«L’idea che il presidente abbia invitato un criminale sulla cui testa pende un mandato di cattura internazionale, mi lascia attonito. Così come la possibilità che a Zelensky venga proposto un inaccettabile scambio di territori. Purtroppo Trump ragiona come un’immobiliarista. Pensa che la via per ottenere il premio Nobel sia trattare l’Ucraina come una palazzina di Manhattan. Non c’è alcun principio morale in quel che fa e i russi se ne approfittano». Il generale a riposo Ben Hodges, già a capo del Comando dell’esercito Usa in Europa e oggi analista del Cepa, Center for european policy analysis usa parole durissime.
Cosa teme?
«Innanzi tutto l’amministrazione sbaglia a fare minacce che poi non mantiene. Ogni volta che ha parlato di sanzioni, è stata una messa in scena: Trump ha trovato sempre il modo di tornare sui suoi passi e i russi lo sanno. Purtroppo nel suo gabinetto nessuno osa contraddirlo. E mi colpisce l’atteggiamento che ha con Putin: sottomesso, diverso da quello che…
«L’idea che il presidente abbia invitato un criminale sulla cui testa pende un mandato di cattura internazionale, mi lascia attonito. Così come la possibilità che a Zelensky venga proposto un inaccettabile scambio di territori. Purtroppo Trump ragiona come un’immobiliarista. Pensa che la via per ottenere il premio Nobel sia trattare l’Ucraina come una palazzina di Manhattan. Non c’è alcun principio morale in quel che fa e i russi se ne approfittano». Il generale a riposo Ben Hodges, già a capo del Comando dell’esercito Usa in Europa e oggi analista del Cepa, Center for european policy analysis usa parole durissime.
Cosa teme?
«Innanzi tutto l’amministrazione sbaglia a fare minacce che poi non mantiene. Ogni volta che ha parlato di sanzioni, è stata una messa in scena: Trump ha trovato sempre il modo di tornare sui suoi passi e i russi lo sanno. Purtroppo nel suo gabinetto nessuno osa contraddirlo. E mi colpisce l’atteggiamento che ha con Putin: sottomesso, diverso da quello che ha con gli altri leader. Non vede che la Russia non è più la superpotenza di un tempo. Certo, ha armi nucleari ma la sua economia è fragile e ha avuto importanti perdite».
Gli europei vorrebbero almeno Zelensky al tavolo...
«Sono deluso dagli europei. Non possono farsi lasciare indietro così: sanno cosa rischiano, gli Stati Uniti li molleranno. Nulla di quel che Trump e Putin decideranno da soli sarà un bene per l’Ucraina e l’Europa se non saranno al tavolo anche loro. La presenza di Zelensky è essenziale: tanto più che Putin non lo vuole perché significherebbe riconoscerlo come leader legittimo. Purtroppo a Trump non interessano le sorti di Europa e Ucraina. Per lui tutto è business, vuol solo vendere più armi, senza capire che il bene dell’Europa è quello dell’America. Pensavo si fosse sentito abbastanza umiliato da Putin e avesse capito che non è affidabile. Ma credo che pur di finire la guerra per dire “merito il Nobel” cederà ancora a quello che è a tutti gli effetti un nostro nemico, voltando le spalle agli amici. Manca di strategia».
Cosa andrebbe messo in campo?
«Dovremmo pensare strategicamente e in senso più ampio. Perché essere seri su questioni come il rispetto dei confini nazionali, i diritti umani, la compattezza delle alleanze, è un messaggio forte anche alla Cina, nostro principale competitor. Sfortunatamente, il Senato non ha nessuna autonomia. E dal Pentagono non arriva nessun pensiero strategico perché la Difesa è guidata dalla persona più incompetente dell’amministrazione».
In Europa si teme una nuova Conferenza di Monaco...
«Sono d’accordo. Trump non legge, non studia, non conosce storia e geografia, non ha uno sguardo ampio delle cose, si annoia subito. È un leader pigro, pensa solo ad arricchire la sua famiglia e gli amici. Basta pensare a Witkoff, andato a meeting cruciali con Putin senza portare con se un interprete esperto e fidato del Dipartimento di Stato. Macché: si è fatto dare un interprete dal Cremlino, lì sul momento. Nessuno ha preso appunti e alla fine non si capisce cosa i russi abbiano davvero proposto o accettato. Poi, mi preoccupa anche la scelta dell’Alaska...»
Prego.
«Non inviti il tuo avversario in un posto che dice essere suo e di rivolerlo. Diciamocelo, l’incontro è un regalo a Putin. Lo rimette sul palcoscenico globale proprio quando potrebbe mandarne in crisi la capacità di esportare petrolio e gas e boicottare le sue relazioni con India e Turchia, impedendogli di guadagnare quel che gli serve a finanziare la guerra».
Qual è il mood dell’esercito in tutto questo?
«Parlo a titolo personale. Nell’esercito c’è chi è pro Trump e chi teme l’incompetenza del segretario alla Difesa. Io sono contro l’uso illegale dell’esercito in città come Los Angeles e Washington. E trovo che portare la campagna anti woke nelle caserme sia pericoloso: quando inizi a dire no a donne, gay, trans, minoranze e così via, distruggi la coesione essenziale a ogni corpo militare»