Trump non ottiene il cessate il fuoco in Ucraina, dal vertice di Anchorage con Putin esce sconfitto
dal nostro inviato Paolo MastrolilliANCHORAGE – Il passaggio che Donald Trump ha dato a Vladimir Putin sulla sua auto blindata, la mitica "Beast", per accompagnarlo al vertice nella Joint Base Elmendorf-Richardson, non ha sedotto il capo del Cremlino. Perciò il delizioso pranzo preparato per i due leader è rimasto nei piatti di portata, perché alla fine dei colloqui durati due ore e mezza non c’è stato l’accordo che voleva il capo della Casa Bianca. Non c’è neanche l’ombra del cessate il fuoco, promesso durante la campagna elettorale entro le prime 24 ore di presidenza, e quindi non c’era motivo di approfondire le conversazioni con gli accordi economici, commerciali o lo sviluppo dell’energia, su cui il tycoon cresciuto secondo le logiche del feroce mercato immobiliare di New York aveva forse scommesso troppo.
L’ex agente del Kgb lo ha incartato. Ha incassato la vittoria dello scongelamento sul piano delle relazioni internazionali, e si è potuto persino togliere lo sfizio di sfotterlo, invitandolo la prossima volt…
ANCHORAGE – Il passaggio che Donald Trump ha dato a Vladimir Putin sulla sua auto blindata, la mitica "Beast", per accompagnarlo al vertice nella Joint Base Elmendorf-Richardson, non ha sedotto il capo del Cremlino. Perciò il delizioso pranzo preparato per i due leader è rimasto nei piatti di portata, perché alla fine dei colloqui durati due ore e mezza non c’è stato l’accordo che voleva il capo della Casa Bianca. Non c’è neanche l’ombra del cessate il fuoco, promesso durante la campagna elettorale entro le prime 24 ore di presidenza, e quindi non c’era motivo di approfondire le conversazioni con gli accordi economici, commerciali o lo sviluppo dell’energia, su cui il tycoon cresciuto secondo le logiche del feroce mercato immobiliare di New York aveva forse scommesso troppo.
L’ex agente del Kgb lo ha incartato. Ha incassato la vittoria dello scongelamento sul piano delle relazioni internazionali, e si è potuto persino togliere lo sfizio di sfotterlo, invitandolo la prossima volta a Mosca, pensando probabilmente di aver guadagnato il tempo necessario a proseguire la guerra fino alla sconfitta militare di Zelensky. A quel punto, se proprio Trump vorrà accettare la visita nella "Terza Roma", sarà solo per prendere atto del fatto che Kiev è caduta e Washington ha perso. A meno che nelle prossime ore Donald non trovi la spina dorsale necessaria a prendere i provvedimenti che minacciava prima del suo inutile ultimatum, ammettere che Vladimir lo sta portando a spasso, e iniziare ad imporre le sanzioni secondarie più dure, sommate all’accelerazione delle forniture militari all’Ucraina, che forse potrebbero convincere Putin ad accettare un vero negoziato serio ed equo, per mettere fine all’invasione da lui ordinata.
La conferma che il vertice è andato così l’ha data lo stesso Trump, rinunciando alla conferenza stampa congiunta prevista alla fine dell’incontro. Se avesse vinto, o quanto meno avesse strappato qualche barlume di accordo, avrebbe parlato per un paio di ore, come era successo dopo il vertice Nato in Olanda, dove aveva strappato agli alleati europei la concessione di investire il 5% del pil nella difesa. Invece si è limitato ad una breve dichiarazione, perché c’era poco da dire, poco da esaltare e rivendicare, poco da spiegare. "Non c’è un accordo - ha detto - finché c’è un accordo".
Così ha svuotato anche le poche parole di speranza pronunciate, quando ha affermato che ci sono stati progressi: "Abbiamo avuto un incontro estremamente produttivo e molti punti sono stati concordati. Ne mancano solo pochissimi. Alcuni non sono così significativi. Uno è probabilmente il più significativo, ma abbiamo ottime possibilità di arrivarci. Non ci siamo arrivati, ma abbiamo ottime possibilità di arrivarci". Tradotto da questo maldestro tentativo di salvare la faccia, significa che il cessate il fuoco su cui aveva puntato in maniera esplicita e ultimativa, con le dichiarazioni rilasciate sull’Air Force One mentre era in volo da Washington per Anchorage, non c’è. Ma siccome aveva anche detto che in sua assenza non sarebbe stato felice, ora si tratta di capire in cosa si tradurrà il suo disappunto.
Più tardi, parlando con la Fox, ha dichiarato che "non sto pensando ora a nuove sanzioni, ne riparleremo tra due o tre settimane". Invece ha detto a Zelensky di "fare un accordo, perché la Russia è una grande potenza e l’Ucraina non lo è". Quindi ha aggiunto che "un incontro a tre potrebbe avvenire presto, forse anche la prossima settimana. Entrambi vogliono che parteci e io ci sarò". Anche se, al momento, "una grande cosa" non meglio specificata impedisce l’intesa.
E pensare che il vertice era partito col piede giusto, proprio come lo aveva immaginato Trump. Due vecchi amici, contenti di ritrovarsi dopo troppo tempo. Sorrisi, strette di mano, battute, e poi un passaggio sull’auto presidenziale americana, la mitica "Beast" super blindata, per andare insieme alla sede del vertice.
La coreografia dell’arrivo ad Anchorage e del saluto fra Trump e Putin, avvenuto poco prima delle 11 del mattino ora locale, racchiudeva insieme la speranza e i timori per questo straordinario appuntamento. Da una parte, infatti, la cordialità e il buon rapporto personale vantato sempre dal capo della Casa Bianca con quello del Cremlino era la leva che Donald pensava di poter usare allo scopo di convincere Vladimir ad accettare il cessate il fuoco; dall’altra, però, era anche il rischio che l’ex agente del Kgb riuscisse ad usare i trucchi dell’addestramento ricevuto nel corso del suo servizio, per irretire il tycoon immobiliarista.
Alla vigilia del vertice, il capo della Casa Bianca aveva detto che avrebbe capito nel giro di pochi minuti le vere intenzioni di quello del Cremlino, ossia se vuole davvero mettere fine alla guerra in Ucraina oppure no. Se fosse arrivato alla conclusione che non era serio, si sarebbe alzato in fretta dal tavolo. Donald è convinto di avere un buon rapporto personale con Vladimir, che lo mette nelle condizioni di chiudere la guerra. I suoi critici temono che si illuda, rendendosi facile preda delle lusinghe e dei trucchi dell’ex agente del Kgb. Alla fine Trump non si è alzato dal tavolo dopo due minuti, però le due ore e mezza di colloqui sono state meno della metà di quelle previste nell’agenda americana, secondo cui i due presidenti sarebbero dovuti restare al tavolo dalle 11 del mattino alle cinque del pomeriggio.
Il guaio però è che il vertice lo ha concesso e organizzato il capo della Casa Bianca, su richiesta di quello del Cremlino. Quindi il mezzo fallimento ricade sulle sue spalle, mentre Putin ha ottenuto la vittoria di essere accolto sul tappeto rosso, riabilitato davanti ad una comunità internazionale che lo aveva già condannato come criminale di guerra, evitato la deriva negativa nelle relazioni personali che sembrava portare verso le sanzioni e chissà quali altri provvedimenti, e guadagnato il tempo necessario a proseguire la sua offensiva in Ucraina. A meno che Trump, nella chiamata con Zelensky e gli alleati europei seguita al vertice, non abbia capito e ammesso di essere stato giocato ancora una volta. E quindi adesso cambi strategia, invece di sperare nell’improbabile viaggio a Mosca, come le tre sorelle di Chekhov.