L’equazione che arbitra la speranza di pace è tutto sommato semplice e ha due soli fattori chiave: territori e garanzie di sicurezza. I colloqui intrecciati tra le cancellerie vertono soprattutto sul rapporto tra questi due punti, oltre alla pregiudiziale del cessate-il-fuoco: Kiev deve accettare la cessione di pezzi del Paese in cambio della certezza che la sua indipendenza verrà tutelata nel futuro. Trovare una soluzione però non è affatto facile perché se la questione dei territori presenta poche variabili, quella delle garanzie di sicurezza è un’incognita decisamente complessa che deve fare i conti con la diffidenza ucraina per le promesse occidentali.
Il baratto imperfetto
Da abile scacchista, Vladimir Putin ha impostato la partita diplomatica aperta nel summit con Donald Trump secondo lo schema più favorevole: pretende l’intero Donbass, incluso il quinto di Donetsk che non ha ancora occupato; le zone delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia nelle mani delle sue truppe; il ri…
L’equazione che arbitra la speranza di pace è tutto sommato semplice e ha due soli fattori chiave: territori e garanzie di sicurezza. I colloqui intrecciati tra le cancellerie vertono soprattutto sul rapporto tra questi due punti, oltre alla pregiudiziale del cessate-il-fuoco: Kiev deve accettare la cessione di pezzi del Paese in cambio della certezza che la sua indipendenza verrà tutelata nel futuro. Trovare una soluzione però non è affatto facile perché se la questione dei territori presenta poche variabili, quella delle garanzie di sicurezza è un’incognita decisamente complessa che deve fare i conti con la diffidenza ucraina per le promesse occidentali.
Il baratto imperfetto
Da abile scacchista, Vladimir Putin ha impostato la partita diplomatica aperta nel summit con Donald Trump secondo lo schema più favorevole: pretende l’intero Donbass, incluso il quinto di Donetsk che non ha ancora occupato; le zone delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia nelle mani delle sue truppe; il riconoscimento della sovranità sulla Crimea. In pratica, vuole il 20% dell’Ucraina. Offre pochissimo: piccoli lembi dei distretti di Sumy e Kharkiv, oltre alla rinuncia virtuale sulla parte di Kherson e Zaporizhzhia annesse con il referendum beffa del 2022 ma rimaste sotto il controllo di Kiev.
I custodi della pace
L’unica apertura emersa nel vertice di Ferragosto riguarda appunto la disponibilità russa a discutere delle garanzie per la salvaguardia della pace. Un capitolo indefinito che andrà reso concreto nelle trattative anche se c’è già una novità fondamentale: la Casa Bianca ha detto che gli Usa faranno parte del meccanismo. Potenzialmente, si tratta di una svolta: nelle sfuriate anti-ucraine della scorsa primavera Trump aveva escluso un ruolo americano, scaricando la questione sugli europei.
Il monitoraggio della tregua
Il primo nodo da sciogliere è il compito dei militari che prenderanno posizione sul terreno. Il Cremlino avrebbe chiesto la presenza della Cina. Questo fa pensare a una “forza di interposizione” multinazionale simile ai caschi blu Onu: soldati che vigilano sul rispetto del cessate-il-fuoco. Francia, Germania, Gran Bretagna sono disposte a intervenire; oltre alla Cina ci potrebbero essere Paesi “non allineati” vicini alla Russia come India, Emirati e Brasile. In genere sono missioni che prevedono solo reparti senza armamenti pesanti: niente cannoni, tank o jet. Questa soluzione però non piace a Kiev: nel Donbass gli osservatori Osce nel 2014 si sono rivelati inutili, incapaci di frenare il sostegno attivo di Mosca alle Repubbliche secessioniste filorusse.
La task force di deterrenza
L’Ucraina vuole un vero scudo, che tenga lontana la minaccia di Mosca: truppe amiche sul suo territorio, con una reale capacità e volontà di ostacolare i russi. Ieri Zelensky ha chiesto garanzie «molto concrete, bisogna garantire protezione via terra, aria e mare». Il modello preso in considerazione è il “vassoio di cristallo” costituito dalle divisioni della Nato schierate a ridosso della Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda: non avrebbero bloccato un’invasione sovietica, ma sarebbero state in grado di rallentarla, permettendo la mobilitazione delle riserve e l’afflusso dei rinforzi. La scorsa primavera Parigi, Londra e Berlino hanno valutato questo scenario – a cui inizialmente era interessata pure l’Italia – studiando un piano per dislocare un paio di brigate corazzate con artiglieria e carri armati nelle regioni occidentali, con il supporto logistico della Polonia che avrebbe ospitato squadriglie di cacciabombardieri per la copertura aerea. Il Cremlino però ha messo un veto netto.
Lo scudo dei trattati
Escluso l’ingresso di Kiev nell’Allenza Atlantica, adesso si discute l’ipotesi di un trattato che ricalchi l’articolo 5 della Nato: l’impegno da parte di una coalizione internazionale a intervenire al fianco dell’Ucraina in caso di aggressione. È una proposta avanzata dalla premier Giorgia Meloni, che non dispiace alla Casa Bianca e ha fatto presa pure von der Leyen. Gli ucraini non si fidano: nel 1993 hanno consegnato alla Russia migliaia di testate nucleari sovietiche presenti sul loro territorio in cambio della promessa da parte di Mosca e Washington di tutelare la loro sicurezza. C’è da dire però che il Memorandum di Budapest firmato da Bill Clinton formalmente offriva protezione solo contro gli attacchi con armi atomiche.
Fortezza Europa
Zelensky ieri ha detto di considerare l’adesione alla Ue come requisito per i negoziati. Per Kiev sarebbe un risultato importante dal punto di vista politico ed economico, ma senza effetti militari perché la Difesa europea non esiste. Bruxelles però può finanziare la crescita dell’esercito e delle fabbriche belliche, quella che viene sentita dall’Ucraina come la garanzia di indipendenza più solida. Von der Leyen lo ha già esplicitato: «Non ci possono essere limitazioni alle forze armate ucraine; la capacità industriale deve essere potenziata, in particolare per quel che riguarda i droni».