LONDRA – Il doppio vertice di oggi a Washington è il “secondo tempo” del summit di Ferragosto in Alaska fra il capo della Casa Bianca e Vladimir Putin: prima un bilaterale fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, quindi l’incontro allargato ai leader europei della “coalizione dei volonterosi”, in primo luogo il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere Friedrich Merz, più la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma pure i cosiddetti “Trump whisperers”, alla lettera coloro che sanno “sussurrare” all’orecchio di Trump in virtù di un rapporto particolarmente amichevole con il presidente americano, dunque ritenuti maggiormente in grado di ammorbidirlo e persuaderlo, ossia la premier italiana Giorgia Meloni, il presidente finlandese Alexander Stubb, il segretario generale della Nato Mark Rutte.
L’obiettivo è ambizioso: evitare che Trump sacrifichi la sovranità e l’integrità dell’Ucraina per arrivare ad ogni costo a un’intes…
LONDRA – Il doppio vertice di oggi a Washington è il “secondo tempo” del summit di Ferragosto in Alaska fra il capo della Casa Bianca e Vladimir Putin: prima un bilaterale fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, quindi l’incontro allargato ai leader europei della “coalizione dei volonterosi”, in primo luogo il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere Friedrich Merz, più la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma pure i cosiddetti “Trump whisperers”, alla lettera coloro che sanno “sussurrare” all’orecchio di Trump in virtù di un rapporto particolarmente amichevole con il presidente americano, dunque ritenuti maggiormente in grado di ammorbidirlo e persuaderlo, ossia la premier italiana Giorgia Meloni, il presidente finlandese Alexander Stubb, il segretario generale della Nato Mark Rutte.
L’obiettivo è ambizioso: evitare che Trump sacrifichi la sovranità e l’integrità dell’Ucraina per arrivare ad ogni costo a un’intesa con il capo del Cremlino; chiarire le questioni su “scambio di territori” fra Russia e Ucraina e su “garanzie di sicurezza” da fornire a Kiev; se possibile concordare con Mosca l’appuntamento di un vertice trilaterale Trump-Putin-Zelensky già per questo venerdì, come suggerito da fonti dell’amministrazione Usa.
Ecco quali sono i nodi sul tavolo di una giornata che potrebbe rivelarsi decisiva.
Crimea
Trump stesso ha ribadito ieri sui social che la penisola ucraina sul mar Nero, conquistata dalla Russia nella prima invasione del 2014, non può tornare a Kiev. Zelensky non ha mai formalmente accettato l’annessione della Crimea, formalizzata da Mosca con un referendum, pochi mesi dopo averla occupata, non riconosciuto dalla comunità internazionale. Nessuno pensa, tuttavia, che al momento sia possibile una riconquista militare di quest’area, in cui l’80 per cento circa della popolazione è di lingua russa e che fino al 1954 apparteneva alla Russia (il leader sovietico Nikita Krusciov la assegnò all’Ucraina in nome dei legami storici fra i due popoli slavi, ma nella pratica cambiò poco perché sia Russia che Ucraina facevano parte dell’Urss).
La chiave di un accordo, affermano i veterani della diplomazia, è un’accettazione del controllo russo della Crimea soltanto “de facto”, non “de iure”, ossia fattuale ma non sancita dal diritto, il che non esclude diversi accordi in un lontano futuro: esistono numerosi precedenti in materia, dalla guerra di Corea al mar Baltico.
Donbass
È l’altra regione dell’Ucraina in cui la maggioranza della popolazione è russofona, anch’essa conquistata con la forza da Mosca nell’invasione del 2014. Dopo l’invasione del 2022, le forze del Cremlino hanno ampliato il territorio del Donbass sotto il proprio controllo: oggi occupano il 70 per cento delle due province di Donetsk e Lukhansk nelle quali esso è suddiviso. Secondo quanto emerso dal vertice in Alaska, per mettere fine alla guerra Putin esige che, oltre alla Crimea, anche la totalità del Donbass, che oltretutto è la più ricca regione mineraria dell’Ucraina, passi alla Russia. In pratica, le truppe ucraine dovrebbero ritirarsi dal 30 per cento del Donbass che ancora presidiano. Una richiesta, quella del presidente russo, che va ben oltre quella a lungo ipotizzata di un congelamento del conflitto sui confini attuali. In Alaska, Trump ha dato l’impressione di appoggiare Mosca su questo punto: “La Russia è una grande potenza, l’Ucraina no”, ha detto il capo della Casa Bianca, “a Zelensky conviene accettare, se non vuole proseguire la guerra”. Ammesso che Kiev sia disposta a dire di sì, oltre al riconoscimento “de facto” e non “de iure” di una simile espansione russa, si tratterebbe di capire cosa il Cremlino è disposto a concedere in cambio.
Zaporizhia e Ucraina orientale
Sempre secondo le indiscrezioni dal vertice in Alaska, Putin sembrerebbe offrire, in cambio della Crimea e del Donbass, il congelamento delle frontiere attuali nella zona della centrale nucleare di Zaporizhia e dell’Ucraina orientale: in pratica la cintura di territorio conquistata dalle forze russe nel corso degli ultimi due anni e mezzo, un corridoio che collega il Donbass alla Crimea, portando via gran parte della costa ucraina del mar Nero. In sostanza, sarebbe pronto a dire: ci fermiamo dove siamo adesso. Sulla carta, non pare una grande concessione. Prima della guerra, buona parte di quest’area non era a maggioranza russofona, dunque non giustifica le accuse del Cremlino di discriminazioni di Kiev nei confronti di una minoranza etnica storicamente legata a Mosca. Ci sono viceversa accuse alle truppe russe di pulizia etnica e brutalità in quest’area, per svuotarla della popolazione ucraina, a cominciare dai bambini (Melania Trump ha scritto una lettera a Putin su questo, consegnata da suo marito al presidente russo durante il vertice di venerdì scorso).
Quando Trump parla di “scambio di territori” fra Russia e Ucraina come punto cruciale di un accordo, con concessioni “dolorose” per entrambe le parti, sarebbe verosimile aspettarsi che, se Kiev si ritirasse dal 30 per cento del Donbass (e dalla minuscola porzione di Russia meridionale, circa 90 chilometri quadrati, occupata dalle forze ucraine nella provincia di Kursk), Mosca si ritirasse da almeno una parte dell’area di Zaporizhia e dell’Ucraina orientale.
Articolo 5 della Nato
Nel suo ultimo post, Trump ha ripetuto per l’ennesima volta che l’Ucraina non potrà entrare nella Nato. Ma a parte che ci sono diversi modi di codificare un’affermazione del genere (non avviare adesso una trattativa sull’adesione non significa necessariamente escluderla per sempre: esistono precedenti anche su questo, per esempio il caso della Finlandia), domenica Steve Witkoff, l’emissario speciale di Trump per i negoziati sull’Ucraina, ha fatto una dichiarazione straordinaria, sostenendo che al summit in Alaska Putin si sarebbe detto d’accordo a garanzie di sicurezza occidentali per l’Ucraina “simili a quelle dell’articolo 5 della Nato”, in base al quale un attacco contro un Paese membro della Nato è un attacco contro tutti i membri della Nato e fa scattare automaticamente una risposta collettiva. Circolano non pochi dubbi sulle parole di Witkoff, perché il presidente russo si è sempre opposto tenacemente a qualunque presenza o ruolo militare dell’Occidente nell’Ucraina del futuro. Se fosse vero che è pronto a cedere su questo, e che – come dicono altre indiscrezioni – l’America sarebbe pronta a offrire un “backstop”, in sostanza la propria protezione militare, alla presenza di truppe europee in Ucraina per proteggerla da una futura aggressione di Mosca, si tratterebbe effettivamente di una concessione importante.
Non a caso lo stesso Zelensky, commentando le voci in merito, l’ha definita “un risultato storico”. Ma sarà proprio così? Gli scettici rammentano che gli Stati Uniti si impegnarono a proteggere la sicurezza e la sovranità dell’Ucraina, nel cosiddetto Memorandum di Budapest del 1994, quando Kiev accettò di consegnare alla Russia le centinaia di testate nucleari dislocate sul suo territorio, ereditate con il crollo dell’Unione Sovietica (se Kiev se le fosse tenute, sarebbe stata la terza potenza nucleare al mondo; e, con il senno di poi, se la Russia l’avesse invasa avrebbe rischiata una guerra nucleare, per cui è probabile che non lo avrebbe mai fatto).
A parte che anche la Russia si impegnò a proteggere la sicurezza dell’Ucraina nel Memorandum del 1994, dieci anni dopo Washington non mosse un dito davanti alla violazione delle frontiere ucraine con l’annessione russa della Crimea e di metà del Donbass e, pur fornendo assistenza militare a Kiev, non è certo entrato in guerra con la Russia davanti alla massiccia invasione russa del febbraio 2022. Morale: se davvero America ed Europa offrissero all’Ucraina garanzie di sicurezza analoghe a quelle dell’articolo 5 della Nato, queste dovrebbero essere molto chiare, concrete e immediate.
Unione Europea
L’altra garanzia politica e militare per l’Ucraina sarebbe un’adesione, possibilmente accelerata, alla Ue. Anche su questo le indiscrezioni dicono che Putin, in Alaska, è apparso disponibile. Ma anche su questo non mancano dubbi. Ciò che il Cremlino non vuole, infatti, è un’Ucraina indipendente, democratica, sovrana e parte del blocco occidentale: non lo vuole per la visione imperialista di Putin su tutti i Paesi dell’ex-Urss, che considera propria legittima area di influenza ad oltranza, e non lo vuole per timore che i russi, vedendo un Paese slavo vicino di casa che prospera nella sfera democratica occidentale, desiderino qualcosa di simile anche per sé stessi, cercando di liberarsi dell’autocrate che li tiene da venticinque anni sotto un tallone di ferro. Un altro punto da chiarire, nel “secondo tempo” del summit in programma oggi a Washington, stavolta senza lo zar di Mosca.