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Nusseibeh: “La priorità è fermare ora la guerra. Torneremo a convivere”

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Secondo l’intellettuale palestinese “bisogna isolare gli estremismi” per poter voltare pagina. Ma prima è urgente la tregua
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GERUSALEMME – Ci vuole coraggio per guardare al futuro se la tua terra è smembrata, il popolo ridotto alla fame, la tua città violata. Ma Sari Nusseibeh non ha mai smesso di pensare a come costruire la pace. Tra i protagonisti degli accordi di Oslo, è stato a lungo presidente dell’università Al Quds, ed è considerato uno degli intellettuali palestinesi più influenti . «Bisogna fermare la guerra a Gaza adesso e isolare i leader estremisti dal resto della società israeliana. Ci vorrà tempo per tornare a fidarci gli uni degli altri, ma non abbiamo alternative alla convivenza», ragiona mentre non lontano da casa sua, a Gerusalemme il ministro Ben - Gvir marcia con i coloni sulla spianata delle Moschee, l’ennesima provocazione violenta dell’ultradestra israeliana.

Cosa vuole dimostrare Ben Gvir?

«A lui non importa degli arabi, dei palestinesi, di chiunque altro. È folle. Persone come lui ci dicono che una parte della società israeliana si è radicalizzata, bisogna separare questi lead…

GERUSALEMME – Ci vuole coraggio per guardare al futuro se la tua terra è smembrata, il popolo ridotto alla fame, la tua città violata. Ma Sari Nusseibeh non ha mai smesso di pensare a come costruire la pace. Tra i protagonisti degli accordi di Oslo, è stato a lungo presidente dell’università Al Quds, ed è considerato uno degli intellettuali palestinesi più influenti . «Bisogna fermare la guerra a Gaza adesso e isolare i leader estremisti dal resto della società israeliana. Ci vorrà tempo per tornare a fidarci gli uni degli altri, ma non abbiamo alternative alla convivenza», ragiona mentre non lontano da casa sua, a Gerusalemme il ministro Ben - Gvir marcia con i coloni sulla spianata delle Moschee, l’ennesima provocazione violenta dell’ultradestra israeliana.

Cosa vuole dimostrare Ben Gvir?

«A lui non importa degli arabi, dei palestinesi, di chiunque altro. È folle. Persone come lui ci dicono che una parte della società israeliana si è radicalizzata, bisogna separare questi leader estremisti, isolarli dal resto della popolazione. Le parole di David Grossman, che è arrivato a parlare di genocidio a Gaza, dimostrano che le società possono cambiare. Un numero crescente di israeliani chiede di fermare la guerra».

Che effetto le ha fatto sentire Grossman parlare di genocidio a Gaza?

«So che ha dovuto affrontare molte cose dure dentro di sé e nella società che lo circonda. Probabilmente è stato difficile per lui, anche se sappiamo che è sempre stato dalla parte della pace. Ma la sua è una svolta molto significativa perché ha rotto una barriera psicologica».

Il suo popolo è vittima di genocidio?

«Guardiamo a ciò che sta accadendo, a Gaza e in Cisgiordania: non si può ignorare il fatto che Israele stia cercando di cancellare la popolazione palestinese. Parlare di genocidio è psicologicamente importante per far sì che le persone capiscano la portata dei crimini commessi. Ed è qualcosa con cui Israele non potrà convivere in futuro, né con se stesso né con i suoi vicini. Bisogna porre fine a tutto ciò».

I palestinesi denunciano da tempo la carneficina nella Striscia, inascoltati. Perché?

«Il mondo occidentale tende a credere di più a una società che considera sua simile come quella israeliana rispetto a una società araba che invece immagina arretrata, musulmana, o altro. È una forma di razzismo che ha fatto si che le voci palestinesi non venissero ascoltate o non adeguatamente. Credo che ora l’Occidente abbia iniziato a capirlo».

Dopo tutta questa violenza, è ancora possibile immaginare la pace?

«Ci vorranno tempo, intelligenza e umanità per riuscirci. Ma non c’è alternativa se non quella di vivere insieme, in un sistema che consideri uguali tutti gli esseri umani».

Molti Paesi hanno annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina, aiuterà a far finire la guerra?

«Non ne sono sicuro. La Francia, la Gran Bretagna, l’occidente devono agire adesso per fermare la carneficina a Gaza. Bisogna aprire agli aiuti, al soccorso medico. L’esercito israeliano deve ritirarsi. Bisogna riportare la sicurezza nella Striscia. Per il futuro penso ancora che la soluzione dei due stati sia la più praticabile, ma non può essere una soluzione a due stati qualsiasi, deve fondarsi sul diritto internazionale, non su ciò che Israele ha fatto negli ultimi 30, 40 anni, sull’occupazione».

L’Autorità Nazionale Palestinese che ruolo può avere?

«Nel breve termine, utile e positivo. Nel lungo termine, deve fare molto per riconquistare la fiducia dei palestinesi. Ci deve essere un processo di democratizzazione e non intendo solo le elezioni, ma un dialogo nazionale che coinvolga i cittadini. Non vogliamo una leadership che ci guidi dall’alto».

Un dialogo che includa anche Hamas?

«Prima bisogna arrivare a un accordo nel negoziato tra Israele e Hamas. In futuro, l’Olp, l’Autorità Nazionale Palestinese, discuteranno dello Stato di Palestina con Israele. Non vedo Hamas come un’entità con cui non si possa fare un accordo: i suoi dirigenti stanno dicendo di essere disposti a uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele. C’è bisogno di andare oltre le ideologie per realizzare uno Stato palestinese in coesistenza pacifica con lo stato di Israele. Non un mini-stato o uno Stato militarizzato, ma uno Stato lungo i confini del ’67. Tuttavia finché saremo sotto occupazione, la gente accetterà di rinunciare alla resistenza. Non è naturale né logico. Il primo passo è fermare l’orrore a Gaza, è questa è responsabilità degli alleati di Israele, del mondo occidentale».

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