Terumi Tanaka: “Ho paura di rivedere ancora la luce dell’Apocalisse”
di Filippo SantelliIl Memoriale della pace di Hiroshima
«Quella mattina stavo leggendo disteso sul letto. Le sirene avevano iniziato a suonare presto, ma avevamo sentito un solo aereo, quindi non ci aspettavamo un bombardamento. All’improvviso tutto è diventato di un bianco accecante». Terumi Tanaka, 93 anni portati benissimo, è un sopravvissuto della seconda bomba atomica, quella che colpì Nagasaki. Racconta quel 9 agosto 1945 nei dettagli, per lui è una missione. Per anni è stato il segretario generale di Nihon Hidankyo, la principale associazione degli hibakusha, i “colpiti dalle bombe”, a nome della quale lo scorso dicembre ha ritirato il premio Nobel per la pace.
Tre giorni prima era stata colpita Hiroshima. Cosa sapevate?
«Solo che era stata usata una nuova arma, nulla sull’entità della distruzione. Io avevo 13 anni, ero al primo anno delle superiori, ma dopo che gli americani avevano preso Okinawa il nostro compito era prepararci al loro sbarco. Avevamo lezione solo due volte al mese, quel giorno stavo aspettando che l’allarme fini…
«Quella mattina stavo leggendo disteso sul letto. Le sirene avevano iniziato a suonare presto, ma avevamo sentito un solo aereo, quindi non ci aspettavamo un bombardamento. All’improvviso tutto è diventato di un bianco accecante». Terumi Tanaka, 93 anni portati benissimo, è un sopravvissuto della seconda bomba atomica, quella che colpì Nagasaki. Racconta quel 9 agosto 1945 nei dettagli, per lui è una missione. Per anni è stato il segretario generale di Nihon Hidankyo, la principale associazione degli hibakusha, i “colpiti dalle bombe”, a nome della quale lo scorso dicembre ha ritirato il premio Nobel per la pace.
Tre giorni prima era stata colpita Hiroshima. Cosa sapevate?
«Solo che era stata usata una nuova arma, nulla sull’entità della distruzione. Io avevo 13 anni, ero al primo anno delle superiori, ma dopo che gli americani avevano preso Okinawa il nostro compito era prepararci al loro sbarco. Avevamo lezione solo due volte al mese, quel giorno stavo aspettando che l’allarme finisse per andarci».
Poi la luce.
«Non ho più visto nulla, ho capito di essere in pericolo. Mentre mi precipitavo giù dalle scale il bianco diventava giallo, poi arancione, poi rosso. Al piano terra mi sono buttato per terra e ho perso conoscenza. Quando mi sono risvegliato avevo due porte a vetri sopra di me, ma nessun pezzo si era rotto. Che sia vivo è un miracolo».
Quando ha capito cosa era successo?
«Non subito, la mia casa era a più di tre chilometri dal luogo dell’esplosione e in mezzo c’era una collina. Due zie invece abitavano lì e tre giorni dopo, quando siamo andati a vedere come stavano, ci siamo resi conto che tutto era distrutto. C’erano corpi ovunque, centinaia di persone aspettavano ancora di essere soccorse. Le zie e tutte le loro famiglie erano state uccise, una era appena morta per le ustioni. L’abbiamo cremata noi».
Cosa ha provato?
«Sapevo cosa era la guerra. Ma vedere quello che una sola arma poteva provocare fu uno shock. È questo che anni dopo mi ha spinto a unirmi a Nihon Hidankyo».
La prima battaglia di voi sopravvissuti fu contro silenzio e discriminazione.
«Dopo la fine della guerra le forze di occupazione proibirono di parlare delle bombe, i sopravvissuti soffrivano in silenzio e gli altri non sapevano nulla. Ma anche quando il governo giapponese riconquistò la sua indipendenza non chiarì i danni per chi era stato esposto. Ci volle il test nucleare americano nell’atollo di Bikini nel 1954, che fece ammalare 23 pescatori e bloccò le importazioni di tonni, perché se ne parlasse. In Giappone mangiano molto tonno».
Oggi tutto il mondo sa, ma abbiamo capito?
«Dal 1956 noi hibakusha diciamo che ciò che abbiamo vissuto non deve ripetersi, che le armi nucleari non devono esistere. Abbiamo vinto il Nobel, ma stiamo invecchiando e la situazione è critica: con conflitti come quello in Ucraina, le minacce esplicite dei leader, la possibilità che le armi nucleari vengano usate è molto seria».
I Paesi che le possiedono, e altri che le vorrebbero, sono convinti che garantiscano la loro sicurezza.
«Solo chi non conosce la loro disumanità può pensarlo. I cittadini delle potenze nucleari devono alzare la voce e dire ai loro governi che non garantiscono alcuna sicurezza».
Pensa davvero che sia possibile abolirle?
«Non importa se è possibile, va reso possibile. Ritenere che l’umanità non possa rinunciarci significa ammettere il loro uso. Pensare che ci si possa convivere è ottimistico e preoccupante: se un’arma esiste verrà impiegata. Credo che nessuno di noi sopravvissuti vedrà un mondo senza armi nucleari, in compenso potremmo tutti vedere la distruzione della terra prima di quanto pensiamo».
Cosa significa essere hibakusha?
«Essere gli ultimi a comprendere davvero ciò che è successo e raccontarlo nel modo più chiaro alle nuove generazioni. Quindi dire: sta a voi decidere».