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Bravo Trump, ora però per mettere fine alla guerra in Ucraina ci vuole di più

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Pubblichiamo l’intervento del diplomatico americano, già inviato speciale per l’Ucraina del presidente Usa. “Con il tempo, le fondamenta militari ed economiche della Russia si indeboliscono. L’Occidente deve intensificare la pressione con sanzioni secondarie”
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Al presidente statunitense Trump va riconosciuto un merito: ha portato la fine della guerra abominevole della Russia contro l’Ucraina in cima all’agenda internazionale. In meno di una settimana ha incontrato Vladimir Putin, che porta avanti questa guerra, il presidente Zelensky, che difende il suo Paese, e diversi leader europei, compresi i vertici della Nato e dell’Ue, preoccupati per il futuro dell’Europa se Putin dovesse prevalere. Trump ha messo sul tavolo tutte le questioni principali: territorio, bambini ucraini deportati, garanzie di sicurezza future, un cessate il fuoco e un accordo di pace a lungo termine. Sta spingendo per la fine della guerra, e l’attenzione è concentrata ai massimi livelli.

Convogliare tale attenzione internazionale è un fatto positivo, e da esso potrebbe ancora nascere del bene. Finora, però, non si è visto alcun segnale di movimento da parte di Vladimir Putin verso la fine della sua guerra contro l’Ucraina. Perché ciò accada, Putin deve rendersi con…

Al presidente statunitense Trump va riconosciuto un merito: ha portato la fine della guerra abominevole della Russia contro l’Ucraina in cima all’agenda internazionale. In meno di una settimana ha incontrato Vladimir Putin, che porta avanti questa guerra, il presidente Zelensky, che difende il suo Paese, e diversi leader europei, compresi i vertici della Nato e dell’Ue, preoccupati per il futuro dell’Europa se Putin dovesse prevalere. Trump ha messo sul tavolo tutte le questioni principali: territorio, bambini ucraini deportati, garanzie di sicurezza future, un cessate il fuoco e un accordo di pace a lungo termine. Sta spingendo per la fine della guerra, e l’attenzione è concentrata ai massimi livelli.

Convogliare tale attenzione internazionale è un fatto positivo, e da esso potrebbe ancora nascere del bene. Finora, però, non si è visto alcun segnale di movimento da parte di Vladimir Putin verso la fine della sua guerra contro l’Ucraina. Perché ciò accada, Putin deve rendersi conto che le finanze statali russe stanno crollando e che lo sforzo militare non può reggere al flusso di sostegno verso Kiev. Queste condizioni non esistono oggi, ma potrebbero maturare entro la fine del 2025, aprendo la strada a un cessate il fuoco e al ritorno della deterrenza.

Accettando di incontrarsi in Alaska, Trump ha già concesso a Putin alcuni successi diplomatici: impossibilitato a recarsi nella maggior parte dei Paesi occidentali per l’incriminazione della Corte penale internazionale relativa alla deportazione di bambini ucraini, Putin è stato accolto negli Stati Uniti con tanto di tappeto rosso. Trump ha accantonato la richiesta di un cessate il fuoco immediato, proponendo invece di lavorare a un accordo di pace permanente. Ha anche attenuato le minacce di sanzioni secondarie severe e di dazi qualora Putin non avesse accettato subito un cessate il fuoco.

Putin non ha ricambiato. Ha continuato a rifiutare il cessate il fuoco e a mantenere richieste massimaliste: pretende che l’Ucraina ceda formalmente i territori già occupati e si ritiri da altri che la Russia non è riuscita a conquistare. È ripartito dall’Alaska senza aver ceduto un millimetro, avendo però ottenuto un allentamento della pressione da parte americana.

Preoccupati per quanto visto in Alaska, Zelensky e i leader europei si sono precipitati tre giorni dopo a Washington per definire con Trump una posizione comune. Il risultato, per quanto modesto, è stato un passo avanti.

Diversamente da febbraio 2025, l’incontro tra Zelensky e Trump alla Casa Bianca è andato bene. Anche l’intesa con i leader europei è stata positiva. Nessuna pressione su Kiev per cedere territori. È stata condivisa la necessità di garanzie di sicurezza per prevenire future aggressioni russe. Si è dato sostegno a colloqui diretti tra Putin, Zelensky e Trump come prossimo passo verso la fine della guerra. Trump ha persino interrotto il vertice per chiamare Putin, riferendo poi che il leader russo aveva accettato un incontro bilaterale con Zelensky, da seguire con un trilaterale alla presenza dello stesso Trump.

Manca però un legame con la realtà. Putin continua a bombardare le città ucraine ogni notte. La sera dopo l’incontro di Zelensky con Trump e i leader europei, ha lanciato 290 droni e missili. Le parole di Putin sono calibrate con cura, e persino i segnali di “progressi diplomatici” si rivelano meno di quanto appaia.

Appena Zelenskyy e i leader europei hanno lasciato Washington, Mosca ha chiarito le condizioni: secondo il ministro degli Esteri Lavrov, Putin non incontrerà subito Zelenskyy, ma propone una serie di incontri preliminari per “creare le condizioni” di un futuro vertice. Lavrov ha anche affermato che le garanzie di sicurezza per l’Ucraina dovrebbero provenire da Russia (!) e Cina. Putin continua a giocare, senza abbandonare le sue pretese massimaliste.

La realtà, dunque, resta invariata: uguale a due settimane fa, a sette mesi fa quando Trump è entrato in carica, e a tre anni e mezzo fa, quando la Russia ha lanciato l’invasione su larga scala.

Cosa ci porta allora più vicini alla fine della guerra? Col passare del tempo, la Russia consuma capacità militari ed economiche. Entro fine anno potrebbe essere proprio Mosca a cercare un cessate il fuoco.

Due sono i fattori decisivi per convincere Putin: primo, la certezza di un flusso continuo e visibile di armi e munizioni verso Kiev, comprese quelle statunitensi; secondo, la consapevolezza che la Russia non disporrà delle entrate da petrolio e gas necessarie a sostenere sia la guerra che le funzioni statali. Ci stiamo avvicinando a entrambe le condizioni, ma l’Occidente deve aumentare la pressione.

Un mese fa, Trump ha autorizzato gli europei ad acquistare armi e munizioni americane da inviare in Ucraina, ponendo la Nato a coordinamento. Il 18 agosto è stato annunciato un fondo di 90 miliardi di dollari messo a disposizione dall’Europa per questo scopo. Parallelamente, l’Ucraina si è fatta sempre più efficace nel colpire le infrastrutture logistiche militari russe.

Sul fronte economico, i fondamentali della Russia sono già in deterioramento: crescita in rallentamento, inflazione oltre il 20%, tassi d’interesse ancora più alti, carenza di manodopera e di componenti strategici. Anche senza nuove sanzioni occidentali, la Russia potrebbe arrivare a un punto critico entro la fine del 2025. Sanzioni secondarie dure da parte di Stati Uniti ed Europa potrebbero accelerare questo scenario.

In conclusione, l’ultima ondata di iniziative diplomatiche ha aumentato l’attenzione internazionale, ma non ha cambiato i calcoli di Putin. Tuttavia, con il tempo, le fondamenta militari ed economiche della Russia si indeboliscono. Più che i vertici internazionali, saranno questi fattori a rendere più probabile un cessate il fuoco entro il 2025. L’Occidente deve intensificare la pressione con sanzioni secondarie e sostegno militare illimitato per spingere Putin a fermare questa guerra e dissuaderlo dal prepararne una nuova.

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