Se ci sarà un negoziato, sarà sotto il fuoco. Forte del pieno appoggio americano, Benjamin Netanyahu sembra essersi convinto di poter ottenere il rilascio degli ostaggi, la capitolazione di Hamas e la conquista di tutta Gaza usando la guerra per trattare. Almeno questo suggerisce il flusso di dichiarazioni contrastanti che la autorità israeliane, governo ed esercito, stanno rilasciando dagli inizi di agosto quando è stata annunciata la grande invasione di Gaza, ovvero l’occupazione di quel 25% circa di territorio non ancora sotto il controllo israeliano. Ieri il premier ha detto di aver ordinato ai suoi di aprire subito le trattative per il «rilascio di tutti gli ostaggi e per porre fine alla guerra a condizioni accettabili per Israele».
È la risposta alla proposta di Egitto e Qatar, discussa con Witkoff e accettata da Hamas, di un accordo parziale: 60 giorni di tregua durante i quali verrebbero rilasciati 10 ostaggi israeliani vivi e si inizierebbe a trattare per la fine del conflit…
Se ci sarà un negoziato, sarà sotto il fuoco. Forte del pieno appoggio americano, Benjamin Netanyahu sembra essersi convinto di poter ottenere il rilascio degli ostaggi, la capitolazione di Hamas e la conquista di tutta Gaza usando la guerra per trattare. Almeno questo suggerisce il flusso di dichiarazioni contrastanti che la autorità israeliane, governo ed esercito, stanno rilasciando dagli inizi di agosto quando è stata annunciata la grande invasione di Gaza, ovvero l’occupazione di quel 25% circa di territorio non ancora sotto il controllo israeliano. Ieri il premier ha detto di aver ordinato ai suoi di aprire subito le trattative per il «rilascio di tutti gli ostaggi e per porre fine alla guerra a condizioni accettabili per Israele».
È la risposta alla proposta di Egitto e Qatar, discussa con Witkoff e accettata da Hamas, di un accordo parziale: 60 giorni di tregua durante i quali verrebbero rilasciati 10 ostaggi israeliani vivi e si inizierebbe a trattare per la fine del conflitto. Netanyahu invece vuole tutto. Secondo il giornalista israeliano Ronen Bergman, uno dei più autorevoli esperti di sicurezza, nei piani del premier «la guerra finirà solo quando Israele avrà il controllo della sicurezza e trasferirà il controllo civile a un’entità internazionale che non sia né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese». Questo trasferimento di poteri, «come concordato in linea di principio con gli Stati Uniti e ribadito anche nei discorsi di Trump e di altri alti funzionari americani, avverrà solo dopo che Israele avrà eliminato e ripulito Hamas e i suoi resti».
Un obiettivo che spiega così la pressione militare crescente su Gaza City. «Prenderemo il controllo di Gaza anche se Hamas accetterà l’accordo», ha chiarito Netanyahu, che è pronto ad «approvare» i piani militari per conquistare la città più grande del territorio palestinese, considerata una delle ultime roccaforti di Hamas. L’esercito fa circolare segnali di una offensiva alle porte, ha annunciato di aver iniziato a contattare ospedali e personale medico di Gaza City per avvertirli di un’imminente «evacuazione completa» e per ordinare loro di «preparare un piano per trasferire le attrezzature mediche dal nord al sud».
Il Ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas, avrebbe respinto le richieste, scrive l’Afp, perché «indebolirebbero ciò che resta del sistema sanitario» e priverebbero «più di un milione di persone del loro diritto all’assistenza medica». Al grande assalto dovrebbero partecipare almeno 5 divisioni, l’esercito israeliano richiamerà 60mila riservisti entro l’inizio di settembre, anche se sostiene di essere già posizionato «alla periferia» di Gaza City. La città è sotto fuoco costante.
Secondo la difesa Civile di Gaza ieri almeno 48 persone sono state uccise da colpi di artiglieria e bombardamenti, numeri che l’esercito israeliano smentisce insieme a quelli pubblicati dal Guardian e da due giornali israeliani, +972 Magazine e Local Call.
L’inchiesta rivela che dai dati in possesso dello stesso esercito israeliano l’83% delle persone uccise a Gaza risultano essere civili. A maggio l’Idf aveva elencato in un database 8.900 combattenti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese come morti o «probabilmente morti» dall’inizio del conflitto. In quel momento, le vittime totali erano 53.000. Nel frattempo, la comunità internazionali alza la voce contro la decisione di Israele di autorizzare nuovi insediamenti nell’area E1 a est di Gerusalemme, spaccando in due la Cisgiordania e azzerando qualsiasi possibilità di uno stato palestinese.
Ventuno Paesi, tra cui Gran Bretagna, Francia, Australia, Canada e Italia hanno firmato una dichiarazione congiunta che definisce la decisione “inaccettabile e una violazione del diritto internazionale” e ne chiede “l’immediata revoca con la massima fermezza”. La Gran Bretagna ha anche convocato l’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, per protestare contro il progetto E1.