Rabbia e paura, chiusi per giorni nell’afa dei mezzi blindati senza neppure tirare fuori la testa per una sigaretta, con la crescente convinzione di stare rischiando la vita per una missione irrealizzabile. La preoccupazione del generale Eyal Zamir sul logoramento dell’esercito israeliano a Gaza trova riscontro in messaggi e testimonianze, quasi sempre anonime, che descrivono l’altra faccia dell’orrore.
Sono i carnefici, che hanno gettato la popolazione palestinese nell’inferno. Ma si chiedono sempre più spesso che senso ha portare ancora avanti uno tsunami di bombe, cannonate e demolizioni incapace di azzerare Hamas, che anzi manifesta nuovi modi di lottare e cerca persino di rapire i militari israeliani: «Il nostro compito? Vediamo a malapena i terroristi e ci concentriamo sul radere al suolo interi quartieri; proteggiamo il lavoro delle ruspe e così diventiamo un bersaglio facile. Quando vengono scoperti i guerriglieri, allora chiamiamo gli aerei che li bombardano. L’umore prevale…
Rabbia e paura, chiusi per giorni nell’afa dei mezzi blindati senza neppure tirare fuori la testa per una sigaretta, con la crescente convinzione di stare rischiando la vita per una missione irrealizzabile. La preoccupazione del generale Eyal Zamir sul logoramento dell’esercito israeliano a Gaza trova riscontro in messaggi e testimonianze, quasi sempre anonime, che descrivono l’altra faccia dell’orrore.
Sono i carnefici, che hanno gettato la popolazione palestinese nell’inferno. Ma si chiedono sempre più spesso che senso ha portare ancora avanti uno tsunami di bombe, cannonate e demolizioni incapace di azzerare Hamas, che anzi manifesta nuovi modi di lottare e cerca persino di rapire i militari israeliani: «Il nostro compito? Vediamo a malapena i terroristi e ci concentriamo sul radere al suolo interi quartieri; proteggiamo il lavoro delle ruspe e così diventiamo un bersaglio facile. Quando vengono scoperti i guerriglieri, allora chiamiamo gli aerei che li bombardano. L’umore prevalente tra le truppe a Gaza è che l’esercito non sia stato mandato lì per vincere, ma solo per permettere alla politica e ai media di vantare la vittoria: i soldati si sentono completamente abbandonati. I reparti vanno avanti e indietro senza un obiettivo chiaro, con tattiche che non funzionano».
Da 22 mesi il problema è lo stesso: quali sono le finalità dell’invasione di Gaza? Cancellare Hamas non è un risultato che si può ottenere con le armi: bisogna offrire un’alternativa alla popolazione palestinese e costruire la speranza in un futuro diverso. Zamir e gli altri generali avevano idee diverse rispetto al premier Netanyahu, presentate con chiarezza ai vertici politici: il 2025 doveva servire per consolidare i ranghi delle forze armate, impegnate dopo la disfatta del 7 ottobre 2023 e le stragi jihadiste in una guerra faticosa su più fronti.
Israele non ha mai affrontato un conflitto così lungo che ha messo a dura prova soprattutto le centinaia di migliaia di riservisti, passati dalla vita civile alle battaglie casa per casa, e sta addirittura incrinando il suo arsenale, con i possenti tank Merkava zeppi di apparati elettronici mandati in tilt dalla sabbia e dalla difficoltà di fare manutenzione tra le rovine della Striscia. Il documento della commissione interna guidata dal generale Amir Abulafia parla di “erosione” del dispositivo militare: per questo i vertici delle Israeli Defense Forces volevano riorganizzare l’armata e tenere sotto pressione Hamas, continuando a colpirla in modo selettivo fino a obbligarla a trattare la liberazione degli ostaggi, considerata più importante dell’eliminazione dei terroristi.
Proprio per evitare di mettere in pericolo gli israeliani nelle mani di Hamas, l’ultima operazione “Carri di Gedeone” non ha fatto irruzione in un quarto del territorio, quello che rimane più popolato. Lì - per usare il linguaggio dei manuali bellici - ci sono i tre principali “centri di gravità” della resistenza fondamentalista: Gaza City, dove ci sono alti palazzi e quasi un milione di persone; la “metropoli degli sfollati” di Mawasi, la distesa infinita di baracche dove gli stessi israeliani hanno spinto 600 mila disperati gettandoli nelle mani dei terroristi tanto che oggi i soldati la chiamano “Hamas City”; infine Nussirat e Deir al-Balah, caposaldo dei battaglioni jihadisti meno decimati che usano gli ostaggi come scudi umani e si nascondono tra 350 mila abitanti ridotti alla fame. Pianificare un’offensiva in queste zone è un incubo: «Solo per quest’ultimo obiettivo sarà necessario schierare due divisioni - spiega a Repubblica un ex ufficiale delle Idf - e preventivare perdite elevate: i terroristi ci stanno aspettando, contano su una rete sotterranea ancora efficiente e sanno di non avere nulla da perdere».
Da maggio nell’operazione “Carri di Gedeone” ci sono stati 48 caduti: pochissimi rispetto all’ecatombe di civili; tanti per gli standard dello Stato ebraico, che più di ogni altro mette al primo posto la tutela del personale. «I combattenti sono costretti a dormire nei veicoli o accanto ad essi senza la minima igiene - ha scritto sui social il maggiore A. -, con un danno alla prontezza operativa e alla salute: dormono per giorni accanto a rifiuti, urina e feci, una condizione che gli uomini chiamano “il muro giallo”». E conclude in modo altrettanto crudo: «Il nemico non è diventato più forte, siamo diventati più deboli noi. Individua lacune, tempismo incerto, mancanza di direzione e ne approfitta. Quando il nemico vede manovre deboli, comando assente e combattenti stanchi, non si lascia scoraggiare e attacca. Salvate il prossimo soldato!».