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Kiev sotto attacco durante incontro Trump-Zelensky: “Così i russi condizionano le trattative”

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Missili e bombe russe su tutto il Paese mentre il capo di Stato entra alla Casa Bianca. “Ma noi non cederemo le nostre terre”
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KIEV – Negli stessi minuti in cui Volodomyr Zelensky e i Volenterosi europei arrivano alla Casa Bianca, la cartina dell’Ucraina si tinge di rosso. È il benvenuto di Putin. Sono le bombe che dopo alcuni giorni di relativa calma hanno ricominciato a cadere ovunque. Ed è il commento beffardo del Cremlino ai tentativi di Trump, di Zelensky, degli europei di arrivare alla fine del conflitto. Sembra il deja vu della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di un anno fa, che il Cremlino salutò con l’assassinio del suo più grande oppositore di sempre, Alexey Navalny.

I missili, i droni, le bombe, i raid aerei hanno ricominciato sin dalla notte di domenica a funestare anzitutto alcune grandi città dell’est e del sud. Sette morti e diciotto feriti a Kharkiv, distrutta l’università di Sumy, esplosioni a Odessa. E nella regione di Zaporizhzhia, un carro armato M113 è stato filmato mentre assaltava le posizioni ucraine sventolando una bandiera russa e una americana. Un’altra risata beffarda arri…

KIEV – Negli stessi minuti in cui Volodomyr Zelensky e i Volenterosi europei arrivano alla Casa Bianca, la cartina dell’Ucraina si tinge di rosso. È il benvenuto di Putin. Sono le bombe che dopo alcuni giorni di relativa calma hanno ricominciato a cadere ovunque. Ed è il commento beffardo del Cremlino ai tentativi di Trump, di Zelensky, degli europei di arrivare alla fine del conflitto. Sembra il deja vu della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di un anno fa, che il Cremlino salutò con l’assassinio del suo più grande oppositore di sempre, Alexey Navalny.

I missili, i droni, le bombe, i raid aerei hanno ricominciato sin dalla notte di domenica a funestare anzitutto alcune grandi città dell’est e del sud. Sette morti e diciotto feriti a Kharkiv, distrutta l’università di Sumy, esplosioni a Odessa. E nella regione di Zaporizhzhia, un carro armato M113 è stato filmato mentre assaltava le posizioni ucraine sventolando una bandiera russa e una americana. Un’altra risata beffarda arrivata dal Cremlino nel giorno del vertice a Washington che tutti temevano. Tranne Putin.

A Kiev una delle giornate più importanti dall’inizio del conflitto si apre simbolicamente con un funerale. Alle undici di mattina, un corteo funebre oltrepassa lento il muro tappezzato di foto dei caduti davanti alla cattedrale di San Michele. Dagli altoparlanti parte il canto degli anarchici spagnoli, “A las baricadas”. Un gruppetto con le bandiere nere lo segue, un ragazzino con un vessillo ucraino sulle spalle piange. Nel feretro c’è David Chichkan, amatissimo artista anarchico morto sul fronte qualche giorno fa, ammazzato da un drone russo. Il corteo è diretto a piazza Maidan e Anton lo segue con due garofani nel pugno. «No, ovviamente sono socialista, non sono anarchico. Ma conoscevo Chichkan perché da ragazzi combattevamo insieme contro gli skinhead e i fascisti».

Adesso entrambi stavano combattendo una guerra diversa: Anton ha fatto parte per un po’ del 78esimo battaglione dei paracadutisti, poi è stato esonerato. E Chichkan è morto. E il trentottenne, pensando a Washington, evoca fantasmi antichi: «La storia si ripetete ciclica. E ora siamo a Monaco 1938, con Trump nel ruolo di novello Chamberlain che pensa di ammansire il nuovo Hitler, ossia Putin». Anton è sicuro che «il mio popolo non accetterà mai dopo tre anni e mezzo di morti e distruzioni, di regalare territori alla Russia». Sul retro della sua maglietta c’è scritto, a caratteri cubitali: “Ucraina o morte”.

A Kiev la vita va faticosamente avanti, c’è un festival musicale, i musicisti di strada inframezzano canzoni popolari con l’inno ucraino ma la tensione in vista del vertice Trump-Zelensky si percepisce ovunque. E anche la stanchezza della guerra. Olga Bondarchuk ha 70 anni e lavora per la “Democratic Initiative Foundation” che di solito fa gli exit poll per le elezioni. Ma anche i loro sondaggi più recenti confermano «che la maggior parte degli ucraini non vuole che pezzi del Paese vadano a Putin. Siamo tutti stanchi della guerra, tutti. Ma Zelensky ha le mani legate: la costituzione gli impedisce di cedere territori a Mosca».

Davanti alla medievale Porta d’Oro, Vera vende fiori. All’inizio è titubante, poi accetta di rispondere alle nostre domande. E gli occhi celesti si riempiono di lacrime. «Tutti vogliamo la pace. Tutti siamo esausti. Io avevo un lavoro ben retribuito prima della guerra, l’ho perso e ora vendo fiori e vivo di sussidi. Ma non si può accettare una pace a ogni costo. L’Ucraina deve restare libera».

Mentre torniamo verso Santa Sofia il telefono si accende: è la app che ci avverte che dobbiamo cercare un rifugio. Putin ha ricominciato a puntare il mirino su Kiev. Ma compulsando la app ci rendiamo conto che l’intera Ucraina si sta tingendo di rosso per i droni, i missili, le bombe, i raid. Non succedeva da giorni. Guardiamo l’orologio: è il tempismo impeccabile di Putin. Zelensky e gli europei stanno entrando alla Casa Bianca.

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