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Soldati e droni, un’avanzata inesorabile: i russi sicuri di vincere in Ucraina

(afp)

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I nemici in difficoltà: la superiorità sul terreno lo ha convinto a dire no alla tregua
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L’affondo delle pattuglie russe lunedì scorso ha formato sulla mappa del Donetsk un disegno simile a due dita, lunghe oltre dieci chilometri e pronte ad aprirsi nel segno di vittoria. Ieri gli ucraini le hanno spezzate e sono riusciti a rioccupare parte del terreno, uccidendo più di 270 degli infiltrati nei rastrellamenti casa per casa. Davanti all’emergenza, il quartier generale è stato costretto a prelevare truppe da una dozzina di brigate: compagnie di parà, della Azov, dei marines, della Guardia Nazionale.

Tanti piccoli reparti, ciascuno con meno di cento uomini, perché non c’era un’unità più grande che si potesse spostare senza aprire falle nella prima linea. Ma quello che è accaduto alle porte di Dobropillia può avvenire in altri punti e testimonia ancora una volta la fragilità delle difese: non ci sono abbastanza fanti per presidiare tutto il fronte, permettendo ai nemici di penetrare tra i capisaldi, e non ci sono neppure riserve per lanciare un vero contrattacco.

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L’affondo delle pattuglie russe lunedì scorso ha formato sulla mappa del Donetsk un disegno simile a due dita, lunghe oltre dieci chilometri e pronte ad aprirsi nel segno di vittoria. Ieri gli ucraini le hanno spezzate e sono riusciti a rioccupare parte del terreno, uccidendo più di 270 degli infiltrati nei rastrellamenti casa per casa. Davanti all’emergenza, il quartier generale è stato costretto a prelevare truppe da una dozzina di brigate: compagnie di parà, della Azov, dei marines, della Guardia Nazionale.

Tanti piccoli reparti, ciascuno con meno di cento uomini, perché non c’era un’unità più grande che si potesse spostare senza aprire falle nella prima linea. Ma quello che è accaduto alle porte di Dobropillia può avvenire in altri punti e testimonia ancora una volta la fragilità delle difese: non ci sono abbastanza fanti per presidiare tutto il fronte, permettendo ai nemici di penetrare tra i capisaldi, e non ci sono neppure riserve per lanciare un vero contrattacco.

E’ questa superiorità che rende Vladimir Putin sicuro del successo, tanto da respingere nel summit con Donald Trump ogni ipotesi di tregua: punta sulla carenza di uomini nei ranghi dell’esercito ucraino e di una crescente penuria di mezzi, amplificata dalla riduzione drastica degli aiuti bellici statunitensi. Sono due delle condizioni chiave per piegare il nemico in un conflitto di attrito. Non è però soltanto una questione di numeri: i generali del Cremlino hanno aggiornato le tattiche di combattimento, riuscendo persino ad annullare i primati di Kiev nel settore dei droni. Hanno fatto tesoro degli errori commessi nei primi due anni di guerra, come sottolinea un dossier appena pubblicato dal Comando delle forze Usa in Europa: “Quella russa è un’organizzazione militare che riflette e impara. Può e vuole cambiare. Non bisogna sottovalutare la loro abilità di vincere”.

Oggi Putin ritiene che il tempo giochi in suo favore. La mobilitazione industriale della Russia ormai procede a pieno ritmo e sforna un livello sorprendente di nuovi armamenti: dai missili balistici ai droni, dai veicoli blindati ai caccia, la produzione ha superato quella anteriore al conflitto. Sono strumenti selezionati in base all’efficacia dimostrata sul campo di battaglia, con un’equilibrio tra dotazioni tecnologiche e affidabilità che spesso è mancato agli apparati consegnati dall’Occidente a Kiev.

C’è un altro fattore significativo. Il Cremlino non si cura delle perdite, che restano altissime soprattutto nel Donbass, e per questo non ha bisogno del cessate il fuoco: “Il loro canale di reclutamento arruola più soldati di quanti ne vengano uccisi – ha spiegato Dara Massicot, una delle analiste più qualificate – e può sostenere almeno sul breve periodo il numero drammatico di caduti. L’intera società russa ha accettato le morti come parte della guerra: dal 2023 i volontari che indossano la divisa per denaro vengono visti come persone che fanno una scelta economica consapevole, sapendo a cosa vanno incontro. Su questo argomento Putin non subisce alcuna pressione dalla popolazione e dai suoi generali, anche se la gente vuole che la guerra finisca”.

Il presidente Zelensky invece deve fare i conti con un Paese stanco, che osteggia la leva obbligatoria e fatica a rimpiazzare le perdite. Gli ultimi attacchi russi sembrano studiati proprio per incrementare le vittime ucraine: le pattuglie si infilano tra le fortificazioni e obbligano i difensori a uscire allo scoperto o a esporre i rifugi ai bombardamenti. C’è l’impressione che i comandi di Mosca stiano perfezionando le modalità di questi raid: il primo è avvenuto a Pokrovsk, il centro urbano quasi totalmente circondato, e ha richiesto nove giorni di scontri per eliminare le sacche di resistenza. Ovunque si registra uno stillicidio di micro-assalti, che cercano di individuare la zona dove lo sbarramento è più debole per passare e poi far affluire rinforzi: a Dobropilla il piano è stato sventato, ma le zone di crisi aumentano. A partire proprio da Pokrovsk, la catena di città-fortezza che proteggono l’ultimo lembo del Donetsk orientale pare in seria difficoltà: nulla che faccia temere un crollo rapido, ma i segnali di logoramento sono molteplici.

Finora l’architrave della difesa ucraina sono state le barriere di quadricotteri killer, telecomandati da piloti nascosti nelle cantine dei palazzi o da basi sotterranee nelle retrovie: si occupavano di bloccare dal cielo l’avanzata di fanti e veicoli, in modo da fare a meno delle trincee lungo tutta la linea e quindi risparmiare personale. Le infiltrazioni in profondità russe però mirano anche a distruggere queste centrali di guida, mentre una generazione di droni-intercettori innovativi fa scudo i movimenti degli invasori. Mosca ha creato nuclei specializzati di robot volanti, chiamati Rubicon, che stanno ottenendo successi sorprendenti e si teme possano aprire la strada ad operazioni su larga scala.

Alcuni ufficiali occidentali infatti credono che Putin abbia un asso nella manica: una massa di mezzi corazzati, accumulati in questi mesi, da scaraventare sul fronte nei prossimi giorni. Sono dispersi molto lontano, per evitare di svelare i disegni dei generali, ma l’offensiva potrebbe scattare verso Kherson o Zaporizhzhia per rimarcare le rivendicazioni territoriali su queste due regioni e spingere in là le zone occupate.

Allo stesso tempo, anche a Kiev non intendono subire passivamente l’iniziativa degli invasori e potrebbe tentare di anticiparla con un’incursione oltre i confini russi, cercando di risollevare il morale della nazione. Si guarda al distretto di Belgorod, un obiettivo forse troppo prevedibile, ma nessuna mossa è esclusa, nemmeno le più temerarie come uno sbarco in Crimea.

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