L’ex generale israeliano: “Ostaggi a rischio e costi alti, la strategia di Netanyahu è sbagliata”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoGERUSALEMME – Se c’è un nome che è entrato nella storia militare di Israele è quello del maggiore generale Amos Yadlin: ex capo dell’intelligence dell’esercito, fu tra gli otto piloti che nel 1981 parteciparono all’operazione Opera contro il reattore nucleare di Saddam Hussein, in Iraq. Oggi in pensione, Yadlin è presidente di Mind, un think tank di consulenza sulla politica di sicurezza.
Generale, cosa pensa del piano di occupazione di Gaza?
«Finora, il governo Netanyahu ha cercato di raggiungere entrambi gli obiettivi di guerra contemporaneamente: smantellare Hamas e liberare gli ostaggi. Dopo 22 mesi, è chiaro che questo non è possibile. Bisogna fare una scelta: o prima riportare a casa gli ostaggi e poi trovare il momento giusto per smantellare Hamas, oppure occupare Gaza per distruggere Hamas ma mettendo così in grave pericolo la vita degli ostaggi. L’occupazione comporterebbe anche le conseguenze di un regime militare, con costi di miliardi di dollari e la responsabilità di…
GERUSALEMME – Se c’è un nome che è entrato nella storia militare di Israele è quello del maggiore generale Amos Yadlin: ex capo dell’intelligence dell’esercito, fu tra gli otto piloti che nel 1981 parteciparono all’operazione Opera contro il reattore nucleare di Saddam Hussein, in Iraq. Oggi in pensione, Yadlin è presidente di Mind, un think tank di consulenza sulla politica di sicurezza.
Generale, cosa pensa del piano di occupazione di Gaza?
«Finora, il governo Netanyahu ha cercato di raggiungere entrambi gli obiettivi di guerra contemporaneamente: smantellare Hamas e liberare gli ostaggi. Dopo 22 mesi, è chiaro che questo non è possibile. Bisogna fare una scelta: o prima riportare a casa gli ostaggi e poi trovare il momento giusto per smantellare Hamas, oppure occupare Gaza per distruggere Hamas ma mettendo così in grave pericolo la vita degli ostaggi. L’occupazione comporterebbe anche le conseguenze di un regime militare, con costi di miliardi di dollari e la responsabilità di due milioni di palestinesi a Gaza. Credo che occupare Gaza ora sia la strategia sbagliata».
Molti ex funzionari della sicurezza affermano che la guerra non ha più senso dal punto di vista militare perché gli obiettivi raggiungibili sono già stati raggiunti.
«Non si tratta solo di una questione militare, ma anche politica, economica e di coesione sociale di Israele. Hamas è stato smantellato come minaccia strategica, il che significa che non può più ripetere il 7 ottobre, non è stato completamente smantellato. Ma questo deve avvenire come condizione per la ricostruzione di Gaza. Non ci sarà ricostruzione a meno che Hamas non si disarmi e lasci la Striscia».
Un accordo è ancora possibile?
«Trump avrebbe maggiori possibilità di spingere per un accordo perché non è vincolato dall’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich, che vogliono l’annessione e il reinsediamento a Gaza, obiettivi che non sono nemmeno quelli di Netanyahu. Gli americani possono mettere sul tavolo un accordo che riporti indietro gli ostaggi, fermi per ora la guerra e affronti il “giorno dopo” di Gaza, cosa che Netanyahu si è rifiutato di fare».
C’è un piano per il “giorno dopo”?
«Nel novembre 2023, il think tank che dirigo elaborò un piano per una nuova organizzazione a Gaza: tecnocrati palestinesi come Salam Fayyad governerebbero, supportati dall’Egitto per la sicurezza, dall’Arabia Saudita per le risorse economiche e dagli Emirati Arabi Uniti per il compito più importante: la deradicalizzazione, un diverso tipo di istruzione per la popolazione di Gaza. Il governo non adottò questo piano, ma prima o poi ci arriverà. Come disse una volta Churchill: gli americani fanno la cosa giusta, dopo aver esaurito tutte le alternative. Spero che lo stesso valga per Netanyahu».
La maggioranza degli israeliani si oppone al prolungamento della guerra. Israele rischia una crisi interna?
«In un paese democratico non si prepara una grande mossa militare – come l’occupazione di Gaza – contro la volontà del 60-70% della popolazione».
Ha parlato di ostaggi, soldati e costi economici per Israele, ma il costo umano per i palestinesi?
«Questa domanda dovrebbe essere posta alla leadership di Hamas. A loro non importa. Hanno iniziato la guerra e hanno perso ogni occasione per liberare gli ostaggi. Hanno i loro quartieri generali militari in scuole e ospedali. Usano la loro gente come scudo umano. Israele sta conducendo la guerra in conformità con il diritto internazionale. Tutto questo parlare di genocidio è una sciocchezza. I palestinesi dovrebbero incolpare i loro leader».
Anche un suo illustre concittadino israeliano, David Grossman, ha parlato di genocidio a Gaza.
«Ammiro David Grossman come scrittore, ma sono totalmente in disaccordo con lui sull’affermazione di genocidio, un termine usato con troppa leggerezza. Nella storia moderna i genocidi sono stati solo due: l’uccisione del 40% degli armeni da parte dei turchi durante la Prima guerra mondiale e l’assassinio del 60% degli ebrei in Europa durante la Seconda guerra mondiale da parte dei tedeschi. Ogni attacco a Gaza è approvato da consulenti legali internazionali, non è diverso dagli attacchi americani contro l’Isis a Mosul o Raqqa. E non parlo nemmeno di Dresda o Tokyo durante la seconda guerra Mondiale, eppure nessuno accusò la Gran Bretagna o gli Stati Uniti di genocidio. Israele è l’unico paese al mondo che fornisce cibo, acqua ed elettricità al suo brutale nemico».