La sfida dei palestinesi: “È la nostra patria, non ce ne andremo”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoGERUSALEMME – L’ha già scampata una volta, Najwan Asdoudi, nel suo personale giro della morte e non ha intenzione di rischiare una seconda. Da Shejaiya, nel nord ovest di Gaza City, è stato sfollato «ad Al-Nuseirat, nel centro, poi a Deir al-Balah, Khan Younis» e infine di nuovo in città, nel quartiere di Al-Rimal. «L’unica cosa che mi resta è morire qui. Se anche mi dessero la possibilità di lasciare Gaza, rifiuterei», ci dice dal rifugio di plastica e teloni che si è ricavato con la moglie e le figlie nel campo sfollati in piazza Milite Ignoto. Ha 46 anni, Najwan, faceva l’operaio e adesso è povero, disoccupato e stanco. Non crede più a nulla, a nessuno.
Hamas dice che i gazawi resisteranno ai piani di occupazione dell’esercito israeliano. «Resistenza non è altro che una parola vuota — risponde lui. Non vedo una vera resistenza. Due giorni fa sono andato a Shejaiya: è stata completamente distrutta. Vorrei che i nostri leader all’estero sentissero la nostra sofferenza, invece di sta…
GERUSALEMME – L’ha già scampata una volta, Najwan Asdoudi, nel suo personale giro della morte e non ha intenzione di rischiare una seconda. Da Shejaiya, nel nord ovest di Gaza City, è stato sfollato «ad Al-Nuseirat, nel centro, poi a Deir al-Balah, Khan Younis» e infine di nuovo in città, nel quartiere di Al-Rimal. «L’unica cosa che mi resta è morire qui. Se anche mi dessero la possibilità di lasciare Gaza, rifiuterei», ci dice dal rifugio di plastica e teloni che si è ricavato con la moglie e le figlie nel campo sfollati in piazza Milite Ignoto. Ha 46 anni, Najwan, faceva l’operaio e adesso è povero, disoccupato e stanco. Non crede più a nulla, a nessuno.
Hamas dice che i gazawi resisteranno ai piani di occupazione dell’esercito israeliano. «Resistenza non è altro che una parola vuota — risponde lui. Non vedo una vera resistenza. Due giorni fa sono andato a Shejaiya: è stata completamente distrutta. Vorrei che i nostri leader all’estero sentissero la nostra sofferenza, invece di starsene seduti in Qatar o negli Emirati Arabi Uniti a guardare da lontano. Siamo in otto in famiglia e lottiamo costantemente per trovare qualcosa da mangiare e da bere. Non mangiamo da ieri».
Gaza city è lo spettro della città che fu, piena di mercati, caffè, di voci. Il versante orientale è stato al raso al suolo, la zona del centro in gran parte, resta il rifugio del mare, con la tendopoli degli sfollati che si è ramificata tra la spiaggia, il porto e quel che resta dei palazzoni che un tempo disegnavano lo skyline del lungomare. Ci vivono, a seconda delle stime, tra 650mila e 1 milione di persone. Tante sono tornate a gennaio, quando l’Idf ha lasciato il corridoio Netzarim. Ma il timore di una nuova escalation, questa volta persino più brutale, ora si scontra con qualcosa che assomiglia a un muro, di sfinimento e rassegnazione.
«La prima volta che ce ne siamo andati ci dissero che il sud aveva zone sicure, in realtà la vita li è stata estremamente dura: non c’erano servizi di base, non avevamo acqua, vivevamo come in un deserto, ammazzati ogni giorno: le zone umanitarie sono una illusione», dice Abu Wadie, 28 anni. Se anche volesse, non riuscirebbe a scappare, con un braccio paralizzato da una ferita e sette persone di famiglia a cui badare. E, poi, proprio non se ne vuole andare, Abu. «Stiamo difendendo la nostra dignità. Se tenteranno davvero di occupare Gaza, sarà il loro cimitero. E anche se venisse distrutta, la ricostruiremo da zero, se non noi i nostri figli. La maggioranza delle persone qui si rifiuta di andarsene perché è già stata ingannata».
La pensa così anche Siham Al-Far, 55 anni e 45 kili in meno rispetto al 6 ottobre 2023: «Pesavo quasi 90 kg, ora sono scesa a 50. Io e mio marito riusciamo a mangiare molto raramente», racconta. «Cinque giorni fa sono andata a casa di mio fratello per bere, ma non ho trovato né acqua potabile né per lavarmi. Da Jabalia mi sono trasferita al campo di Abu Murahil ad Al-Zaytoun, poi a casa di mio fratello, poi in una scuola e ora sto cercando un riparo, ma ho scelto di rimanere al nord e non me ne andrò: resto nella mia patria, nella mia comunità».
Per ironia della storia, i tank con la stella di David potrebbero entrare a Gaza nel ventennale del ritiro, quell’agosto del 2005 in cui l’allora premier Ariel Sharon fece una mossa che ridisegnò la storia di palestinesi e israeliani, decidendo di smantellare le colonie e lasciare la Striscia. «Sono tra coloro che si sono rifiutati di trasferirsi al sud come passo verso l’abbandono di Gaza», rivendica Sabreen Naeem, madre di sei figli. Viveva a Beit Hanoun, ora si è spostata anche lei verso il mare. «Ho sentito di una decisione presa a tarda notte dal governo israeliano per occupare Gaza e di sfollare forzatamente i suoi residenti: credo che non avrà successo. Non ce ne andremo».
Uno dei suoi figli è rimasto ferito gravemente in un bombardamento, suo marito l’hanno arrestato gli israeliani. Era di Hamas? «Non lo so, ma qui hanno arrestato anche un sacco di gente che non era di Hamas», ci spiega un suo vicino di tenda. Sabreen non vuole apparire in foto. Quando le chiediamo cosa pensi dell’appello del gruppo islamista alla resistenza, spiega: «Francamente non credo che abbia reali capacità, altrimenti non saremmo stati costretti ad abbandonare il nord fin dall’inizio, altrimenti non sarebbe successo tutto questo».
La vera resistenza ora è quella civica, restare a Gaza City è resistere, ma è anche non farsi fregare, dice Saed, 28 anni: «Io al sud ci sono stato e molti di noi sono morti lì». Hamas? «Non rappresenta i palestinesi, non più. Dopo gli accordi di Oslo hanno perso l’occasione per costruire il nostro Stato. E guarda dove siamo. Guarda la Cisgiordania, guarda Gaza e rispondimi: cos’è successo dove governa Hamas?».
Ha collaborato Ahmed Sh Abu Ajwa