La carota e il bastone di Trump: così il tycoon potrebbe “vincere” il confronto con Putin
di Enrico FranceschiniLONDRA – Carota e bastone. Ma soprattutto bastone. Soltanto così Donald Trump potrebbe "vincere" il summit del 15 agosto in Alaska con (o, meglio, contro) Vladimir Putin: questo dicono esperti di Russia, analisti di affari internazionali, fonti diplomatiche e gli alleati europei degli Stati Uniti. Gli stessi osservatori, tuttavia, giudicano altamente improbabile che il capo della Casa Bianca agiti il bastone come sarebbe necessario per ottenere dal capo del Cremlino quello che Washington, l'Europa e l'Ucraina vogliono, cioè la fine della guerra. Nella pur minima eventualità che Trump faccia la cosa giusta al vertice, ecco dunque in che modo potrebbe prevalere ad Anchorage; e per quali motivi è invece lecito dubitare che lo farà.
La carota
Il presidente americano, concordano i commentatori, potrebbe cominciare illustrando a Putin quello che sarebbe disposto a offrirgli in cambio della pace in Ucraina: la graduale fine delle sanzioni occidentali; il ritorno a Mosca di banche, impre…
LONDRA – Carota e bastone. Ma soprattutto bastone. Soltanto così Donald Trump potrebbe "vincere" il summit del 15 agosto in Alaska con (o, meglio, contro) Vladimir Putin: questo dicono esperti di Russia, analisti di affari internazionali, fonti diplomatiche e gli alleati europei degli Stati Uniti. Gli stessi osservatori, tuttavia, giudicano altamente improbabile che il capo della Casa Bianca agiti il bastone come sarebbe necessario per ottenere dal capo del Cremlino quello che Washington, l'Europa e l'Ucraina vogliono, cioè la fine della guerra. Nella pur minima eventualità che Trump faccia la cosa giusta al vertice, ecco dunque in che modo potrebbe prevalere ad Anchorage; e per quali motivi è invece lecito dubitare che lo farà.
La carota
Il presidente americano, concordano i commentatori, potrebbe cominciare illustrando a Putin quello che sarebbe disposto a offrirgli in cambio della pace in Ucraina: la graduale fine delle sanzioni occidentali; il ritorno a Mosca di banche, imprese e commerci dell'Occidente che l'hanno lasciata come rappresaglia per l'invasione; lo scongelamento di oltre 300 miliardi di dollari appartenenti al Cremlino, bloccati in banche europee e Usa dall'inizio del conflitto. In più, il via a nuovi investimenti degli Stati Uniti in Russia e il ritorno del presidente russo sulla scena globale, come partner di Washington per una vasta gamma di comuni interessi, non più un paria marchiato dal mandato di arresto per crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale: tribunale che gli Usa comunque non riconoscono.
Sul piano militare ci sarebbe l'accettazione de facto della linea del fronte, a parte qualche minore scambio di territori, e la promessa che la Nato non inizierà un processo di adesione di Kiev all'Alleanza Atlantica. Nel complesso, direbbe Trump, abbastanza per permettere a Putin di sostenere, perlomeno davanti al popolo russo, di avere raggiunto la maggioranza degli obiettivi che aveva fissato per la guerra,
Il bastone
A questo punto, però, Trump avrebbe bisogno di agitate davanti a Putin il bastone: ovvero ricordargli che cosa rischia la Russia, se la guerra continua e il presidente americano esce dal summit a mani vuote. Sul piano economico: sanzioni del 500 per cento contro tutti I Paesi che, come India e Cina, continuano ad acquistare il petrolio di Mosca; confisca dei 300 miliardi di dollari della Russia congelati in banche occidentali; inasprimento delle sanzioni già in vigore e nessuna possibilità di investimenti in Russia. Sul piano politico: il capo del Cremlino continuerebbe a essere tagliato fuori da ogni questione globale, non potrebbe riavere il rispetto a cui tiene tanto.
Sul piano militare: maggiori aiuti a Kiev, con difese antiaeree, missili più potenti, un maggior numero di cacciabombardieri. In definitiva, Trump dovrebbe ricordare a Putin che non troverà mai più un presidente degli Stati Uniti così determinato ad avere buoni rapporti con Mosca, per cui gli conviene cogliere questa opportunità prima che sfumi; e al tempo stesso ammonirlo a non sottovalutare l’America, facendogli capire con chiarezza che lui non ama essere preso in giro, come perfino sua moglie, la first lady Melania, afferma che sta succedendo. Soltanto spaventando Putin con la prospettiva di una sconfitta militare, mostrando il bastone americano, Trump può persuadere Putin a mettere fine alla guerra: questo dicono tutti gli esperti.
I motivi dei dubbi
Ci sono molte ragioni per dubitare che questo accadrà e che dal vertice in Alaska sboccerà la pace in Ucraina. In primo luogo, è la Casa Bianca ad abbassare le aspettative sul summit: Trump andrà “ad ascoltare”, indica la sua portavoce. In secondo luogo, in Alaska non ci saranno nè il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nè l’Europa: il rischio che sia raggiunta un’intesa di comodo, inaccettabile per Kiev, Bruxelles e Londra, è assai alto.
Terzo: dopo essersi vantato tanto della propria abilità di negoziatore e avere regalato a Putin l’invito a un vertice a due, come se il problema fosse tra Usa e Russia, non fra Ucraina e Russia, Trump ha più da perdere di Putin da un vertice inconcludente ed è dunque verosimile che possa accettare qualunque accordo, spacciandolo per la pace, pronto a scaricare poi la colpa su altri (Zelensky, l’Europa) se l’accordo svanisce come una bolla di sapone. Quarto: i precedenti incontri fra Trump e Putin, in particolare il disastroso summit di Helsinki del 2019 in cui il presidente americano disse di credere più al capo del Cremlino che all’intelligence Usa sulle interferenze di Mosca nella campagna presidenziale del 2016 per danneggiare la sua avversaris democratica Hillary Clinton, suggeriscono che “è pericoloso lasciarlo solo in una stanza” con il leader della Russia. Ma a Washington non c’è nessuno, come scrive il New York Times, in grado di sedersi insieme a lui in una stanza con Putin: dando la priorità alla fedeltà anziché all’esperienza, alla Casa Bianca non ci sono più consiglieri con approfondita conoscenza della Russia, come era Fiona Hill nel primo mandato di Trump (diventata in seguito uno dei suoi critici).
Il negoziato con il Cremlino che ha portato al summit del 15 agosto è stato affidato a Steve Wiktoff, l’immobiliarista amico di Trump che fino a sei mesi fa non sapeva nulla di politica estera e che si è trovato a trattare con Putin, da 25 anni immerso negli affari internazionali al massimo livello. “Una trappola” per l’Ucraina e per l’Occidente: così molti in Europa descrivono perciò il vertice in Alaska. A meno che qualche leader europeo, nelle allarmate telefonate degli ultimi giorni, sia riuscito a convincere Donald Trump a usare più il bastone che la carota nel suo faccia a faccia con Vladimir Putin.