GERUSALEMME – Se ne parla sin dagli anni Novanta, quando al governo c’era Rabin, perché quei dodici chilometri quadrati oltre la Linea Verde sono sempre stati considerati come la possibile cintura di protezione orientale di Gerusalemme. Una terra da urbanizzare con case e fabbriche per collegare la Città Santa all’insediamento di Ma’ale Adumin (40 mila abitanti), e creare così la Grande Gerusalemme. Ma per i primi dieci anni, l’opposizione interna e le forti critiche internazionali sono riusciti a farlo rimanere un piano nel cassetto. L’E1 (East 1), infatti, se attuato, spezza in due la Cisgiordania, interrompendo la continuità territoriale dello Stato palestinese.
Il piano riemerge nel 2012, lo ripropone Netanyahu, ma è solo alla vigilia del voto del 2020 che prende corpo, come promessa elettorale. Il procedimento di autorizzazione è laborioso, ma nel 2023 viene facilitato dalla riforma voluta da questo governo che ha tolto al ministro della Difesa il potere di controllare e appro…
GERUSALEMME – Se ne parla sin dagli anni Novanta, quando al governo c’era Rabin, perché quei dodici chilometri quadrati oltre la Linea Verde sono sempre stati considerati come la possibile cintura di protezione orientale di Gerusalemme. Una terra da urbanizzare con case e fabbriche per collegare la Città Santa all’insediamento di Ma’ale Adumin (40 mila abitanti), e creare così la Grande Gerusalemme. Ma per i primi dieci anni, l’opposizione interna e le forti critiche internazionali sono riusciti a farlo rimanere un piano nel cassetto. L’E1 (East 1), infatti, se attuato, spezza in due la Cisgiordania, interrompendo la continuità territoriale dello Stato palestinese.
Il piano riemerge nel 2012, lo ripropone Netanyahu, ma è solo alla vigilia del voto del 2020 che prende corpo, come promessa elettorale. Il procedimento di autorizzazione è laborioso, ma nel 2023 viene facilitato dalla riforma voluta da questo governo che ha tolto al ministro della Difesa il potere di controllare e approvare l’avanzamento per fasi, cosa che poteva rallentare le espansioni. Non a caso nel 2025 le deliberazioni su nuovi insediamenti sono più che triplicate. L’iter dell’E1 è culminato ieri col via libera dato dal sottocomitato dell’Amministrazione civile israeliana in Cisgiordania. Approvazione definitiva, le ruspe e le gru sono già pronte.
Si prevede la costruzione di 3.401 unità abitative nell’area dove oggi vivono una decina di comunità beduine, la principale risiede nel villaggio di Khan al-Ahmar. Si aggiungono altre 342 case da tirare su nel nuovo insediamento legalizzato nel febbraio 2023, per quanto tutti gli avamposti e tutte le colonie in Cisgiordania sono ritenuti illegittimi dall’ordinamento internazionale perché insistono sui territori occupati. Col provvedimento di ieri, contro cui può essere fatto ricorso in tribunale, lo Stato ebraico potrà concedere i permessi edilizi e indire le gare di appalto per le infrastrutture, decidendo così a quale velocità procedere all’urbanizzazione.
Tre associazioni — Peace Now, Ir Amin e l’Association for Enviromental Justice — si battono da anni contro il piano E1 perché esso coinvolge e stravolge l’unico pezzo di terreno rimasto libero ed edificabile tra i centri di Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme, casa di un milione di palestinesi. E ribadiscono che impedirà ogni ipotesi di accordo di pace che si basi su uno Stato palestinese con Gerusalemme est come capitale. «È uno dei progetti più pericolosi, un sabotaggio esplicito della soluzione politica al conflitto, condannerà israeliani e palestinesi allo scontro perenne», dichiarano gli attivisti di Peace Now, secondo i quali le nuove costruzioni aumenteranno del 33 per cento il patrimonio immobiliare di Ma’ale Adumim.
L’E1 è anche una questione di viabilità, di carreggiate già ribattezzate “strade dell’apartheid” e di passaggi sotterranei di prossima costruzione. A marzo il Gabinetto di sicurezza ha approvato l’apertura di una strada riservata al transito dei palestinesi che passa vicino all’area interessata e collegherà i villaggi arabi a nord dell’E1 con il resto della Cisgiordania meridionale. Si devia così il traffico dalla Route 1, l’arteria principale, che, nel tratto tra Gerusalemme e l’insediamento di Ma’ale Adumin, finirà per essere percorsa solo dai cittadini israeliani.
Si capisce, dunque, perché per il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ultradestra messianica, quello di ieri sia stato un giorno glorioso. «Lo Stato palestinese viene cancellato, non con gli slogan ma con le azioni», commenta. «Ogni nuova casa che costruiremo rappresenta un chiodo sulla bara di questa idea pericolosa». Per i partiti religiosi e i nazionalisti l’E1 è più che la costruzione di un immenso quartiere: è il modo per rafforzare la sovranità dello Stato ebraico su Gerusalemme Est. Condanne arrivano da parte dell’Unione europea («viola il diritto internazionale») e del Regno Unito.