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I vertici tra i Grandi: da Vienna a Reykjavík i due mondi chiusi in una stanza

Ronald Reagan con Mikhail Gorbachev 

 

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Da Yalta in poi il dopoguerra è costellato da faccia a faccia tra i leader delle superpotenze. Fallimenti e successi della diplomazia
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Lo storico summit fra il presidente americano Nixon e il leader cinese Mao Zedong, Pechino 1972, è diventato opera lirica nel 1987, musica di John Adams, libretto di Alice Goodman, Mao tenore, Nixon e Zhou Enlai baritoni, Kissinger basso. Ma il vertice fra Ronald Reagan e il segretario del Pcus sovietico Mikhail Gorbaciov a Reykjavík, Islanda, nel 1986, prodromo della fine della Guerra Fredda, ha prodotto spettacolo per ben due volte. Prima con il dramma “A walk in the woods” di Lee Blessing, 1988, basato sulla solitaria “passeggiata nel bosco” islandese fra il diplomatico Usa Paul Nitze e il collega russo Yuli Kvitsinsky che, senza staff intorno, trovarono un’intesa per il disgelo Washington-Mosca così profonda che Casa Bianca e Cremlino la bocciarono, ma che fiorì con la caduta del Muro di Berlino, 1989.

E l’incontro dimenticato dell’11 e 12 ottobre di 39 anni fa, fra il conservatore Reagan e lo sfortunato Gorbaciov, ritornerà fra pochi mesi nel kolossal di Hollywood “Reykjavík” dir…

Lo storico summit fra il presidente americano Nixon e il leader cinese Mao Zedong, Pechino 1972, è diventato opera lirica nel 1987, musica di John Adams, libretto di Alice Goodman, Mao tenore, Nixon e Zhou Enlai baritoni, Kissinger basso. Ma il vertice fra Ronald Reagan e il segretario del Pcus sovietico Mikhail Gorbaciov a Reykjavík, Islanda, nel 1986, prodromo della fine della Guerra Fredda, ha prodotto spettacolo per ben due volte. Prima con il dramma “A walk in the woods” di Lee Blessing, 1988, basato sulla solitaria “passeggiata nel bosco” islandese fra il diplomatico Usa Paul Nitze e il collega russo Yuli Kvitsinsky che, senza staff intorno, trovarono un’intesa per il disgelo Washington-Mosca così profonda che Casa Bianca e Cremlino la bocciarono, ma che fiorì con la caduta del Muro di Berlino, 1989.

E l’incontro dimenticato dell’11 e 12 ottobre di 39 anni fa, fra il conservatore Reagan e lo sfortunato Gorbaciov, ritornerà fra pochi mesi nel kolossal di Hollywood “Reykjavík” diretto dal regista Michael Russell Gunn, protagonisti gli attori Jeff Daniels e Jared Harris. Film da non perdere, perché le strette di mano fra Stati Uniti e ieri Urss, oggi Russia, non sono mai solo politica, diplomazia, difesa e intelligence, ma anche umanità, cultura popolare, illusioni perdute, speranze impossibili ma realizzate.

Passerà alla storia, in musica o sui palcoscenici, il vertice di Ferragosto fra Donald Trump e Vladimir Putin? Sarà accordo storico, come fra Roosevelt e Stalin a Yalta, città scelta perché il dittatore georgiano aveva paura di volare, nel 1945? O sarà un fallimento come a Vienna, giugno 1961, quando il pugnace veterano di Stalingrado Krusciov umiliò l’inesperto reduce del Pacifico Kennedy? Nel 2025 è in voga irridere quei lontani appuntamenti, le destre americane e inglesi ritengono che Churchill abbia sbagliato a far guerra a Hitler, meglio conservare India e Impero, mentre Roosevelt avrebbe dovuto spartirsi il Pacifico con l’imperatore giapponese Hirohito, vi assicurano da YouTube Tucker Carlson e Joe Rogan, con lo “storico” Darryl Cooper a spiegare a 170.000 followers via podcast che l’intera diplomazia russo-americana “è una rovina”.

Cooper non ha mai insegnato storia, o firmato un saggio storico, fa notare il Lord britannico Andrew Roberts, ma che importa al tempo dell’Astroturfing, rimpinzare il web di bugie AI finché milioni di persone non le bevono?

Dopo la debacle di Vienna, Kennedy e Krusciov si fronteggiarono nei tredici, febbrili, giorni della crisi atomica a Cuba, 1962. Scrutare l’abisso del conflitto nucleare portò il presidente Johnson ad un meeting a Glassboro in New Jersey con lo statista sovietico Alexey Kosygin, 1967.

E spinse poi il presidente Nixon a rompere gli indugi e, primo leader della Casa Bianca, a volare a Mosca nel maggio 1972 per firmare, con il plumbeo Leonid Breznev, il patto anti missili balistici ABM, il trattato per la limitazioni delle armi strategiche Salt I e l’intesa contro gli incidenti militari in alto mare: primi, fondamentali, passi per scongiurare l’apocalisse.

Nessuno dei leader di queste sfarzose cerimonie era un santo o un apostolo dei diritti umani, nessuno, tranne Kissinger con il controverso premio 1973, respinto dalla controparte vietnamita Le Duc Tho, ha vinto il Nobel per la Pace, che Trump sogna stoppando Putin in Ucraina. Erano però, eletti da democrazie o capi di regimi assoluti, negoziatori senza chimere, persuasi che un passo in avanti fosse meglio delle rovine fumanti stile Gaza e Donbass.

La fine della Guerra Fredda conduce all’effimera stagione in cui tanti sperarono che Mosca avviasse la transizione alla democrazia. Bush padre sedette con il sanguigno Boris Yeltsin per ben quattro volte, fra il 1992 e il 1993, siglando l’accordo Start II, ulteriore stretta ai missili nucleari, il giovane Bill Clinton discusse addirittura per 20 summit con Yeltsin, dal 1993 al 2000. Lo stesso anno debutta Vladimir Putin, che discuterà per tre volte con Bush figlio, indotto dalla fede metodista a giurare nel 2001: «Ho guardato negli occhi Putin, ho visto la sua anima, mi fido di lui».

Ad Obama toccò invece una frigida stretta di mano con Dmitri Medvedev nel 2010, prima che il rabbioso agitatore russo invocasse lo sterminio dei nemici, americani inclusi. Due vertici tra l’ex colonnello dello spionaggio Kgb Putin con Trump e uno con Biden 2021, poco o nulla hanno prodotto. Il Cremlino rivendica l’egemonia Urss sull’Europa orientale, con l’Ucraina ridotta a Bielorussia vassalla, nulla da trattare se non la disfatta totale.

Trump e Putin si parleranno in Alaska, territorio comprato dal segretario di Stato Usa Seward nel 1867 dallo zar Alessandro II, sull’orlo della bancarotta, per 7,2 milioni di dollari, oggi 131, e nessuno può prevedere cosa accadrà, per la guerra e la pace.

Parlando nel 1948 all’abbazia di Westminster, in omaggio ai caduti, Winston Churchill ammonì: «L’unica guida per un uomo è la coscienza; l’unico scudo per la sua memoria è la rettitudine e la sincerità delle azioni. È imprudente attraversare la vita senza questo scudo, poiché siamo così spesso derisi dal fallimento delle nostre speranze e dallo sconvolgimento dei nostri calcoli che solo con questo scudo, quali che siano i giochi del destino, marceremo sempre nelle file dell’onore». Parole solenni di cui sentiamo, aspra, l’assenza.

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