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Lo show del summit e la prevalenza dello zar nella sfida tra maschi alfa

I caccia F-22 sulla pista di Anchorage. Sullo sfondo, l’Air Force One del presidente Trump

 

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Il passo quasi atletico rispetto al collega americano, la stretta di mano dominante, le dita a megafono durante il rito delle foto: così Putin ha vinto ai punti la gara dell’immagine
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Sarebbe sbagliato considerare le istantanee di queste pagine solo con il metro dello show business politico. L’imponente aereo russo Ilyushin Il-96-300PU muso contro muso con il Boeing 747-200B, detto Air Force One, il tappeto rosso steso a T, in stile Hollywood party, l’applausometro a scena aperta di Trump, inedito assoluto nei vertici Usa-Russia, la limousine Beast da 10 tonnellate con la coppietta dei leader seduti a fianco, a fare ciao ciao dal finestrino a prova di bazooka, come la Regina Elisabetta con i sudditi, le dita raccolte a megafono di Putin davanti ai giornalisti, le smancerie in diretta, «Caro Vladimir…», «Ti invito a Mosca presto…», «Eh mi faranno nero…», le virili strette di mano che vedete qui riprodotte, serrate in ripetizione forzosa che lo psicologo Karl Albrecht definisce «il tentativo non verbale di Trump di apparire lupo alfa» (ma è stato Putin ad appoggiare il palmo sopra quello di Trump e quindi a mettersi in posizione dominante), Putin che caracolla agile …

Sarebbe sbagliato considerare le istantanee di queste pagine solo con il metro dello show business politico. L’imponente aereo russo Ilyushin Il-96-300PU muso contro muso con il Boeing 747-200B, detto Air Force One, il tappeto rosso steso a T, in stile Hollywood party, l’applausometro a scena aperta di Trump, inedito assoluto nei vertici Usa-Russia, la limousine Beast da 10 tonnellate con la coppietta dei leader seduti a fianco, a fare ciao ciao dal finestrino a prova di bazooka, come la Regina Elisabetta con i sudditi, le dita raccolte a megafono di Putin davanti ai giornalisti, le smancerie in diretta, «Caro Vladimir…», «Ti invito a Mosca presto…», «Eh mi faranno nero…», le virili strette di mano che vedete qui riprodotte, serrate in ripetizione forzosa che lo psicologo Karl Albrecht definisce «il tentativo non verbale di Trump di apparire lupo alfa» (ma è stato Putin ad appoggiare il palmo sopra quello di Trump e quindi a mettersi in posizione dominante), Putin che caracolla agile giù dalla scaletta dell’aereo davanti al collega Usa sceso poco prima reggendosi maldestro, sono cronaca fedele del nostro tempo.

La stretta di mano dominante di Putin, con il palmo sopra quello di Trump

 

La giacca chiusa di Putin, i bottoni aperti di Trump da passeggiata su Fifth Avenue, le cravatte gemelle, bordeaux e scarlatta Maga, i militari impettiti in saluto d’antan, hanno fatto parlare lo studioso Ian Bremmer, in un tweet, di forma esibita per nascondere la flebile sostanza politica, ma se fissate le smorfie, le ali dei jet, l’affetto del Bromance al potere, scoprirete come nell’era dell’Ia, social media, astroturfing, saturare di disinformazione il web per cloroformizzarlo alla verità, le foto qui accanto si sublimano in sostanza radicale, selfie di Stato a Ferragosto assurti a memoria storica per generazioni svagate.

Putin recita mellifluo, nella lingua desiderata da chi lo ascolta, modalità mutuata dal collega nello spionaggio Kgb Yuri Bezmenov, nel “Manuale dell’Eversione” 1983: «La tecnica sovietica nei summit serve ad alterare la percezione della realtà di ogni americano fino al punto che, pur sommersi da informazioni, nessuno riesca più a trarre conclusioni sensate per difendere se stesso, la propria famiglia, la propria comunità, il proprio paese», e il metodo antico si fa pixel colorato all’estremo Nord.

Il presidente Putin sul tappeto rosso della base aerea Elmendorf-Richardson

 (reuters)

Trump vi appare concentrato, maestro del “trollaggio”, irride gli avversari imponendo la propria versione digitale della realtà, mentre Putin, allievo di Bezmenov, coglie davanti agli obiettivi ogni debolezza degli interlocutori. Il metodo del selfie politico, con cui ha vinto il match venerdì, lo ha rodato, nel 2000, al debutto con la segretaria di Stato Madeleine Albright, fingendo di idolatrarla, «È un osso duro, mi mette pressione», per poi sussurrarle suadente «so che le piace apparire tosta, madame», con il portavoce James Rubin sconsolato: «Le disse in pratica: cara ti ho gettato un osso, ho studiato il tuo dossier, rassegnati», e ha replicato lo show ad Anchorage con Trump.

Trump applaude Putin sulla pista di atterraggio di Anchorage prima dell’incontro

 

La cancelliera tedesca Angela Merkel, da sempre afflitta dalla fobia dei cani, a Sochi si vide apparire davanti Koni, labrador nero di Putin, lamentando l’episodio, colto da un solerte paparazzo, nelle sue memorie. Peggio toccò a Fiona Hill, National Security Council, al vertice 2018 a Helsinki, con Putin a infliggere a Trump un sermone su Mosca che mai si sarebbe ingaggiata nella guerra psicologica della disinformazione contro Washington, con tanta efficacia da indurla alla tentazione di fingere un attacco epilettico, pur di bloccarlo.

La morale di queste immagini è riassunta sul Washington Post da Sergei Pugachev, businessman russo in esilio: «Putin ha la magica abilità di mutarsi in specchio davanti ai fotografi, dicendo a chi ha davanti quel che si aspetta di sentire», miraggio abbagliante anche per Trump.

Relegate nei cloud online le foto d’Alaska, all’ego del presidente Trump non basteranno però i gesti, dovrà riflettersi nello specchio di Bezmenov, rimuginando il da farsi. Spenti i riflettori, ha parlato di cessione del Donbass occupato alla Russia, senza la foglia di fico di una tregua, ha deluso le aspettative dei leader europei e domani riceverà un preoccupato presidente ucraino Zelensky.

Putin con le mani a megafono mentre i giornalisti scattano le foto prima del vertice

 

Putin, guardatene il volto ormai stirato dalla chirurgia plastica, lo sa titillare astuto, definendo l’invasione del 2022 “guerra di Biden”, che mai sarebbe scoppiata sotto Trump, e al leader repubblicano tocca scegliere fra specchio magico dei teleobiettivi e nuda realtà. John Bolton, vecchio arnese neocon di Bush figlio, poi avventata recluta trumpiana, confessa mogio: «Nessuno osa contraddire Trump, faccia a faccia, a Washington», ma anche stavolta sbaglia. Il capo di stato maggiore della Difesa, generale Dan Caine, che le foto ufficiali hanno volutamente trascurato, non abbocca alle moine di Putin, predicando cautela e ulteriori intese con Merz, Meloni, Starmer e Macron, consapevole che, oltre i souvenir kitsch d’Alaska da copia incolla, conti quella che lo scrittore russo-ucraino Vasilj Grossman definiva presago «la brutale verità della guerra». I pixel colorati degli spin doctor, i completi monopetto degli stilisti, la grinta in primo piano non salveranno né Usa né Russia.

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