Droni e fortezze nei quartieri della Striscia: ecco come Israele controllerà il territorio di Gaza
di Gianluca Di FeoE’ difficile tradurre le parole espresse dal premier Netanyahu in un modello operativo, perché non c’è mai stata l’occupazione militare di un territorio vasto, popolato e ostile come l’attuale Striscia di Gaza. Che non è più quella - pur di difficilissima gestione sul piano della sicurezza - che Israele ha occupato dal 1967 al 2005, prima che Ariel Sharon decidesse di ritirarsi. Non a caso il primo ministro ha messo le mani avanti rispetto alle obiezioni dei suoi generali, minacciando di cacciarli. Le resistenze nello Stato maggiore alla prosecuzione della campagna contro Hamas sono sempre più forti, mentre il governo adesso dichiara di volere imporre un’occupazione che evidentemente si intende realizzare in forma stabile, visto che i soldati già controllano il territorio palestinese in maniera tecnicamente chiamata “dinamica”.
La risposta alle stragi jihadiste del 7 ottobre 2023 è stata un assedio portato avanti con ogni strumento d’attacco: bombardamenti aerei, artiglieria, ass…
E’ difficile tradurre le parole espresse dal premier Netanyahu in un modello operativo, perché non c’è mai stata l’occupazione militare di un territorio vasto, popolato e ostile come l’attuale Striscia di Gaza. Che non è più quella - pur di difficilissima gestione sul piano della sicurezza - che Israele ha occupato dal 1967 al 2005, prima che Ariel Sharon decidesse di ritirarsi. Non a caso il primo ministro ha messo le mani avanti rispetto alle obiezioni dei suoi generali, minacciando di cacciarli. Le resistenze nello Stato maggiore alla prosecuzione della campagna contro Hamas sono sempre più forti, mentre il governo adesso dichiara di volere imporre un’occupazione che evidentemente si intende realizzare in forma stabile, visto che i soldati già controllano il territorio palestinese in maniera tecnicamente chiamata “dinamica”.
La risposta alle stragi jihadiste del 7 ottobre 2023 è stata un assedio portato avanti con ogni strumento d’attacco: bombardamenti aerei, artiglieria, assalti di tank e incursioni di forze speciali, tutti condotti tra le case con un numero inaccettabile di vittime civili e gli abitanti costretti a vivere in condizioni disperate per l’assenza di cibo, di acqua, di corrente, di assistenza medica. Pochi analisti riescono a considerare questa operazione, motivata ora dalla caccia ai superstiti terroristi di Hamas che tengono ancora ostaggi israeliani prigionieri nei loro cunicoli, come un’attività militare: c’è stato un volume di fuoco terrificante, senza nessun rispetto delle leggi internazionali che impongono una proporzionalità nell’impiego della forza.
In queste condizioni, cosa può significare l’occupazione militare di Gaza? Si tratta di strutturare una presenza permanente delle truppe israeliane dentro la Striscia, secondo schemi che si teme possano essere brutali. Nelle rarissime discussioni accademiche tra ex generali si è ipotizzata un’evoluzione delle tattiche elaborate negli anni Ottanta durante il dominio del Libano meridionale, innovate alla luce dell’esperienza americana in Iraq nel presidio dei centri abitati del “Triangolo sunnita” dove si annidavano le brigate qaediste. In concreto, lo scenario prevederebbe una nuova urbanistica - quella che un collettivo di critici israeliani chiama proprio “l’architettura dell’occupazione” - in funzione del controllo urbano da parte delle Israeli Defence Forces. Si tratterebbe di costruire vere fortezze all’interno dei quartieri, spazzando via gli edifici circostanti per difenderle da kamikaze e avere una “zona di rispetto” per contenere le manifestazioni popolari. Queste basi avanzate verrebbero collegate da strade amplissime, tracciate abbattendo palazzi e macerie. Le guarnigioni ospitate nei capisaldi dovrebbero occuparsi del compito più difficile: pattugliare i quartieri, intervenendo con raid contro i focolai di rinascita di Hamas.
Tutti però sono convinti che i protagonisti dell’occupazione non saranno i soldati ma i droni: macchine combattenti teleguidate in cielo, in terra e in mare. Quadricotteri, cingolati, motovedette senza equipaggio che spiano qualsiasi movimento raccogliendo masse enormi di dati, analizzate dall’intelligenza artificiale per decidere chi è un terrorista ed emanare sentenze di morte, spesso eseguite dagli stessi robot. Una rete angosciante di sensori hi tech, algoritmi che imparano da soli a riconoscere gli obiettivi e automi con licenza d’uccidere: strumenti che Israele produce già da tempo e che possono trasformare definitivamente Gaza in una “kill zone”, un disumano campo di morte senza speranza.