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Vertice Putin-Trump in Alaska, l’exclave degli Stati Uniti che un tempo era Russia

(afp)
Il mezzo inchino del leader del Cremlino al presidente statunitense. “Ma il prossimo incontro sarà da noi”. Lo Zar Alessandro II vendette la regione a Washington per una cifra irrisoria 160 anni fa e ora i nazionalisti russi la richiedono indietro. Una scelta simbolica quasi a “dimostrare che i confini possono cambiare”
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Un po’ Stati Uniti. Un po’ Russia. L’Alaska come sede del primo summit tra Vladimir Putin e Donald Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca è una scelta fortemente simbolica. Un mezzo inchino del leader del Cremlino che invece di incontrare il presidente americano in terra neutra volerà fin negli Stati Uniti, ma in un’exclave che fino a 160 anni era Russia. E d’altro canto un mezzo riconoscimento di Trump al leader di un Paese aggressore sotto sanzioni e sotto mandato d’arresto internazionale della Corte penale internazionale che, per sua fortuna, Washington però non riconosce.

Per sminuire quello che anche un cosiddetto “blogger Z” definisce «concessione formale di Mosca a Washington», ma anche segno di «un rafforzamento della fiducia tra i leader dei due Paesi», il consigliere presidenziale russo per la politica estera Jurij Ushakov l’ha buttata sulla comodità.

«Gli interessi di Russia e Stati Uniti si intersecano nell’Artico e in Alaska. Quindi sembra logico che la nostra delegazion…

Un po’ Stati Uniti. Un po’ Russia. L’Alaska come sede del primo summit tra Vladimir Putin e Donald Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca è una scelta fortemente simbolica. Un mezzo inchino del leader del Cremlino che invece di incontrare il presidente americano in terra neutra volerà fin negli Stati Uniti, ma in un’exclave che fino a 160 anni era Russia. E d’altro canto un mezzo riconoscimento di Trump al leader di un Paese aggressore sotto sanzioni e sotto mandato d’arresto internazionale della Corte penale internazionale che, per sua fortuna, Washington però non riconosce.

Per sminuire quello che anche un cosiddetto “blogger Z” definisce «concessione formale di Mosca a Washington», ma anche segno di «un rafforzamento della fiducia tra i leader dei due Paesi», il consigliere presidenziale russo per la politica estera Jurij Ushakov l’ha buttata sulla comodità.

«Gli interessi di Russia e Stati Uniti si intersecano nell’Artico e in Alaska. Quindi sembra logico che la nostra delegazione abbia semplicemente sorvolato lo Stretto di Bering e che un vertice così importante e atteso tra i leader dei due Paesi si tenga in Alaska», ha detto. Salvo poi puntualizzare: «Il secondo incontro dei presidenti si svolgerà in Russia. Trump ha già ricevuto un invito».

In gioco c’è dunque la contropartita di un viaggio di Trump in Russia che sarebbe un enorme colpo diplomatico, oltre alle ovvie ragioni di sicurezza che preoccupano Putin. Ma sullo sfondo incombe anche l’«orribile» simbolismo, come dice il politologo Sam Green, di una terra venduta quasi 160 anni fa come se il vertice «fosse stato concepito per dimostrare che i confini possono cambiare e che la terra può essere comprata e venduta».

La vendita dell’Alaska nel 1867, la "follia di Seward"

Quando nel 1867 la Russia vendette l’Alaska agli Stati Uniti per 7,2 milioni di dollari, l’equivalente oggi di circa 120 milioni, l’affare fu criticato da entrambe le sponde dell’Oceano Pacifico. Gli americani se la presero con l’allora segretario di Stato William Seward soprannominando l’acquisto “La follia di Seward” e la regione “La ghiacciaia di Seward”.

Lo storico Vladimir Koljchev, interpretando il malumore serpeggiante nell’Impero, in un poema indirizzato allo zar Alessandro II invece scrisse: «Con l’Alaska svendete il popolo russo».Gli americani si ricredettero presto: pochi anni dopo sarebbe iniziata la corsa all’oro del Klondike che in cinquant’anni sarebbe fruttata cento volte l’investimento iniziale e un secolo dopo sarebbe stato scoperto il primo giacimento di petrolio. I russi invece recriminano tuttora.

La Russia colonizzò l’Alaska nel 1784 insediando Chiese ortodosse e stazioni per il commercio dell’avorio di tricheco e della pelliccia della lontra di mare. Nel 1856, persa la Guerra di Crimea, iniziò a considerare quel territorio vasto oltre 1,7 milioni di chilometri quadrati una causa persa. L’ingombrante vicino britannico, allora padrone del Canada, avrebbe fatto di tutto per prenderselo e gli americani lo avrebbero invaso se mai – come accadde – fosse stato scoperto l’oro.

Piuttosto che perderlo senza ricavarci nulla, vendendolo Alessandro II pensò di irritare i britannici da un lato e ingraziarsi gli americani dall’altro, nonché di rimpinguare le casse svuotate dal conflitto. Così il 30 marzo 1867 siglò l’atto di cessione, la “perdita” come viene definita oggi nei libri di testo russi. La rinuncia all’ultimo avamposto russo in Nordamerica mise fine all’espansione dell’Impero oltre il mare di Bering che era arrivata a estenderne i confini fino a Fort Ross in California.

Le proteste dei nazionalisti russi

Oggi che Putin accarezza il sogno di un nuovo impero, i nazionalisti russi rimproverano “quell’affare sbagliato”. Non solo perché quello che nel 1959 è diventato il 49° Stato americano abbonda di ricchezze naturali, ma per la sua posizione cruciale. L’Alaska è una finestra sulla Russia e una porta sull’Artico che permette a Washington di accampare pretese, accanto a Mosca, Ottawa, Copenaghen e Oslo, sulle risorse sommerse nei fondali del Polo Nord.

Putin, però, ha sempre preso le distanze dalle pretese dei nazionalisti. Quando all’indomani del referendum sull’annessione della Crimea, una petizione alla Casa Bianca perché restituisse l’Alaska alla Russia raccolse migliaia di firme, il leader del Cremlino commentò: «E che ce ne facciamo? Siamo un Paese settentrionale, il 70% del nostro territorio fa parte del Nord e del Grande Nord. L’Alaska sta forse nell’emisfero australe? Fa persino freddo. Via, non agitiamoci troppo».

Paul Fuhs, a capo dell'organizzazione no-profit Marine Exchange of Alaska, nel 150° anniversario dell’affare, aveva raccontato che i suoi colleghi russi talvolta si lasciavano andare a lamentele. «Pensano che vendere l’Alaska sia stata una decisione stupida. Ma non significa che verranno con l’esercito a riprendersela». Chissà se oggi ne sarebbe ancora così sicuro.

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