“Close but no cigar”, c’eri quasi ma niente sigaro in premio, era il grido nei Luna Park americani di un tempo, quando lo spettatore mancava di poco il bersaglio e il vecchio ritornello deve essere tornato in mente ieri ad Anchorage al presidente Donald Trump, dopo il summit con il presidente russo Vladimir Putin, concluso senza lo storico annuncio di cessate il fuoco in Ucraina sognato dal leader Usa, a caccia di Nobel per la Pace 2026.
Eppure l’atmosfera era stata preparata alla perfezione, Trump che applaudiva Putin sul tappeto rosso, lo accoglieva, onore raro, sulla Beast, la limousine da 10 tonnellate capace, come l’Aston Martin di 007, di spargere olio sull’asfalto o fulminare con scariche elettriche dalle maniglie. Una reporter importuna aveva strillato “Quando smetterete di uccidere la gente?”, Putin l’aveva irrisa, “Non sento, non sento” e il mood russo era spavaldo, il ministro Lavrov con la felpa CCCP, la sigla defunta dell’Urss, i cronisti fedeli al Cremlino a mangia…
“Close but no cigar”, c’eri quasi ma niente sigaro in premio, era il grido nei Luna Park americani di un tempo, quando lo spettatore mancava di poco il bersaglio e il vecchio ritornello deve essere tornato in mente ieri ad Anchorage al presidente Donald Trump, dopo il summit con il presidente russo Vladimir Putin, concluso senza lo storico annuncio di cessate il fuoco in Ucraina sognato dal leader Usa, a caccia di Nobel per la Pace 2026.
Eppure l’atmosfera era stata preparata alla perfezione, Trump che applaudiva Putin sul tappeto rosso, lo accoglieva, onore raro, sulla Beast, la limousine da 10 tonnellate capace, come l’Aston Martin di 007, di spargere olio sull’asfalto o fulminare con scariche elettriche dalle maniglie. Una reporter importuna aveva strillato “Quando smetterete di uccidere la gente?”, Putin l’aveva irrisa, “Non sento, non sento” e il mood russo era spavaldo, il ministro Lavrov con la felpa CCCP, la sigla defunta dell’Urss, i cronisti fedeli al Cremlino a mangiare “Pollo alla Kiev” in aereo e lamentarsi delle brande, mentre la disinformazione Fsb parlava di inesistenti provocazione ucraine.
Dall’entusiasmo alla realtà
E il calore personale è durato fino all’ultimo, con Trump a chiamare il capo di un paese sottoposto a sanzioni internazionali, ricercato dal mandato della Corte Penale Internazionale, “Vladimir” e Putin a invitarlo a Mosca, in inglese. Ma la spavalderia dell’arrivo era scomparsa dopo il meeting, con Trump a mormorare, senza la forza dell’esordio macho, “Niente accordo finché non c’è accordo” e Putin a incalzarlo spietato, “si devono eliminare le cause profonde di questa guerra”, vale a dire via il presidente Zelensky da Kiev, mai la Nato nel paese, un governo fantoccio di Mosca al potere. E chi temeva, o sperava, che la Casa Bianca svendesse gli ucraini, dando agli ucraini un aut aut, concedete il Donbass, umiliatevi a Putin o niente armi, ha dovuto prendere atto che, per quanto la coreografia sia stata immacolata, il ritorno in società di Putin inamidato, lo sforzo di Trump prodigo, la Storia non si accontenta di realtà virtuali e non si ha nessun cessate il fuoco, neppure una tregua e la soluzione coreana, stop alla guerra senza trattato di pace, non è prossima. Trump che lascia la conferenza stampa senza domande ne è la, dimessa, prova.
Ora Trump parlerà con Zelensky, con la Nato, con gli alleati europei, la sua affabilità con la delegazione russa non è mai venuta meno, ma un risultato netto non è venuto e la tragedia che dal 2022 insanguina l’Europa dell’Est resta aperta. Un diplomatico europeo di stanza a Washington osserva con Repubblica “Al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca oggi si applica la diplomazia del fatto compiuto, Trump che da Deus ex Machina risolve i casi disperati. Purtroppo la guerra e la pace, dal Donbass a Gaza, richiedono pazienza certosina e passi piccoli e precisi. Dall’Alaska nulla di fatto direi”.
Cosa succede ora?
E ora? Chi conosce il presidente Trump sa bene che il suo giudizio sui fatti è condizionato dalla reazione dei media, dei social online, dei talk show, e per questo ha messo in calendario tre interviste a raffica sulla rete conservatrice Fox. Come reagirà se descritto da debole, con un summit storico barzotto e Putin nelle vesti del lupo alfa? Sforzerà Zelensky ad accettare il diktat di Mosca o, al contrario, si irriterà con Putin rendendosi conto di essere stato depistato dal vecchio colonnello dello spionaggio Kgb?
Vedremo. Per adesso è vendicata la posizione dei troppo deprecati leader europei, Starmer, Merz, Macron, Meloni che alla vigilia della kermesse di Anchorage avevano consigliato a Trump di non scommettere su uno showdown, ma di mettere a punto condizioni modeste, precise, irrefutabili. Certo del suo carisma negoziale Trump è andato avanti comunque, fino alla scacco del nulla di fatto.
La prima sorpresa, e con Trump protagonista i colpi di scena non mancano di certo, era stata la telefonata con il dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko, accusato dall’Associazione degli Avvocati Usa di tortura, repressione di massa, duemila detenuti politici di cui non si ha traccia. A lungo al bando da contatti con la Casa Bianca, tranne una foto dieci anni fa con Barack Obama, Lukashenko è stato definito da Trump leader “molto rispettato, un colloquio meraviglioso”, con le promesse reciproche di un vertice a breve e il rilascio di circa 1300 dissidenti. La Bielorussia agisce da stato vassallo di Mosca, retroterra e arsenale militare e minacciando l’Ucraina dall’ampio confine condiviso, poco distante in linea d’aria da Kiev, il disgelo con Washington preoccupa dunque non poco la diplomazia di Zelensky.
La composizione dei team
La composizione delle squadre al summit era già chiaro anticipo delle rispettive intenzioni. Con Trump, il segretario di Stato Marco Rubio, che da senatore ebbe a definire Putin “macellaio sanguinario”, ma da ministro degli Esteri ha moderato i toni; il ministro del Tesoro Scott Bessent, forse disponibile a un baratto sulle terre rare, tesoro dell’industria del nostro tempo di cui la Russia ha urgente bisogno, Howard Lutnick, segretario al Commercio, da sempre ostile a Zelensky, il direttore Cia John Ratcliffe e Steve Witkoff, amico fidato di Trump, inviato in Russia a trattare con il Cremlino, pur privo di esperienza internazionale e con lo staff tarpato dal licenziamento in tronco degli esperti di Russia. Witkoff ha stretto un buon legame con il consigliere di Putin Kirill Dimitriev, i due sognano una Trump Tower del lusso a Mosca. Con loro Pete Hegseth, isolazionista Ministro della Difesa che ha sospeso, motu proprio, l'invio delle armi a Kiev, poi ripristinato da Trump, e il generale Dan Caine, capo Stato Maggiore Difesa, scettico sulle mosse di Putin, “nostro avversario strategico”, deciso a "dire sempre la verità al presidente" come ha fatto ieri.
Putin schierava un pacchetto di mischia guidato Sergey Lavrov, il duro ministro degli Esteri spacciato a lungo dalla propaganda online da "moderato", pizzicato dai reporter forse con la felpa CCCP, sigla della defunta Urss, Yuri V. Ushakov, ex ambasciatore negli Usa, Andrei R. Belousov, ministro della Difesa dal 2024 per tamponare le falle aperte dal conflitto fra le forze armate russe, Anton Siluanov, ministro delle Finanze assediato dalle sanzioni, rublo in apnea e dal terzo del bilancio che si sperpera nella guerra, e infine Dmitriev tuttofare alle costole di Witkoff. Un team di veterani per Mosca, un gruppo di fedelissimi del presidente al debutto in un incontro dal peso storico.
La gioia dello zar
Per Putin solo toccare con le suole delle scarpe l’asfalto Usa, con il tacco alto per guadagnare qualche centimetro, spesso Lobb o Ferragamo dice il gossip, è un successo, la Corte Penale Internazionale lo vorrebbe a processo, Washington non la riconosce e quindi il presidente russo torna protagonista assoluto e riconosciuto. Ma chi era certo, e quanti l’avevano strombazzato da quanti giornali, tv, cattedre che la Realpolitk spazza ormai formidabile l’utopia del diritto internazionale nato nell’effimera stagione di pace dopo la Guerra Fredda, i diritti, le democrazie, la resistenza dei paesi invasi, i valori di tolleranza è rimasto deluso, almeno finora: close but no cigar.