DNIPRO – Con le mazze e con i tubi, la gente di Buzke ha detto di non essere d’accordo. Alle due di ieri pomeriggio hanno preso d’assalto i reclutatori a caccia di passanti, ed è finita a bastonate contro pistolettate (caricate solo a pallini, per fortuna, dai militari). Un bel po’ di bendature da entrambe le parti, un’indigestione di polemiche sui social e nei commenti ai resoconti dei giornali. Una novità? Niente affatto: venerdì notte una folla inferocita richiamata dai video delle mogli su tik-tok aveva assediato lo stadio del Lokomotyv a Vinnytsia: c’erano rinchiusi un centinaio di ragazzi accalappiati tra la folla e convinti con le cattive a rinforzare le lacune al fronte. Ma non è solo la mobilitazione dei renitenti alla leva a far inferocire gli ucraini facendoli scendere in piazza. Per più di tre anni hanno sopportato qualsiasi decisione del potere nel nome di un’indispensabile unità di fronte all’invasore: ora non più.
Venerdì sera, quando il presidente Zelensky è andat…
DNIPRO – Con le mazze e con i tubi, la gente di Buzke ha detto di non essere d’accordo. Alle due di ieri pomeriggio hanno preso d’assalto i reclutatori a caccia di passanti, ed è finita a bastonate contro pistolettate (caricate solo a pallini, per fortuna, dai militari). Un bel po’ di bendature da entrambe le parti, un’indigestione di polemiche sui social e nei commenti ai resoconti dei giornali. Una novità? Niente affatto: venerdì notte una folla inferocita richiamata dai video delle mogli su tik-tok aveva assediato lo stadio del Lokomotyv a Vinnytsia: c’erano rinchiusi un centinaio di ragazzi accalappiati tra la folla e convinti con le cattive a rinforzare le lacune al fronte. Ma non è solo la mobilitazione dei renitenti alla leva a far inferocire gli ucraini facendoli scendere in piazza. Per più di tre anni hanno sopportato qualsiasi decisione del potere nel nome di un’indispensabile unità di fronte all’invasore: ora non più.
Venerdì sera, quando il presidente Zelensky è andato a porgere un mazzo di fiori davanti al palazzo popolare di Kiev in cui le ruspe avevano recuperato i 31 cadaveri degli uccisi da un Iskander russo, ad aspettarlo insieme ai giornalisti c’erano i vicini di casa dei morti. «Come possiamo aiutare?», domanda il presidente con lo sguardo dolente. «Fai finire questa guerra il più velocemente possibile», lo affronta una donna. «Non abbiamo più la forza di sopportarlo, capisci? Non riusciamo a dormire, i nostri figli sono nascosti da qualche parte nei villaggi, non ce la facciamo più». «La faremo finire», promette Zelensky, ma lei insiste: «Fermala a qualsiasi condizione. Fai qualcosa!».
Un dialogo simile, fino a pochi mesi fa sarebbe stato semplicemente impossibile. Con i russi in casa, il dissenso non è tollerato. Da tre anni esiste un unico canale di informazione televisiva a reti unificate. Oppositori come il deputato Oleksandr Dubinskyi o l’ex consiglierie di Zelensky, Oleksij Arestovych, sono rispettivamente in carcere e in esilio; dissidenti come il blogger cileno-americano Gonzalo Lira sono morti in cella dopo essere stati arrestati dai Servizi. Il clima, con la democrazia limitata dalla legge marziale, è tale che quando abbiamo intervistato una deputata di primo piano vicinissima alla presidenza, ci ha dato appuntamento in un pub con una musica assordante: «Così non ci sente nessuno». Precauzione non isolata: un eminente economista ci pregò di non citare i critici: «Mi farebbero sparire, e non troverei nessuno a difendermi».
Ma il vento sta cambiando. Da Kiev a Leopoli, da Odessa a Dnipro, migliaia di ucraini sono scesi in piazza per difendere la democrazia e costringere la presidenza a ritirare la legge salva corrotti: la «protesta dei cartoni», che ha costretto Zelensky a fare marcia indietro, è la prima rivolta popolare dopo il tentativo che fecero le donne di riportare a casa i mariti, al fronte senza congedi.
E inedito è anche un assalto come quello dello stadio del Lokomotyv a Vinnytsia. In lacrime, mamma e moglie di un ragazzo di 27 anni acchiappato «su un ponte alle 7 di mattino mentre andava a lavorare» ci raccontano come è nato l’assedio allo stadio. È sabato pomeriggio e sono davanti alla stazione di polizia di Vinnitsya per una nuova protesta, stavolta pacifica: «Chiedevamo solo di vederlo e dargli vestiti e cibo e spazzolino, cose così. Ci hanno detto no con arroganza, ma qualcuna ha fatto una diretta tik-tok e ha cominciato ad arrivare gente». I ragazzi hanno sfondato il lucchetto sul cancello, ci sono stati scontri e sono arrivate «26 auto della polizia». È andata avanti fino alle 4 e mezza di mattina, quando sono riusciti a portarli via su un pullman. Non lo hanno più sentito, e temono addirittura per la sua vita: «Mi hanno urlato che lo avrebbero spedito dritto in prima linea. Gli hanno tolto il cellulare — racconta la moglie, Katia — e un commilitone che era sul bus con lui ci ha detto che lo hanno fatto scendere senza niente sul ciglio di una foresta. Ho paura me lo abbiano ucciso». Paura non isolata: sono molte le denunce e i casi sospetti.
Nel palazzo davanti allo stadio protesta anche Olena, 38 anni: «Ora siamo noi i terrorizzati: i russi attaccano continuamente i centri di reclutamento, ora che si sa dello stadio siamo in pericolo. Perché non li fanno fuori città, lontani dalle case?».