Rosensaft: “Quello di Gaza non è tecnicamente un genocidio. Ma quel che accade non è meno grave”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK – “A Gaza è in atto una catastrofe umanitaria: la devastazione è assoluta, la sofferenza dei civili terribile, qualcosa a cui non si può sfuggire. Dunque condivido le critiche al governo Netanyahu avanzate da David Grossman nell’intervista col vostro giornale. Ma il mio approccio è diverso. Lui è un incredibile romanziere che può permettersi di usare le parole in una determinata maniera. Io sono un avvocato e professore di diritto convinto che il termine genocidio abbia un senso specifico, non astratto né filosofico. Allo stato attuale, ritengo possibile che siano stati compiuti crimini di guerra e contro l’umanità, altrettanto gravi. Ma non un genocidio”.
Menachem Rosensaft è l’avvocato newyorchese, consigliere generale emerito del World Jewish Congress, tra le maggiori organizzazioni ebraiche nel mondo. Cofondatore della Rete internazionale dei figli degli ebrei sopravvissuti all'Olocausto, insegna alla Cornell University “Antisemitismo nella giurisprudenza". Nel 1988 …
NEW YORK – “A Gaza è in atto una catastrofe umanitaria: la devastazione è assoluta, la sofferenza dei civili terribile, qualcosa a cui non si può sfuggire. Dunque condivido le critiche al governo Netanyahu avanzate da David Grossman nell’intervista col vostro giornale. Ma il mio approccio è diverso. Lui è un incredibile romanziere che può permettersi di usare le parole in una determinata maniera. Io sono un avvocato e professore di diritto convinto che il termine genocidio abbia un senso specifico, non astratto né filosofico. Allo stato attuale, ritengo possibile che siano stati compiuti crimini di guerra e contro l’umanità, altrettanto gravi. Ma non un genocidio”.
Menachem Rosensaft è l’avvocato newyorchese, consigliere generale emerito del World Jewish Congress, tra le maggiori organizzazioni ebraiche nel mondo. Cofondatore della Rete internazionale dei figli degli ebrei sopravvissuti all'Olocausto, insegna alla Cornell University “Antisemitismo nella giurisprudenza". Nel 1988 fu uno dei cinque ebrei americani che incontrò l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, ed è un convinto assertore della soluzione a due Stati. “Sono un ebreo americano sionista. Credo nella visione di Israele come società democratica”, specifica.
A Gaza si continua a morire facendo la fila per il pane…
"Da quando fu adottato nel 1948, il concetto di genocidio richiede l’intento di distruggere la totalità o una parte di un gruppo nazionale, razziale, etnico o religioso. L’intento di questa guerra non è distruggere la popolazione palestinese ma eliminare Hamas, considerata minaccia esistenziale allo stato d’Israele. Se alla fine del conflitto ci saranno ancora palestinesi a Gaza, anche se decimati, non si potrà parlare di genocidio. Ma voglio enfatizzarlo: seppure il termine genocidio non è applicabile, non significa che la tragedia sia minore. Crimini di guerra e contro l’umanità sono altrettanto seri. La differenza di cui dobbiamo tener conto non alleggerisce il fatto che donne e bambini muoiono di fame, gli ospedali sono fuori uso, gli aiuti umanitari non raggiungono i civili. Ma c’è un altro elemento...”.
Quale?
"In un mondo che si schiera sempre più, dimenticando le sfumature della realtà, ormai si è totalmente pro o contro. Dimenticando che quanto succede a Gaza non è esclusivamente responsabilità di Israele. Hamas ha iniziato il conflitto con l’attacco del 7 ottobre. Contrariamente ad altri, io non considero nemmeno quello un atto genocida. Però riconosco che quell’organizzazione ha un’ideologia genocida: il loro obiettivo è l’eliminazione totale della presenza ebraica in Israele”.
Dunque, per lei oggi non si può parlare di genocidio: ma se la popolazione di Gaza fosse effettivamente sterminata o cacciata in toto dalla Striscia, le cose cambierebbero?
"Ma noi possiamo parlare solo della situazione attuale: non conosciamo il futuro. Il 6 ottobre non immaginavamo cosa sarebbe successo il 7. E se Hamas decidesse di sciogliersi e restituire oggi gli ostaggi, la guerra finirebbe in un giorno. C’è una parte della società israeliana, quella cui anche Grossman appartiene, che vuole la fine del conflitto. Ormai migliaia di persone protestano contro il governo Netanyahu. Così come ci sono leader politici che si oppongono alle sue politiche e parlano di pace. Bisogna comprendere le sfumature, senza minimizzare la sofferenza”.
C’è anche una parte di società israeliana arroccata, che sembra non vedere quanto accade a pochi chilometri da casa.
"Dal 7 ottobre, buona parte degli israeliani si sente sotto attacco, pensano che la loro esistenza sia a rischio. Non è una società indifferente, ma traumatizzata. D’altronde lo stesso accade tra i palestinesi: provano antagonismo verso Israele, anche loro guardano solo al proprio dolore. Se Netanyahu continuerà con le sue politiche e Hamas resterà intransigente, la situazione peggiorerà: e potrebbe trascinarsi all’infinito. Serve una leadership nuova da entrambe le parti, disposta sinceramente a confrontarsi e a cercare una via d’uscita. So che è possibile perché prima di Netanyahu abbiamo avuto in quel ruolo Olmert, Barak, Peres, Rabin. Leader disposti a dialogare con i palestinesi e a fare compromessi. Bisogna tornare a quell’approccio col supporto della comunità internazionale: che dovrebbe lavorare a unificare, non soffiare sul fuoco”.
Una soluzione è possibile?
"Serve un cessate il fuoco, il ritorno degli ostaggi e l’ingresso di aiuti umanitari. Insieme a una strategia a lungo termine, cui purtroppo il governo Netanyahu non lavora. E dev’essere necessariamente quella dei due Stati. Senza dare ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania la loro piena autodeterminazione, non si pone fine al conflitto più ampio. Non sono ottimista, ma so che non ci si può arrendere. Non possiamo rinunciamo alle nostra responsabilità verso i vivi”.
Qual è la posizione degli ebrei americani rispetto alla guerra di Gaza?
“Non è più monolitica come un tempo, ma ricca di sfumature. C’è chi scende in piazza per la Palestina. E chi sostiene Israele al 100 per cento. In mezzo, tanti che credono nel diritto di Israele a esistere, ma sono profondamente turbati dal conflitto e ne vogliono la fine. Indignati dalle parole oltraggiose di Hamas sugli ostaggi e allo stesso modo da quelle di certi ministri israeliani che parlano di ‘città umanitarie’, eufemismo per un nuovo tipo di campo di concentramento. Questo mondo ebraico deve prevalere: non lasciamo la parola solo agli estremisti di entrambe le parti, ma diamola a chi ha soluzioni”.
C’è dibattito fra ebrei israeliani e americani?
"Noi qui possiamo sperare in un cambio di governo alle prossime elezioni, ricordando che è inaccettabile negare cibo e medicine ai civili. Ma non abbiamo il diritto di dir loro cosa fare perché non viviamo la stessa realtà. Abbiamo semmai il problema dell’aumento dell’antisemitismo: verso persone che non hanno niente a che fare col conflitto, solo perché indossano la kippah o hanno la stella di David al collo. In quanto popolo, insomma, non in quanto potenziali sostenitori del governo Netanyahu. Anche quello è qualcosa che porta rabbia e odio reciproco. Se non si trova una soluzione, anche la divisione determinata dall’antisemitismo si aggraverà”.
Diverse associazioni ebraiche americane si stanno rivolgendo a Trump chiedendogli di agire.
"Trump è colui che più d’ogni altro oggi può influenzare Netanyahu. Inizia a riconoscere l’enormità della sofferenza in quella terra martoriata. Ha già contraddetto pubblicamente Netanyahu sulla fame a Gaza: il suo coinvolgimento è una possibilità da non lasciare intentata”.