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Mosca alza ancora la posta per allontanare il vertice. Missili al confine europeo

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Le bombe russe hanno colpito ieri la Transcarpazia, al confine con l’Ungheria. Lavrov: “I volenterosi minano i colloqui”
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KIEV – «Producevano cose di tutti i giorni, tipo macchine per il caffè», ha puntualizzato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il bombardamento della fabbrica Flex avvenuto nella notte di mercoledì è diventato un caso. E non tanto perché la fabbrica è di proprietà americana ed è stata colpita da “vari” missili da crociera russi, come ha puntualizzato il capo dello Stato. Ma perché l’attacco è avvenuto a Mukachevo, in Transcarpazia, la regione nell’estremo sudovest dell’Ucraina che finora era stata risparmiata dai bombardamenti. Un altro sintomo che in questi giorni post-vertice alla Casa Bianca gli attacchi di Mosca si stanno spostando dal fronte per concentrarsi sulle città del centro e dell’ovest. Nelle stesse ore dell’attacco alla Flex, cinquanta droni sono stati abbattuti solo nella regione di Kiev. E la grande maggioranza dei 574 droni e 40 missili caduti tra martedì e mercoledì sono precipitati lontano dalla linea orientale delle trincee.

Eppure, nel consueto rovesciam…

KIEV – «Producevano cose di tutti i giorni, tipo macchine per il caffè», ha puntualizzato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il bombardamento della fabbrica Flex avvenuto nella notte di mercoledì è diventato un caso. E non tanto perché la fabbrica è di proprietà americana ed è stata colpita da “vari” missili da crociera russi, come ha puntualizzato il capo dello Stato. Ma perché l’attacco è avvenuto a Mukachevo, in Transcarpazia, la regione nell’estremo sudovest dell’Ucraina che finora era stata risparmiata dai bombardamenti. Un altro sintomo che in questi giorni post-vertice alla Casa Bianca gli attacchi di Mosca si stanno spostando dal fronte per concentrarsi sulle città del centro e dell’ovest. Nelle stesse ore dell’attacco alla Flex, cinquanta droni sono stati abbattuti solo nella regione di Kiev. E la grande maggioranza dei 574 droni e 40 missili caduti tra martedì e mercoledì sono precipitati lontano dalla linea orientale delle trincee.

Eppure, nel consueto rovesciamento della realtà in cui è maestra, Mosca ha accusato ieri Kiev e l’Europa di sabotare i risultati del vertice di Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin. Il ministro degli Esteri russi Sergej Lavrov si è lanciato in una lunga intemerata contro Zelensky e i Volenterosi che sembra avere come unico scopo quello di affogare le trattative avviate proprio ad Anchorage su forte spinta degli americani per mettere fine al conflitto in Ucraina. Putin non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo con Zelensky e ieri lo ha dimostrato chiaramente attraverso il suo capo della diplomazia. Che ha elencato una lunga lista di condizioni per il proseguio delle trattative.

Una delle questioni principali riguarda le garanzie per la sicurezza chieste da Zelensky per essere certo che, in caso di pace, Mosca non torni ad attaccarla in futuro. Ebbene, Lavrov ha puntualizzato che il Cremlino sostiene ancora l’opzione per le garanzie di sicurezza all’Ucraina discusse nei negoziati di Istanbul nel 2022. Nell’estate di quell’anno le trattative si arenarono per la richiesta di Putin che tra i garanti della pace in Ucraina vi fossero i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Cioè, la Russia stessa. In altre parole, Mosca avrebbe dovuto garantire la pace in Ucraina nel caso di un attacco di Mosca. Gli ucraini, comprensibilmente, abbandonarono il tavolo.

Lavrov, poi, ha precisato che un’altra ipotesi dibattuta attualmente tra i Volenterosi, ossia la presenza di truppe straniere in Ucraina «è del tutto inaccettabile, per la Russia». L’ipotesi stava comunque creando parecchi mal di pancia, nei principali Paesi europei. In Germania, dopo l’assenso a denti stretti del cancelliere Friedrich Merz, è arrivato il “no” del suo fedelissimo ministro degli Esteri, Johann Wadephul e la condizione-capestro del partner di governo Spd. I socialdemocratici vogliono mandare truppe in Ucraina solo se le mandano gli Stati Uniti. Che lo hanno categoricamente escluso. Insomma, forse Lavrov su questo punto ha facilitato il compito ai grandi frenatori in Occidente.

La vecchia volpe della diplomazia russa, dopo le provocazioni dei giorni scorsi come l’invito a organizzare il bilaterale o trilaterale con Zelensky e Trump a Mosca, ha anche dichiarato che Putin si sarebbe «ripetutamente» mostrato pronto ad incontrare il presidente ucraino, ma solo dopo che saranno «risolti tutti i problemi che richiedono discussioni ad alti livelli». Un processo che potrebbe durare anche anni.

Un’altra pretesa di Lavrov riguarda i possibili accordi «firmati» nell’incontro tra i due leader. Secondo Mosca ci sarebbero «questioni di legittimità» che riguardano Zelensky, che causa invasione russa e legge marziale non ha più potuto indire elezioni.

Non si è fatta attendere la replica del Commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius: «Chi è il vero capo del Cremlino, Putin o Lavrov?», visto che il ministro degli Esteri «nega pubblicamente tutto ciò che Putin ha promesso a Trump?». Già.

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