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I dubbi sul bilaterale Putin-Zelensky: “Non ha mai pronunciato il suo nome, come può incontrarlo?”

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Un’analisi del New York Times smonta l’ipotesi che il presidente russo possa realmente vedere quello ucraino. Anche perché, pur accettando teoricamente la proposta di Donald Trump, in nessuna dichiarazione il Cremlino ha mai pronunciato il nome del leader di Kiev
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LONDRA – C’è un problema di fondo nelle manovre diplomatiche per organizzare un summit fra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Lo si può riassumere con una sola parola, per noi italiani carica di echi manzoniani: l’Innominato. Pur accettando teoricamente la proposta di Donald Trump di un dialogo diretto con Kiev, infatti, il capo del Cremlino nemmeno nomina il leader che a tale scopo dovrebbe incontrare: ovvero il presidente ucraino. E tutti i suoi sottoposti, dal ministro degli Esteri Lavrov all’ambasciatore di Mosca all’Onu, seguono disciplinatamente la medesima direttiva: è praticamente impossibile trovare una dichiarazione ufficiale della Russia in cui qualcuno pronuncia il nome di Zelensky.

I russi dicono che bisogna alzare “il livello della rappresentanza delle delegazioni” nei negoziati fra Mosca e Kiev (una trattativa, peraltro, al momento ferma). Ripetono che non ha senso un incontro al vertice se prima non viene preparato da funzionari ed esperti. Affermano il mantra d…

LONDRA – C’è un problema di fondo nelle manovre diplomatiche per organizzare un summit fra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Lo si può riassumere con una sola parola, per noi italiani carica di echi manzoniani: l’Innominato. Pur accettando teoricamente la proposta di Donald Trump di un dialogo diretto con Kiev, infatti, il capo del Cremlino nemmeno nomina il leader che a tale scopo dovrebbe incontrare: ovvero il presidente ucraino. E tutti i suoi sottoposti, dal ministro degli Esteri Lavrov all’ambasciatore di Mosca all’Onu, seguono disciplinatamente la medesima direttiva: è praticamente impossibile trovare una dichiarazione ufficiale della Russia in cui qualcuno pronuncia il nome di Zelensky.

I russi dicono che bisogna alzare “il livello della rappresentanza delle delegazioni” nei negoziati fra Mosca e Kiev (una trattativa, peraltro, al momento ferma). Ripetono che non ha senso un incontro al vertice se prima non viene preparato da funzionari ed esperti. Affermano il mantra di Putin, secondo cui occorre dare la priorità a risolvere le cause “alla radice del conflitto”, cause che, per riassumerle in due parole, sono il desiderio ucraino di essere una democrazia inglobata nel campo europeo e occidentale, anziché uno stato vassallo del Cremlino come ai tempi dell’Unione Sovietica. E comunque, come sottolinea fin dal titolo un’analisi del New York Times, “Putin wont’ even say Zelensky’s name: so will he sit down with him?” (Putin non pronuncia nemmeno il nome di Zelensky: possibile che si sieda davanti a lui?)

“Putin si incontrerebbe con Zelensky”, predice Grigorij Golosov, un politologo di San Pietroburgo, interpellato in proposito dal quotidiano newyorchese, “solo se fosse chiaro che l’incontro sarebbe una capitolazione dell’Ucraina, l’ammissione della sconfitta da parte di Zelensky”. Del resto, il presidente russo ha basato la necessità della guerra sulla falsa idea che Zelensky è un leader illegittimo, alla testa di un regime da “denazificare”, colpevole di genocidio verso la minoranza ucraina di lingua russa. Il capo del Cremlino ha perfino cercato di screditare l’identità ebraica di Zelensky (che ha perso buona parte della famiglia nell’Olocausto), affermando che il presidente ucraino “non è un vero ebreo”. Incontrarlo faccia a faccia sarebbe come legittimarlo, dargli un ruolo da pari a pari: esattamente il contrario di quello che Putin vuole realizzare con la guerra.

Altri commentatori russi, come Dmitrij Trenin, uno specialista di affari internazionali della Scuola Superiore di Economia di Mosca, ritengono che un summit Putin-Zelensky potrebbe esserci se Kiev farà sufficienti concessioni territoriali, politiche e militari alla Russia. D’altra parte, se a un certo punto Putin decidesse di rimangiarsi almeno in parte le accuse a Zelensky, calcolando che questo è il momento giusto per un accordo perché non troverà mai più a Washington un presidente accomodante nei suoi confronti come Trump, un eventuale voltafaccia sarebbe presentato dalla propaganda russa come una vittoria: e, in un Paese totalitario, il Cremlino non avrebbe da temere ripercussioni pubbliche.

Almeno nell’immediato: perché se la pace lasciasse in piedi un’Ucraina indipendente, sovrana e in via di adesione all’Unione Europea, con garanzie di sicurezza fornite dall’Europa e appoggiate dagli Usa, seppure con un territorio ridotto di un quinto, prima o poi a Mosca qualcuno potrebbe chiedersi, fra gli oligarchi, fra le alte sfere militari, perfino nella “cupola” putiniana, se valeva davvero le pena di innescare un conflitto costato un milione di vittime tra morti e feriti, pesanti sanzioni e l’ostracismo dell’Occidente. Ma per adesso la linea dello zar non cambia: compiacere Trump segnalandosi pronto a un summit, e continuare a trattare Zelensky come l’Innominato.

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