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Il grido in piazza dell’altro Israele: “Fermate ora il massacro a Gaza”

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Nella conservatrice Gerusalemme un corteo contro l’occupazione, ma la protesta dilaga in tutte le città del Paese
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GERUSALEMME – C’è tutto il dolore di Israele, nel mondo di Haya Engel. Suo fratello ha 32 anni, è appena tornato da Gaza, è un soldato. «Per lo stress e le condizioni vissute ha sviluppato il morbo di Crohn. Non diserterebbe mai, no: il prezzo che si paga con la società e la propria coscienza è troppo alto. Ma è traumatizzato, come tutti. Questa guerra deve finire, adesso», dice mentre piazza Zion comincia a riempirsi di bandiere gialle, simbolo degli ostaggi, e bandiere israeliane, di foto degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas e di bambini palestinesi uccisi dalle bombe israeliane.

Non c’è la marea umana che attraversa Tel Aiv, ma è un corteo che fa rumore. Gerusalemme è la città più conservatrice, il cuore del conflitto. I genitori di Haya, che ha 26 anni e studia farmacia, in questa piazza non verrebbero mai. «Loro sono di destra, credono che il governo abbia davvero a cuore l’interesse di tutti. Non li biasimo ma non condivido. Non mi è stato risparmiato nulla in questi anni: …

GERUSALEMME – C’è tutto il dolore di Israele, nel mondo di Haya Engel. Suo fratello ha 32 anni, è appena tornato da Gaza, è un soldato. «Per lo stress e le condizioni vissute ha sviluppato il morbo di Crohn. Non diserterebbe mai, no: il prezzo che si paga con la società e la propria coscienza è troppo alto. Ma è traumatizzato, come tutti. Questa guerra deve finire, adesso», dice mentre piazza Zion comincia a riempirsi di bandiere gialle, simbolo degli ostaggi, e bandiere israeliane, di foto degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas e di bambini palestinesi uccisi dalle bombe israeliane.

Non c’è la marea umana che attraversa Tel Aiv, ma è un corteo che fa rumore. Gerusalemme è la città più conservatrice, il cuore del conflitto. I genitori di Haya, che ha 26 anni e studia farmacia, in questa piazza non verrebbero mai. «Loro sono di destra, credono che il governo abbia davvero a cuore l’interesse di tutti. Non li biasimo ma non condivido. Non mi è stato risparmiato nulla in questi anni: ho perso alcuni compagni di università al Nova festival. Mio fratello ha servito a Gaza. All’inizio ho appoggiato la risposta di Israele. Ma adesso è una guerra di vendetta, che non salverà gli ostaggi e continuerà solo ad uccidere palestinesi innocenti».

Parliamo nel trambusto di cori, tamburi e voci urlate al megafono verso una città che osserva impaurita. Un gruppo di israeliani con la kippah irrompe nel corteo, sulla coda finale. Esagitati. «Andate a manifestare a Gaza!», gridano, mostrando sugli smartphone le foto di soldati morti. Strappano i cartelloni “Basta guerra”. Due manifestanti intervengono, partono spintoni e qualche calcio, la polizia riesce a sedare in fretta il parapiglia.

Gilad Gal assiste nervoso alla scena. «Questi sono quelli che non credono alla fame a Gaza, ai crimini di guerra, non credono a niente», s’accalora. «Ma più di tutto si rifiutano di credere che il proprio Paese è capace di commettere certe brutalità. Ormai osserviamo i conflitti dall’alto, bombardiamo da lontano, con i jet e i droni e questo impedisce alla società di guardare la guerra negli occhi». É un fiume in piena, Gilad. «I palestinesi avrebbero potuto costruire qualcosa che si avvicinasse a uno Stato, dopo il ritiro israeliano da Gaza nel 2005, invece hanno scelto di trasformala nel quartier generale dei fratelli musulmani e dell’estremismo. Nessun apartheid giustifica quello che hanno fatto il 7 ottobre. Ma è vero anche il contrario: l’apartheid che Israele gli ha imposto ha creato il contesto in cui il 7 ottobre è avvenuto». E adesso il rischio è quello che anche il capo di stato maggiore, Zamir, ha paventato nell’ultima, tesa, riunione del gabinetto di sicurezza: precipitare entrambi i popoli in un “buco nero”.

Israele non ci sta, si ribella, scende in piazza, invade le strade, gli incroci, i ponti. Ad Haifa, nelle città arabe del nord, a sud, nei villaggi del Negev. E a Tel Aviv, dove il corteo cresce fino a oltre 60mila persone guidate dalle famiglie degli ostaggi. Il governo pianifica più guerra, loro vogliono pace. Einav Zangauker, la madre dell’ostaggio Matan, si rivolge direttamente al primo ministro, Benjamin Netanyahu: «Se conquisterete parti della Striscia e gli ostaggi verranno assassinati, vi daremo la caccia nelle piazze, alle elezioni, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento». Ci sono le ragazze del Pink Front, il Fronte rosa: «L’occupazione uccide, un accordo li salva», hanno scritto sul loro striscione. Si diffonde la voce che le proteste sono arrivate fino a Sha’ar HaNegev, nel sud, quasi al confine con Gaza. La folla applaude: «È il posto più vicino agli ostaggi prigionieri da 673 giorni». La polizia presidia il corteo con agenti a cavallo e cannoni ad acqua. Due sere fa ci sono stati scontri davanti al ministero della Difesa, che è diventato ormai un santuario delle proteste. Anche un gruppo di veterani di guerra si è accampato davanti alla Kyria. Ma non basta più, ti dicono tutti. Serve una protesta più incisiva. È un’altra donna-coraggio, Vicky Cohen, mamma del soldato Nimrod, a lanciare l’idea: lo sciopero generale. «Il gabinetto di sicurezza ha deciso, in piena consapevolezza, di rinunciare a mio figlio Nimrod e a tutti gli ostaggi. C’è un solo modo per evitarlo: tutto. Perché l’economia non viene fermata? Siete dalla mia parte? Il silenzio li sta uccidendo!».

Per 22 mesi il governo Netanyahu ha sostenuto che ci fosse un solo modo per salvare gli ostaggi: la pressione militare. Nelle piazze nessuno ci crede più. «Il mio Yossi è stato ucciso a causa dell’intensità dei combattimenti. È stato colpito da un missile dell’Aeronautica militare nel luogo in cui era detenuto», ricorda Nira Sharabi, la moglie di Yossi Sharabi, ucciso in prigionia. Gilad lo ripete come un mantra: «Bisogna fermare la guerra, liberare gli ostaggi e andare a elezioni per cambiare regime».

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