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Bolivia al voto per il nuovo presidente: senza Evo Morales, il Paese verso la vittoria della destra

(reuters)

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Da quasi venti anni il Paese andino è governato dalla sinistra. Dopo il tentativo di rovesciamento del governo Arce da parte delle forze armate e il divieto per l’ex presidente di candidarsi, la crisi imperversa tra le proteste
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BUENOS AIRES – Domenica 17 agosto si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Bolivia, un appuntamento elettorale che arriva in un momento di grande difficoltà per il Paese andino: qui la crisi non si è più fermata dal 26 giugno del 2024, ovvero da quando una parte delle forze armate boliviane ha cercato di rovesciare l’attuale governo guidato dal presidente Luis Arce. Negli ultimi mesi in Bolivia ci sono state continue proteste, blocchi stradali, scontri con le forze dell’ordine, dovuti tanto a una fortissima crisi economica come al divieto per l’ex presidente Evo Morales di potersi candidare alle elezioni. Ma soprattutto, il voto arriva mentre la sinistra nel Paese sudamericano è completamente spezzata, divisa in due da una rivalità che sembra aver toccato l’apice nell’ultimo periodo: quella fra l’attuale presidente Luis Arce e l’ex presidente Evo Morales, una volta alleati e oggi in aperto contrasto.

Secondo i sondaggi, per eleggere un presidente ci sarà bisogno di anda…

BUENOS AIRES – Domenica 17 agosto si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali in Bolivia, un appuntamento elettorale che arriva in un momento di grande difficoltà per il Paese andino: qui la crisi non si è più fermata dal 26 giugno del 2024, ovvero da quando una parte delle forze armate boliviane ha cercato di rovesciare l’attuale governo guidato dal presidente Luis Arce. Negli ultimi mesi in Bolivia ci sono state continue proteste, blocchi stradali, scontri con le forze dell’ordine, dovuti tanto a una fortissima crisi economica come al divieto per l’ex presidente Evo Morales di potersi candidare alle elezioni. Ma soprattutto, il voto arriva mentre la sinistra nel Paese sudamericano è completamente spezzata, divisa in due da una rivalità che sembra aver toccato l’apice nell’ultimo periodo: quella fra l’attuale presidente Luis Arce e l’ex presidente Evo Morales, una volta alleati e oggi in aperto contrasto.

Secondo i sondaggi, per eleggere un presidente ci sarà bisogno di andare al secondo turno e i vincitori del primo dovrebbero essere entrambi di destra: Samuel Doria Medina e Jorge “Tuto” Quiroga. Una assoluta novità in Bolivia, che da quasi 20 anni è governata dalla sinistra. Ma il dato che colpisce di più gli analisti è un altro: a una settimana dal voto, almeno il 30% degli intervistati ha dichiarato di essere ancora indeciso. Una percentuale molto alta che potrebbe far variare drasticamente i risultati e che rende davvero difficile fare pronostici sulla vittoria. Generalmente i sondaggi non sono molto affidabili in Bolivia e negli ultimi anni sono stati clamorosamente smentiti molte volte. Il secondo turno delle elezioni è previsto per il prossimo 19 ottobre. Secondo i sondaggi, il candidato che questa domenica dovrebbe ottenere il maggior numero di voti è Samuel Doria Medina, dell'Alianza Unidad, con il 21,2% dei consensi.

Samuel Doria Medina 

Doria Medina, imprenditore ed ex ministro, è seguito dall'ex presidente Jorge “Tuto” Quiroga, candidato di centro-destra sostenuto da Libertad y Democracia, che dovrebbe ottenere il 20% delle preferenze. Al terzo posto invece si collocherebbe Rodrigo Paz Pereira, del Partido Demócrata Cristiano, con l'8,3%, e al quarto Manfred Reyes, con il 7,7%. Samuel Doria Medina (66 anni) si presenta come un candidato “diverso”, ha una lunga carriera politica alle spalle ma, soprattutto, è un imprenditore multimilionario che aspira ad essere il primo presidente di destra a riprendere in mano il Paese, che negli ultimi 20 anni è stato guidato dal “Movimiento al socialismo”, il partito fondato da Evo Morales. “Un presidente imprenditore” che prenderà “decisioni rapide, senza fare calcoli politici”, come ha affermato lui stesso nel suo profilo Instagram. Ministro dal 1991 al 1993, proprietario della catena di fast-food “Burger King” in Bolivia, è uno degli imprenditori più noti del Paese ed è la quarta volta che si candida alla presidenza.

Mentre Jorge Quiroga, detto “Tuto”, è stato presidente della Bolivia dall’agosto del 2001 a quello del 2002, dopo essere stato vicepresidente ed ex-ministro. Politico di lungo corso, si presenta con un programma conservatore e molto incentrato sul lato economico, per far uscire il Paese dalla crisi economica che lo sta affliggendo. Il candidato punta ad attrarre capitale straniero, a tagliare le relazioni con Venezuela, Cuba, Iran e ha già dichiarato che sarebbe fondamentale aumentare l’estrazione ed esportazione di litio, metallo preziosissimo per la transizione ecologica la cui estrazione però causa danni gravissimi al territorio e che genera da anni grosse polemiche nel Paese andino.

Jorge "Tuto" Quiroga 

Le elezioni di domenica arrivano in un contesto politico completamente polarizzato da una rivalità che va avanti ormai da anni: quella tra l’attuale presidente del Paese Luis Arce e il suo vecchio alleato Evo Morales. Il confronto tra Evo Morales e Luis Arce è stato al centro della scena politica boliviana negli ultimi anni. Un rapporto che prima era stretto, ma che da quando Arce ha assunto la presidenza nel 2020 si è trasformato in una profonda rivalità. Morales è stato per anni una delle figure di spicco della sinistra latinoamericana e ha governato il Paese andino per ben tre mandati consecutivi, ottenendo risultati molto importanti: una grossa crescita economica (la povertà estrema in Bolivia è diminuita dal 36,7% al 16,8% tra il 2005 e il 2015) e grandi miglioramenti in tema di salute ed educazione pubblica.

Arce è stato il suo Ministro dell’Economia per 12 anni ed era stato Morales stesso a sceglierlo come candidato alla presidenza, dopo le sue dimissioni presentate nel mezzo di una grossa crisi politica nel 2019. Da quando è stato eletto come presidente della Bolivia nel 2020, Arce è stato oggetto di grossissime critiche da parte di Morales, che mette in dubbio la sua capacità di gestire il lascito della sua amministrazione. La tensione non ha fatto altro che aumentare, trasformandosi in una lotta interna per il controllo del Movimento al Socialismo (MAS), da cui provengono entrambi. Questa disputa si è intensificata con accuse reciproche e mobilitazioni che hanno diviso il partito, generando un clima di instabilità politica.

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