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Putin, la sfilata sul tappeto rosso. Poi nessuna concessione e il paria torna a essere pari

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All’ex spia del kgb bastano tre ore per ottenere tutto ciò che vuole: la piena riabilitazione nel paese rivale evitando di dover fare passi indietro
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Base di Elmendorf-Richardson (Anchorge) – L’ex agente del Kgb che pensa «a lungo termine», alle «cause primarie» del conflitto da sradicare, ha sovrastato l’ex immobiliarista che puntava tutto su una contrattazione rapida e veloce per ottenere un «accordo» da sbandierare. Il trionfo di Vladimir Putin sta tutto in quel tappeto rosso srotolato sulla pista della base aerea di Elmendorf-Richardson di Anchorage, in Alaska, che lo ha trasformato di colpo da paria inseguito da sanzioni e da un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra a pari in un incontro col leader di una superpotenza mondiale.

A Putin poco importa che i colloqui con Donald Trump siano durati la metà del previsto o non abbiano portato all’atteso accordo per porre fine al conflitto in Ucraina. Il vertice non era ancora iniziato, ma in pochi minuti aveva ottenuto tutto quello che sperava: un ritorno allo status di Grande benché sia l’uomo che tre anni fa quel conflitto lo ha iniziato. Non solo il primo viaggio …

Base di Elmendorf-Richardson (Anchorge) – L’ex agente del Kgb che pensa «a lungo termine», alle «cause primarie» del conflitto da sradicare, ha sovrastato l’ex immobiliarista che puntava tutto su una contrattazione rapida e veloce per ottenere un «accordo» da sbandierare. Il trionfo di Vladimir Putin sta tutto in quel tappeto rosso srotolato sulla pista della base aerea di Elmendorf-Richardson di Anchorage, in Alaska, che lo ha trasformato di colpo da paria inseguito da sanzioni e da un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra a pari in un incontro col leader di una superpotenza mondiale.

A Putin poco importa che i colloqui con Donald Trump siano durati la metà del previsto o non abbiano portato all’atteso accordo per porre fine al conflitto in Ucraina. Il vertice non era ancora iniziato, ma in pochi minuti aveva ottenuto tutto quello che sperava: un ritorno allo status di Grande benché sia l’uomo che tre anni fa quel conflitto lo ha iniziato. Non solo il primo viaggio su suolo Usa in un decennio, ma anche applausi, stretta di mano, guardia d’onore, sorvolo militare e il giro sulla Cadillac presidenziale come due vecchi amici ritrovati.

E a fine giornata è andato via senza aver concesso nulla e avendo eluso tutto. La tregua che Trump aveva più volte provato a imporgli a colpi di ultimatum. O un passo indietro dalle condizioni del “memorandum” presentato il 2 giugno dal suo team negoziale a Istanbul”. Sono rimaste tutte sul tavolo: accordo di pace globale e non cessate il fuoco, concessioni e scambi territoriali, una nuova architettura di sicurezza per l’Ucraina e l’Europa, il riconoscimento della lingua russa e la tutela della Chiesa russa ortodossa. Eppure è andato via senza subire ripercussioni.

Né le sanzioni più volte minacciate, né il trattamento riservato a Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale. Putin, anzi, è riuscito a preservare il dialogo col «buon vicino» e a guadagnare tempo per le sue forze sul campo. Ha persino strappato da Trump il riconoscimento di guidare «una grande potenza, la numero 2 al mondo» e la mezza promessa di un viaggio in Russia. Quando ha detto in inglese «Next time in Moscow», «La prossima volta a Mosca», Trump ha risposto «Magari mi criticheranno per questo, ma potrebbe accadere». Anchorage 2025 si è chiuso come Helsinki 2018: una sua vittoria a dispetto del nulla di fatto.

Non stupisce il giubilo della stampa russa per l’«accoglienza pomposa». Colpisce semmai la pacatezza del solitamente infervorato Dmitrij Medvedev: «Negoziati sono possibili senza precondizioni e con la contemporanea continuazione dell’Operazione militare speciale. Entrambe le parti hanno esplicitamente addossato la responsabilità della cessazione delle ostilità sulle spalle di Kiev e Ue. Convocando al Cremlino i vertici dello Stato, lo stesso Putin si è rallegrato: «Abbiamo avuto l’opportunità, che abbiamo colto, di parlare della genesi e delle cause di questa crisi». Tanta è la soddisfazione che il suo consigliere Jurij Ushakov non ha avuto remore a smentire Trump su un imminente trilaterale col leader ucraino Volodymyr Zelensky. «Non se n’è parlato».

Certo, a onor del vero, Putin voleva che Trump si schierasse pienamente dalla sua parte e non ci è riuscito, almeno non nella misura desiderata. E i colloqui in formato allargato in cui si sarebbe dovuto discutere di dossier bilaterali, a partire dalla cooperazione economica, sono saltati. Ma, come ha osservato bene Medvedev, ha trovato l’intesa con Trump sui capri espiatori della pace che non verrà. «Spererei che l’intesa raggiunta insieme apra la strada alla pace in Ucraina. Ci aspettiamo che Kiev e le capitali europee non ostacolino i lavori e non usino accordi segreti per lanciare provocazioni che affossino i progressi appena iniziati». Trump gli ha fatto eco: «Alla fine, la decisione spetta a loro». Parole da Pilato. Se lunedì, come previsto, Zelensky rifiuterà la tentata intesa alle sue spalle, entrambi potranno dire di averci provato.

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