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Trump riceve i leader di Armenia e Azerbaijan: “Storico vertice di pace”

Il leader azero Ilham Aliyev (afp)

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I colloqui di oggi dovrebbero terminare con la siglatura di un trattato tra le due ex repubbliche sovietiche in conflitto da oltre 30 anni. Un passo avanti significativo che nasconde gli interessi Usa e in particolare quelli del tycoon “candidato al premio Nobel per la pace da numerosi leader mondiali”
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TBILISI – Mentre crescono le aspettative per l’annunciato faccia a faccia tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin, oggi a Washington si terranno altri colloqui con cui il tycoon ritiene di poter chiudere un conflitto dalle radici ancora più profonde di quello tra Mosca e Kiev: quello trentennale tra Erevan e Baku.

Il capo di stato azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan saranno ricevuti per due incontri separati con il padrone di casa, seguiti da un meeting a tre. “Uno storico vertice di pace”, l’ha definito con toni entusiastici Trump sulla sua piattaforma Social Truth. I leader del Caucaso meridionale, ha scritto, “si uniranno a me alla Casa Bianca per la cerimonia ufficiale della firma”.

Eppure, secondo diverse anticipazioni, i colloqui dovrebbero terminare con la siglatura, e non la firma del trattato tra le ex repubbliche sovietiche, il cui testo era stato già concordato lo scorso marzo per poi arenarsi. Un passo ava…

TBILISI – Mentre crescono le aspettative per l’annunciato faccia a faccia tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin, oggi a Washington si terranno altri colloqui con cui il tycoon ritiene di poter chiudere un conflitto dalle radici ancora più profonde di quello tra Mosca e Kiev: quello trentennale tra Erevan e Baku.

Il capo di stato azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan saranno ricevuti per due incontri separati con il padrone di casa, seguiti da un meeting a tre. “Uno storico vertice di pace”, l’ha definito con toni entusiastici Trump sulla sua piattaforma Social Truth. I leader del Caucaso meridionale, ha scritto, “si uniranno a me alla Casa Bianca per la cerimonia ufficiale della firma”.

Eppure, secondo diverse anticipazioni, i colloqui dovrebbero terminare con la siglatura, e non la firma del trattato tra le ex repubbliche sovietiche, il cui testo era stato già concordato lo scorso marzo per poi arenarsi. Un passo avanti significativo, ad ogni modo, in cui le parti formalizzerebbero l’intesa sui termini del documento. Secondo altre fonti, Pashinyan e Aliyev potrebbero limitarsi a sottoscrivere una “lettera di intenti” che esprima la ferma volontà di procedere su un percorso irreversibile di pace. Marketing diplomatico o svolta tangibile in uno dei conflitti più longevi e intricati al mondo? Probabilmente entrambi.

“Con Trump”, mette le mani avanti Olesya Vartanyan, esperta delle dinamiche di sicurezza nella regione, “è sempre possibile aspettarsi sorprese”. “Si tratta di negoziati chiusi e ad altissimo livello”, le fa eco dalla capitale azera l’analista Shujaat Ahmadzada, che tuttavia ritiene “molto difficile immaginare una firma del trattato”.

E se il Washington Post, con una punta di sarcasmo, descrive il vertice in programma come “l’ultimo esempio degli sforzi del presidente per mettere fine ai conflitti internazionali e riceverne il merito”, ricordando sibillino che Trump “è stato candidato al premio Nobel per la pace da numerosi leader mondiali”, gli statunitensi, riporta la Reuters citando funzionari che chiedono di restare anonimi, avrebbero estratto dal cilindro un coniglio dal nome roboante di Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp). Più semplicemente, “il ponte di Trump”.

Cos’è il corridodio di Zangezur

Conosciuto da anni come “corridoio di Zangezur”, per gli azeri, o “strada di Syunik”, per gli armeni, si tratta di una rotta che dovrebbe collegare l’Azerbaijan all’exclave del Nakhichevan, e quindi alla Turchia, attraverso la regione armena di Syunik. Costituisce uno dei nodi più complicati da sciogliere nel contesto dei negoziati. Baku lo pretende, molte volte ha minacciato di ottenerlo con la forza, ed esige che sia una rotta extraterritoriale, priva di controllo da parte degli armeni. Questi ultimi, non sorprende, non intendono perdere la sovranità su una striscia di territorio. E qui entrerebbero in gioco gli Usa, che si sono proposti di gestire la rotta attraverso un consorzio di privati. Malgrado le remore armene – anticipazioni sul piano di Washington erano già trapelate il mese scorso, ma Erevan l’aveva ufficialmente respinto – una soluzione su questo punto, accettabile per entrambe le parti, parrebbe essere stata trovata.

Il condizionale è però d’obbligo: “Complicherebbe ulteriormente l'aspetto geopolitico dei negoziati”, avverte Ahmadzada, riferendosi all’ovvia ostilità di Russia e Iran. Ciononostante, ritengono entrambi gli analisti sentiti da Repubblica, Teheran, indebolita dagli attacchi di Israele e Usa, mostrerà tolleranza, seppur a denti stretti. Analogamente Mosca, distratta in Ucraina, e pur restando uno dei principali attori regionali, non ha molto spazio di manovra per opporsi a un’intesa che riunisce non solo Baku e Erevan, ma anche Ankara.

La scommessa di Pashinyan

Proprio citando quest’ultima, si chiede Vartanyan, “le sarebbe sufficiente un mezzo passo (la siglatura, in luogo di una firma) verso il trattato di pace, per aprire le proprie frontiere e avviare scambi commerciali con l’Armenia?”. Perché questo è il fulcro della scommessa di Pashinyan, che in cinque anni ha perso due guerre con Baku e con loro il Nagorno Karabakh, la regione a maggioranza etnica armena proclamatasi indipendente ma riconosciuta internazionalmente come territorio dell’Azerbaijan, che vi ha affermato la propria sovranità nel 2023 provocando la fuga dell’intera popolazione autoctona. Il leader armeno, nei suoi sforzi di pace, sta chiedendo al proprio Paese di mettere da parte le rivendicazioni territoriali e di concentrarsi su un futuro di prosperità che superi l’isolamento trentennale: i confini dell’Armenia con l’Azerbaijan e l’alleata Turchia sono chiusi fin dagli anni Novanta, e Ankara vincola la normalizzazione dei rapporti con Erevan alla pacificazione con Baku.

Gli interessi americani

Allo stesso modo, l’interesse statunitense risiede nella possibilità di contribuire a rivoluzionare una regione attraversata da oleodotti e gasdotti, a cavallo tra Asia e Europa, ma altamente instabile. Il potenziale è enorme. L’incognita, rileva però Vartanyan, è rappresentata dall’entità dell’impegno di Washington: “Si tratterà di un accordo una tantum o vedremo gli Stati Uniti coinvolti sulla lunga durata?”. “Il contesto”, ricorda, “è complicato. Senza investimenti e un coinvolgimento adeguati, c'è ancora spazio per il fallimento. E dalle nostre parti un fallimento, in molti casi, si traduce in nuove escalation e guerre”.

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