’inferno il girone più caldo è riservato a coloro che restano neutrali davanti ai grandi conflitti morali del nostro tempo”).
L’eccezione di Haaretz e dei siti indipendenti
E poi c’è Haaretz (“Il Paese”), uno dei più autorevoli quotidiani israeliani, da sempre schierato a favore della pace con il mondo arabo e per la creazione di uno stato palestinese. “I nostri editoriali chiedono costantemente la fine della guerra e facciamo di tutto per riportare la situazione a Gaza, anche quando sono notizie dure da accettare per un uditorio israeliano e per i nostri stessi lettori, o quando il governo cerca di punirci per questo”, dice al Reuters Institute la vicedirettrice Noa Landau. “Continueremo a farlo perché crediamo che i lettori meritino di conoscere la verità”.
Michael Hauser Tov, senior corrispondente politico di Haaretz, dissente dalla tesi di un’autocensura collettiva, sostenendo che anche la maggior parte dei principali media israeliani, a parte la rete televisiva Channel 14, sfida apertamente le tesi ufficiali sulla guerra. Ma concorda che il governo usa il “soft power” per influenzare l’informazione: “In Israele non ci sono leggi specifiche che permettono di chiudere un giornale o di mettere in prigione un giornalista”, afferma Hauser Tov, “ma Netanyahu, come altri leader populisti, cerca di dipingere i giornalisti come nemici del popolo, antipatriottici, che lavorano contro gli interessi nazionali e li attacca ripetutamente”.