NEW YORK - Il passato dell’America suprematista riapparirà sotto forma di bronzo. Una controversa statua confederale rimossa cinque anni fa, e che si trovava a meno di due chilometri dalla Casa Bianca, tornerà al suo posto a ottobre. Il National Park Service, l’agenzia federale che si occupa di parchi e luoghi storici, ha annunciato che rimetterà la statua di Albert Pike, un generale confederato, nel posto da cui era stata rimossa, Judiciary Square, dopo le proteste antirazziali scoppiate nel giugno del 2020 per la morte dell’afroamericano George Floyd.
In un video ancora in circolazione su YouTube si vedono i manifestanti buttare giù la statua, alta sette metri, in bronzo, usando cavi e corde, e poi prenderla a calci e picconate. La decisione, ha aggiunto l’agenzia, che potrebbe innescare un effetto dominio in tutta l’America e riportare alla luce decine di statue rimosse cinque anni fa, è in linea con gli ordini esecutivi firmati dal presidente Donald Trump che ha chiesto di “proteg…
NEW YORK - Il passato dell’America suprematista riapparirà sotto forma di bronzo. Una controversa statua confederale rimossa cinque anni fa, e che si trovava a meno di due chilometri dalla Casa Bianca, tornerà al suo posto a ottobre. Il National Park Service, l’agenzia federale che si occupa di parchi e luoghi storici, ha annunciato che rimetterà la statua di Albert Pike, un generale confederato, nel posto da cui era stata rimossa, Judiciary Square, dopo le proteste antirazziali scoppiate nel giugno del 2020 per la morte dell’afroamericano George Floyd.
In un video ancora in circolazione su YouTube si vedono i manifestanti buttare giù la statua, alta sette metri, in bronzo, usando cavi e corde, e poi prenderla a calci e picconate. La decisione, ha aggiunto l’agenzia, che potrebbe innescare un effetto dominio in tutta l’America e riportare alla luce decine di statue rimosse cinque anni fa, è in linea con gli ordini esecutivi firmati dal presidente Donald Trump che ha chiesto di “proteggere i monumenti pubblici e presentare una piena e accurata rappresentazione del passato americano”. Dopo la rimozione, il National Park Service aveva messo la statua nel suo magazzino per sottoporla a restauro. Il lavoro dei tecnici è quasi ultimato, così Pike sarà pronto a tornare sul suo piedistallo.
Ma quella di Pike, secondo i critici, non è memoria storica, ma revisionismo opportunista. Il generale non è stata una figura neutra della storia, ma un simbolo preciso del suprematismo bianco dell’Ottocento. Cinque anni fa il monumento pagò il clima di contestazione che aveva attraversato tutto il Paese e che era scoppiato dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, ucciso a Minneapolis dall’agente di polizia Derek Chauvin. In nome del movimento Blake Lives Matter, gli attivisti lanciarono una crociata per buttare giù tutte le statue che celebravano personaggi compromessi con il passato razzista degli Stati Uniti. Quello di Pike era l’unico monumento a Washington dedicato a un generale confederato. La statua, già contestata allora da veterani, era stata messa nel 1901, dieci anni dopo la scomparsa di questo militare sudista protagonista della Guerra civile americana.
Nato a Boston nel 1809, Pike emigrò in Arkansas dove divenne avvocato e giornalista. Autore politico, scriveva anche poesie. Durante la Guerra civile, tra il 1861 e il 1865, si schierò con gli Stati confederati in difesa dello schiavismo. Le sue truppe vennero accusate di crimini di guerra durante la battaglia di Pea Ridge e Pike costretto a dimettersi. Di recente era stato accusato di aver difeso ideologie razziste e schiaviste, di aver fatto parte del Ku-Klux-Klan, oltre al suo legame con la massoria.
Il suo nome finì in una delle teorie complottiste come quella sul presunto piano segreto per il dominio globale. Secondo i cospirazionisti, Pike avrebbe scritto nel 1871 una lettera profetica diretta a Giuseppe Mazzini, in cui avrebbe descritto tre guerre mondiali necessarie per portare a compimento un “nuovo ordine mondiale”. La terza verrebbe scatenata tra islamici e sionisti. L’esistenza della lettera è stata contestata dagli storici.