Il summit, il giorno di Anchorage: “In Alaska si decide il futuro dell’Ucraina”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiLa Joint Base Elmendorf-Richardson ad Anchorage
ANCHORAGE – Gli escursionisti e i fotografi in cerca di alci tra le betulle e i pioppi del Kincaid Park, a 15 km dal centro storico di Anchorage, non badano neppure alle strutture di cemento avviluppate dalla folta vegetazione o in bella vista in un parcheggio. Oggi sono depositi o centri ricreativi per bambini, ma un tempo questi bunker, e pure l’odierno chalet, ospitavano i missili Nike Hercules e le loro testate nucleari. Durante il terremoto del Venerdì Santo del 1963, si rischiò persino il disastro atomico. C’è una targa a ricordare l’eroismo della Batteria A che lo scongiurò, una storia secretata fino a otto anni fa.
“Site Point” si chiamava il complesso ed era parte di una più ampia rete antiaerea, la prima linea di difesa che per decenni ha atteso l’arrivo dei bombardieri sovietici, l’attacco dell’Urss all’estrema frontiera americana che, ironia della storia, fino a 160 anni fa era un avamposto dell’Impero russo e fu svenduto per una manciata di dollari ad acro dallo Zar Ales…
ANCHORAGE – Gli escursionisti e i fotografi in cerca di alci tra le betulle e i pioppi del Kincaid Park, a 15 km dal centro storico di Anchorage, non badano neppure alle strutture di cemento avviluppate dalla folta vegetazione o in bella vista in un parcheggio. Oggi sono depositi o centri ricreativi per bambini, ma un tempo questi bunker, e pure l’odierno chalet, ospitavano i missili Nike Hercules e le loro testate nucleari. Durante il terremoto del Venerdì Santo del 1963, si rischiò persino il disastro atomico. C’è una targa a ricordare l’eroismo della Batteria A che lo scongiurò, una storia secretata fino a otto anni fa.
“Site Point” si chiamava il complesso ed era parte di una più ampia rete antiaerea, la prima linea di difesa che per decenni ha atteso l’arrivo dei bombardieri sovietici, l’attacco dell’Urss all’estrema frontiera americana che, ironia della storia, fino a 160 anni fa era un avamposto dell’Impero russo e fu svenduto per una manciata di dollari ad acro dallo Zar Alessandro II al segretario di Stato William Seward.
Uno dei bunker al Kincaid Park (Foto di Rosalba Castelletti)
Oggi il temuto nemico russo arriva, ma in pompa magna. Invitato senza aver fatto alcuna concessione, a dispetto del suo mandato d’arresto internazionale e dell’avanzata delle sue truppe in Ucraina. Primo leader del Cremlino a visitare l’Alaska, Vladimir Putin incontra il presidente statunitense Donald Trump nella blindata base Elmendorf-Richardson tuttora usata per intercettare i jet russi. Per un giorno l’Alaska torna a essere il luogo di confronto tra le due superpotenze. E mentre gli analisti cavillano su una possibile pace in Ucraina o una moderna Yalta, gli abitanti di Anchorage sono quasi infastiditi da tanto clamore.
Una griglia di anonimi parallelepipedi di diverse altezze protesa sulle distese fangose della baia di Cook ai piedi degli innevati monti Chugach, Anchorage non è che una sonnacchiosa città di passaggio. Il punto di partenza di moderni pionieri attratti dal mito dell’Estrema Frontiera: la corsa all’oro, il richiamo della foresta, la leggendaria gara di cani da slitta Iditarod. La magia delle notti artiche e delle aurore boreali in inverno e dei giorni senza buio in estate. Le avventure “into the wild”, nell’Alaska selvaggia immortalata dal libro di Krakauer e dal film di Penn.
Il municipio invita abitanti e visitatori a «essere preparati e ad avere pazienza» per i possibili disagi, ma a parte l’assalto delle troupe televisive e i radi sorvoli militari non c’è alcuna atmosfera di tesa vigilia. Per esorcizzare le periodiche rivendicazioni dei nazionalisti russi, gli abitanti ci scherzano su: «Solo una preghiera: non rivendeteci!». L’anno scolastico inizierà oggi come previsto. E i turisti che hanno esaurito le disponibilità alberghiere in questa fine estate curiosano tra i negozi di pellicce, artigianato dei nativi o attrezzature per la pesca del salmone in questi giorni in risalita. Elettrizzati, loro sì, dall’idea di trovarsi ad Anchorage «proprio quando due superpotenze si sederanno per decidere ancora una volta il corso della storia».
La mostra sulla Guerra Fredda all’Anchorage Museum (Foto di Rosalba Castelletti)
«Test atomici, stazioni radar e il confronto tra i due blocchi sembrerebbero roba passata. Non è così. Lo dimostra anche il prossimo summit», avverte Sierra guidando un gruppo di Chicago tra le sale della mostra “Dalla Guerra Fredda al Cosmo” che ha allestito all’Anchorage Museum. Si passa dal sistema di stazioni radar “Distant early warning line” all’Operazione Washtub per creare una rete di agenti stay-behind pronti in caso d’invasione sino ad arrivare ai moderni palloni-spia. Tutto quello che è valso all’Alaska il soprannome di “Guardiano del Nord” e che l’ha trasformata nello Stato con la più alta concentrazione di veterani del Paese, uno su 10, e in una patria di survivalisti che si preparano alla fine del mondo. Terminata la visita, Sierra si congeda dalla comitiva con un interrogativo a mezz’aria: «La guerra fredda è mai finita?».
«Oggigiorno è quasi peggio che mai», si sbilancia David Ramseur, ex assistente dei governatori locali. E dire che ci aveva provato a colmare il divario tra i due blocchi. Contribuì a organizzare il “Volo dell’Amicizia” inaugurato nell’88 per ricongiungere i nativi di Alaska e Siberia, uno dei tanti tentativi di disgelo dal basso che racconta nel libro Meltin the Ice Curtain. “Cortina di ghiaccio”, così era chiamato l’invisibile confine tra i due mondi. «Solo 88 km separano Alaska e Siberia e per migliaia di anni gli indigeni hanno attraversato lo Stretto di Bering con le loro barche. Sotto Gorbaciov gli scambi cessati nel 1848 erano ripresi. Ma con l’avvento di Putin le relazioni sono nuovamente deteriorate. E dopo l’invasione dell’Ucraina, finché non si ritirerà, nessuno qui vuole più avere niente a che fare con la Russia. Per molti quest’invito a Putin è prematuro. Gli concede il riconoscimento che disperatamente cercava senza che abbia accettato una tregua».
Anche il dottore in pensione Ted Mala, figlio di una russa e del primo attore nativo hollywoodiano, che pure è stato un pioniere degli scambi tra le due sponde del Bering, ora prende le distanze. «Questo vertice è un’altra delle idee strampalate di Trump. Una fronte all’altra, Alaska e Siberia hanno formato per anni un microcosmo. Ma con la guerra in Ucraina, ogni comunione si è annullata».
Anchorage ha sospeso il suo gemellaggio con la siberiana Magadan. E la Russia moltiplica le sue incursioni via cielo e via mare. Oggi i residenti della città più popolosa dell’Alaska non vogliono né Trump, un «bugiardo» per l’ex veterano del Vietnam Danny, né Putin, un «criminale di guerra» per il gruppo Stand Up Alaska che ha organizzato due manifestazioni. Al 430 di C Street, ritrovo di raduni, c’è già un cartellone con lo slogan: «Trump e Putin, fate l’amore, non la guerra».
La Cattedrale ortodossa russa Sant’Innocenzo (Foto di Rosalba Castelletti)
Un secolo e mezzo dopo il pessimo affare dello Zar, restano poche vestigia del “microcosmo” America Russa: le remote comunità di Vecchi credenti, un dialetto derivato dall’antico slavo ecclesiastico, qualche toponimo e cognome di origine russa, un ristorante di pelmeni, tortellini russi, con l’insegna in cirillico.
L’eredità più evidente è la Chiesa Russa Ortodossa per l’Alaska che fa capo a Washington, ma mantiene buoni rapporti con Mosca. Oggi nella Cattedrale russa ortodossa di Sant’Innocenzo con le cupole a cipolla blu, si tiene l’ultima di tre veglie di preghiera per la pace indette dall’arcivescovo Aleksej. «Come ortodossi non crediamo nelle coincidenze. Più grande è l’evento, più vediamo la mano di Dio», gioisce il diacono Thomas Rivas. «L’Alaska è stata l’ultima frontiera dell’Impero russo e lo è oggi del continente americano. È una zona franca, lontana da Mosca e da Washington. E se, come speriamo, una pace verrà siglata qui, l’Alaska tornerà a essere un ponte tra i due mondi».