GERUSALEMME – Benjamin Netanyahu vuole «finire il lavoro». E lo farà, «con o senza il sostegno di altri». Sono le 4 del pomeriggio quando l’ufficio del primo ministro convoca la stampa straniera in una Gerusalemme rovente, l’ultima volta era stato a settembre del 2024. La pressione che arriva anche dagli alleati europei per la distruzione e la fame a Gaza lo spinge a parlare con i giornalisti internazionali a cui è impedito l’ingresso nella Striscia dall’ottobre del 2023. Assicura che darà maggiore accesso ai reporter, ma non specifica a quali condizioni. Vuole smontare quella che definisce «la campagna globale di bugie di Hamas», ma soprattutto difendere la scelta di avviare una nuova offensiva militare per conquistare tutta la Striscia, una operazione a cui anche una larga parte della società israeliana si oppone. Mostra una slide con due aree cerchiate, Gaza City e i “campi” del centro di Gaza, gli obiettivi dell’avanzata che comporterà lo sfollamento di un milione di palestinesi.
È il «modo migliore per porre fine alla guerra e il modo migliore per porvi fine rapidamente», rivendica Netanyahu, mentre a New York è riunito il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alti funzionari dell’Onu avvertono che la mossa rischia di scatenare «un’altra calamità» su un territorio che già soffre «la fame, pura e semplice». Il premier israeliano, che sul punto si era scontrato anche con Trump, deve riconoscere che il problema esiste, promette di fare entrare aiuti più consistenti e di aprire nuovi corridoi “sicuri” per il transito dei convogli, ma respinge l’accusa che il suo governo stia perseguendo una «politica della fame». Mostra un’altra slide con quattro foto di bambini denutriti pubblicate dai giornali in queste settimane: c’è scritto fake news. «Avevano malattie pregresse, due di loro sono all’estero per essere curati», contrattacca Netanyahu. Il sistema di distribuzione degli aiuti affidato ai contractor della Ghf che il suo governo ha imposto nella Striscia è diventato una trappola mortale — dal 27 maggio più di 1.370 palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano cibo, affermano le Nazioni Unite — ma il premier israeliano respinge la responsabilità e sostiene che «gran parte degli spari sono stati effettuati da Hamas», senza fornire prove. Ripete che il gruppo palestinese sta rubando le scorte di medicine e cibo, ma è una circostanza che nessun reporter indipendente ha potuto verificare sul campo.
Non parla di negoziati possibili, Netanyahu, anzi dice che il piano è stato deciso per l’intransigenza e il rifiuto di Hamas di disarmare e che l’obiettivo dell’offensiva non «è occupare Gaza, ma liberarla dai terroristi e smilitarizzarla», anche se negli ultimi giorni i mediatori arabi, Egitto e Qatar, hanno incontrato Witkoff nel tentativo di far ripartire le trattative e Channel 12 paventa la possibilità che una delegazione del movimento palestinese ritorni al Cairo e a Doha per colloqui. A sera, Netanyahu sente Trump. Il suo ufficio fa trapelare la soddisfazione del premier per «il sostegno del presidente Trump». I due discutono i piani di Israele per prendere il controllo delle rimanenti «roccaforti di Hamas a Gaza». A Gaza intanto si diffonde la notizia di «una sorprendente avanzata dei carri armati delle forze Idf verso la zona del corridoio di Morag»: sono le esercitazioni in vista dell’invasione. Intanto in Israele le famiglie degli ostaggi tornano in piazza, terrorizzate dal rischio che la nuova guerra spenga per sempre la speranza di riportare a casa figli, fratelli, mariti.