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Nei villaggi che resistono alla nuova colonia E1: “È un piano di apartheid”

Il villaggio beduino di Khan al-Ahmar, al confine del muro tra Israele e Cisgiordania 

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A est di Gerusalemme il progetto edilizio che taglia in due la Cisgiordania e ridisegna la viabilità: “Così Israele cancella lo Stato palestinese ”. La replica del sindaco di Ma’ale Adumim: “Non è vero, la politica non c’entra. Apriamo i cantieri entro 6 mesi”.
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Khan al-Ahmar (Cisgiordania) – Tre persone guardano la stessa mappa e vedono tre cose diverse. Per il beduino Edi Abu Khamis è l’inizio della fine del proprio villaggio, sorto 53 anni fa sulla sabbia e sulle pietre delle colline a est di Gerusalemme; per l’attivista israeliana Hagid Ofran è la strategia politica di Netanyahu che spezza in due la Cisgiordania e impedisce l’esistenza dello Stato di Palestina; per il sindaco Guy Yifrach, infine, è l’opportunità edilizia che tanto aspettava. Tre prospettive, uno stesso Piano. L’E1.

Mezzogiorno, un cielo meravigliosamente blu, il sole che arroventa i sassi e fiacca le volontà. Tranne quella del 60enne Edi Abu Khamis, il capo del villaggio di Khan al-Ahmar, dove vivono 400 pastori della tribù Jahalin: da mezzo secolo, da quando sono fuggiti dal deserto del Negev, pascolano le bestie su questi declivi aspri lungo l’autostrada 1, l’arteria che collega Gerusalemme all’insediamento israeliano di Ma’ale Adumim. Le strade vanno tenute a mente pe…

Khan al-Ahmar (Cisgiordania) – Tre persone guardano la stessa mappa e vedono tre cose diverse. Per il beduino Edi Abu Khamis è l’inizio della fine del proprio villaggio, sorto 53 anni fa sulla sabbia e sulle pietre delle colline a est di Gerusalemme; per l’attivista israeliana Hagid Ofran è la strategia politica di Netanyahu che spezza in due la Cisgiordania e impedisce l’esistenza dello Stato di Palestina; per il sindaco Guy Yifrach, infine, è l’opportunità edilizia che tanto aspettava. Tre prospettive, uno stesso Piano. L’E1.

Mezzogiorno, un cielo meravigliosamente blu, il sole che arroventa i sassi e fiacca le volontà. Tranne quella del 60enne Edi Abu Khamis, il capo del villaggio di Khan al-Ahmar, dove vivono 400 pastori della tribù Jahalin: da mezzo secolo, da quando sono fuggiti dal deserto del Negev, pascolano le bestie su questi declivi aspri lungo l’autostrada 1, l’arteria che collega Gerusalemme all’insediamento israeliano di Ma’ale Adumim. Le strade vanno tenute a mente perché, come vedremo, definiscono questa storia.

Dunque Abu Khamis da mezz’ora indica come un forsennato dei puntini sulla cartina appesa in un prefabbricato, che, a Khan al-Ahmar, funge da municipio, centro di ascolto, postazione di resistenza. «Questa è la democrazia di Israele?», sta dicendo. Mohammed e Malak, due dei suoi sette figli, gli zampettano attorno, scalzi. «È dagli anni Ottanta che ci demoliscono le case, adesso costruiranno sulla nostra terra per fare un unico agglomerato che parte da Gerusalemme Est e si unisce alle colonie di Ma’ale Adumim, Kfar Adumim e Almon».

I puntini sono i 26 villaggi beduini che, secondo lui, saranno spazzati via, direttamente e indirettamente, dal Piano E1, il progetto di urbanizzazione approvato dall’Alto consiglio di pianificazione dell’Amministrazione civile israeliana: autorizza 3.753 unità abitative in un’area di 12 chilometri quadrati tra Ma’ale Adumim (40 mila abitanti) e Gerusalemme.

In Israele ne parlano dagli anni Novanta, ma le proteste internazionali lo avevano bloccato. Per dire come la vedono nel governo di Netanyahu: alla notizia del via libera, il ministro dell’ultradestra messianica Bezalel Smotrich ha dichiarato che le nuove case saranno «i chiodi sulla bara dello Stato palestinese».

Siamo in Cisgiordania, in area C, che in base agli accordi di Oslo è a pieno controllo israeliano, pur rimanendo territorio occupato. Khan al-Ahmar, che dalla collina appare come un abituro di tende, catapecchie, prefabbricati e una scuola per 200 alunni realizzata nel 2009 dalla ong italiana Vento di Terra, non rientra nel perimetro dell’Piano E1 (E1 sta per East 1), al cui interno si trovano minuscoli siti con una ventina di famiglie seminomadi.

Tuttavia, Abu Khamis, che è anche il rappresentante dei 3.000 beduini che vivono nei puntini, sostiene che l’E1 sia il primo passo per poi prendersi tutto. Col dito traccia sulla mappa un lungo semicerchio molto più a est di Ma’ale Adumim. «Questo è il muro che Israele aveva in progetto di costruire molti anni fa, delimita la zona di loro interesse. Vogliono cacciare tutti i palestinesi dalle zone C». Che, ormai, occupano più del 60 per cento della Cisgiordania e tracciano la sagoma dell’annessione a cui punta il governo di Netanyahu.

«Ma di cosa sta parlando? Il Piano E1 non è politica, non c’entra con il futuro dello Stato palestinese. È l’espansione urbanistica legittima di Ma’ale Adumim sulla nostra terra, la terra di Israele, si estenderà solo per 5 km verso Gerusalemme, dove ora ci sono solo olivi e pietre tireremo su un quartiere per giovani coppie ebree». La voce del sindaco Guy Yifrach, al telefono, si confonde con il brusio dell’ora di punta al centro commerciale di Ma’ale Adumim, palazzine innalzate sul cucuzzolo e innervate da vie contorte e pulite. La colonia nel 1991 ha acquisito lo status di città ma per l’ordinamento internazionale rimane un insediamento illegittimo, come tutti gli altri. «Per soddisfare le richieste dobbiamo costruire 800 immobili all’anno ma negli ultimi anni non abbiamo potuto edificare niente», dice il sindaco. «Entro 6 mesi apriremo i cantieri».

Richieste come quelle di una coppia appena arrivata a Ma’ale Adumim e che sta pranzando al centro commerciale: lui nato qui quarant’anni fa poi trasferitosi a Houston, lei venezuelana, contano sui sostanziosi sussidi («tassazione ridotta e contributo mensile di almeno 2000 shekel per l’affitto», racconta la donna) che Israele elargisce a chi sceglie di abitare nelle colonie.

Ma questa dell’E1 è una storia di strade. Di viabilità, di accessi, di chi può transitare e chi invece deve fare il giro largo. Il sindaco Yifrach conferma l’apertura di una carreggiata ad hoc per i palestinesi, ma rigetta l’accusa che si tratti di apartheid. «Potranno comunque continuare a usare le nostre strade, anche se forse non gli converrà perché con il bypass accorciano». In un video apparso sui social qualche giorno fa, però, Yifrach faceva intendere il contrario.

«Il bypass non c’è ancora ma ha già tre nomi», spiega Hagit Ofran, l’attivista di Peace Now, una delle associazioni che monitora e si oppone al contestatissimo progetto, che anche l’Unione europea considera una violazione del diritto internazionale Per il governo dello Stato ebraico, invece, è il modo per proteggere Gerusalemme. «La chiamano fabric of life, strada della sovranità e diretta Za’ayem-Eizariya. Per me è l’ennesima via dell’apartheid perché è fatta per tagliare fuori i palestinesi e tenerli lontani dall’agglomerato della cosiddetta Grande Gerusalemme».

Attualmente per andare da Ramallah a Betlemme le auto con targa bianca e verde (quelle degli israeliani sono gialle) percorrono il tratto dell’autostrada 1 che costeggia Ma’ale Adumim e attraversa l’area del Piano E1. «In futuro i palestinesi saranno costretti a deviare al nord di Anata, seguire un tragitto chiuso da muri, passare sotto la 1, sbucare a Eizaraiya e poi proseguire verso Betlemme», dice Ofran.

Sarà quindi un percorso obbligato, controllato, soggetto a check-point, un bypass della normale circolazione per costruire il quale Israele ha già stanziato 331 milioni di shekel (circa 84 milioni di euro) presi dalle tasse della Cisgiordania. E che ridurrà a una stretta carreggiata la continuità territoriale dello Stato della Palestina.

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