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A Odessa tra chi vive nell’incubo di un accordo umiliante: “Non si cede territorio a un dittatore”

(afp)

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“Io voglio la pace, sono stanca della guerra, ha anche distrutto la mia famiglia. Ma non la voglio ad ogni costo”, spiega una degli abitanti
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ODESSA- Vera e Piotr tagliano senza sosta una lunga striscia di stoffa mimetica, le dita di Natascha muovono agili e rapide l’uncinetto che fa il bordo alle reti per coprire l’attrezzatura militare, Galina riveste le reti con delle pezze verdi e grigie. Un lavoro di fino, massacrante, ma Galina non salta un giorno. A settantanove anni lavora in piedi per ore e ore: «voglio aiutare i soldati al fronte». Ma la spaccatura che attraversa il paese ha dilaniato la sua famiglia: il figlio Dmitri è rimasto a Odessa, suo fratello maggiore Evgeni vive in Russia. «Non ci parliamo più, non mi crede quando gli racconto dei droni e delle bombe, gli hanno fatto il lavaggio del cervello».

Per lei come per gli altri volontari che lavorano per un’ong di tatari della Crimea in un piccolo e anonimo edificio nel sud di Odessa, il vertice in Alaska è un incubo. «Io mi auguro - dice Galina - che Zelensky non ceda neanche un millimetro a Putin. Io voglio la pace, sono stanca della guerra, ha anche distrutto…

ODESSA- Vera e Piotr tagliano senza sosta una lunga striscia di stoffa mimetica, le dita di Natascha muovono agili e rapide l’uncinetto che fa il bordo alle reti per coprire l’attrezzatura militare, Galina riveste le reti con delle pezze verdi e grigie. Un lavoro di fino, massacrante, ma Galina non salta un giorno. A settantanove anni lavora in piedi per ore e ore: «voglio aiutare i soldati al fronte». Ma la spaccatura che attraversa il paese ha dilaniato la sua famiglia: il figlio Dmitri è rimasto a Odessa, suo fratello maggiore Evgeni vive in Russia. «Non ci parliamo più, non mi crede quando gli racconto dei droni e delle bombe, gli hanno fatto il lavaggio del cervello».

Per lei come per gli altri volontari che lavorano per un’ong di tatari della Crimea in un piccolo e anonimo edificio nel sud di Odessa, il vertice in Alaska è un incubo. «Io mi auguro - dice Galina - che Zelensky non ceda neanche un millimetro a Putin. Io voglio la pace, sono stanca della guerra, ha anche distrutto la mia famiglia. Ma non voglio la pace a ogni costo». Piotr annuisce, ci racconta con voce tremante che ha perso tutto. È uno sfollato di Golaya Pristan, il giorno che i russi hanno bombardato la diga di Nova Kakhovka, a giugno del 2023, lui si è ritrovato con tre metri di acqua in casa. Lo hanno salvato i pescatori, lo hanno caricato su una barca e messo in salvo su una collina. «Poi sono gli arrivati gli orchi russi e mi hanno cacciato». Vive a Odessa da allora. E anche lui guarda all’incontro di Ferragosto tra Trump e Putin con apprensione: «Non ho alcuna speranza. Dovremmo parlare con Putin solo da una posizione di forza. E di Trump non mi fido».

Oleksandra Kropacheva è una delle cape dell’ong, dopo il giro tra i volontari ci porta in un piccolo ufficio, «ma è meglio se non scrivete dove siamo o i russi ci bombardano». È stipato di scatoloni pieni di eliche, bulloni e attrezzi difficili da identificare. «Qui lavorano altri volontari, sono dei programmatori che vengono nel fine settimana ad assemblare i droni». Oleksandra è ebrea, la sua famiglia vive a Odessa da generazioni ed è sopravvissuta ai massacri del 1941, quando trentamila ebrei furono sterminati dalle forze di occupazione naziste. «Saremmo potuti scappare allora negli Stati Uniti, saremmo potuti scappare in Germania negli anni Novanta, non lo abbiamo fatto allora e non lo faremo mai, non ce ne andremo mai da Odessa».

Le minoranze hanno una motivata, storica paura dei russi. I tatari, ad esempio, deportati dalla Crimea sotto Stalin. Perseguitati anche ora che la penisola che gli antichi greci battezzarono Tauride, la penisola dell’Ifigenia di Euripide e Goethe, è tornata in mano russa. Fevzi Malmutov ci scruta con i suoi occhi neri, allungati. È il vicepresidente della provincia di Odessa, ci ha dato appuntamento in un bar. È del partito dell’ex premier Poroshenko, e su Putin ha le idee chiare. «Settimane fa migliaia di giovani sono scesi in piazza per protestare contro la legge che minacciava le autorità anti-corruzione. E qualche giorno dopo le proteste, Zelensky ha fatto marcia indietro. È questa la differenza tra noi e i russi. Noi siamo una democrazia. E non possiamo cedere a Putin. Perché non possiamo accettare che una parte della popolazione finisca in una dittatura. Una famiglia su due, in Ucraina, ha perso qualcuno, in questa guerra d’invasione del Cremlino».

È quello che pensa anche Peter Zalmaev. Lo raggiungiamo al telefono mentre è in Uganda, sta visitando con la sua ong 40 Paesi in 400 giorni, una missione «per convincere il sud del mondo a schierarsi con l’Ucraina». Un compito arduo. «Trump è ingenuo, è pericoloso. Non ha capito che Putin non vuole delle fette di territorio, vuole tutta l’Ucraina, vuole un fantoccio a Kiev. E noi non possiamo accettarlo. Cedere anche un centimetro di terra alla Russia significherebbe avallare un’annessione strisciante: Putin non si fermerà mai».

A fine luglio, alle due di notte, una bomba ha distrutto una parte di Privoz, un mercato leggendario nel cuore di Odessa, sopravvissuto a due secoli di incendi e guerre, menzionato dal grande scrittore Isaac Babel, ferito a morte dai russi. Una piccola gru si muove cauta tra le rovine, ma i chioschi della parte salva pullulano ancora di ucraini che mercanteggiano tra i banchi dei pescivendoli e dei fruttaioli. Liudmila, una ciocca rosa tra i capelli bianchi, vende ciabatte. «La mattina della bomba ero qui, c’erano vetri ovunque, i muri erano anneriti. Non ne posso più delle esplosioni, non dormo più. Vivo al quarto piano e sono terrorizzata dai droni. Sono stanca. Qualcuno fermi questa maledetta guerra».

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