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Domani i colloqui sul nucleare, le colombe al tavolo ma i falchi ricostruiscono l’esercito

(agf)

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Anche i fautori delle armi nucleari all’interno del regime sono d’accordo sul fatto che l’ombrello nucleare non rappresenta una soluzione a breve termine e che invece il deterrente convenzionale e la difesa antiaerea devono essere rafforzate urgentemente
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Domani riprendono i negoziati sul programma nucleare con gli Europei, ma le prospettive di un accordo appaiono dubbie, nonostante il presidente iraniano, Pezeshkian, sembri avere intenzioni serie e ci sia un vasto sostegno all’interno dell’apparato statale per i negoziati. C’è da chiedersi però fino a che punto questo sostegno sia motivato dalla necessità di guadagnare tempo per riarmarsi, oppure da una decisione strategica di scendere a patti. Fin dal momento del cessate il fuoco il 24 giugno, che ha posto fine alla Guerra dei 12 Giorni, sono stati in molti a pensare che si tratti solo di una tregua.

La tensione montante in Libano, dove gli iraniani incoraggiano Hezbollah a rifiutare il disarmo imposto dal governo, e in Iraq, dove le milizie filo-iraniane pure rifiutano il disarmo, non lascia presagire nulla di buono. Certamente all’interno dell’apparato statale iraniano si considera una ripresa degli scontri a distanza con Israele una possibilità molto realistica, e un nuovo interv…

Domani riprendono i negoziati sul programma nucleare con gli Europei, ma le prospettive di un accordo appaiono dubbie, nonostante il presidente iraniano, Pezeshkian, sembri avere intenzioni serie e ci sia un vasto sostegno all’interno dell’apparato statale per i negoziati. C’è da chiedersi però fino a che punto questo sostegno sia motivato dalla necessità di guadagnare tempo per riarmarsi, oppure da una decisione strategica di scendere a patti. Fin dal momento del cessate il fuoco il 24 giugno, che ha posto fine alla Guerra dei 12 Giorni, sono stati in molti a pensare che si tratti solo di una tregua.

La tensione montante in Libano, dove gli iraniani incoraggiano Hezbollah a rifiutare il disarmo imposto dal governo, e in Iraq, dove le milizie filo-iraniane pure rifiutano il disarmo, non lascia presagire nulla di buono. Certamente all’interno dell’apparato statale iraniano si considera una ripresa degli scontri a distanza con Israele una possibilità molto realistica, e un nuovo intervento americano viene visto come tutt’altro che improbabile.

Nel dibattito interno al regime, ci sono molti fautori della necessità di affidarsi ad armi nucleari come unico deterrente credibile. Il problema è che per l’Iran produrre armi nucleari che possano plausibilmente colpire obiettivi nel raggio di 2.000-3.000 chilometri richiede molto tempo. Con oltre 400 chili di uranio arricchito al 60%, che l’Aiea ha confermato essere stati prodotti, l’Iran potrebbe già produrre almeno tre bombe di tipo ‘primitivo’ (quali quella usata dagli americani a Hiroshima), di cui almeno una andrebbe ‘sprecata’ in un test nucleare. Il test ovviamente non potrebbe sfuggire all’attenzione di israeliani e americani e dopo di esso ci vorrebbero almeno alcune settimane per raffinare il disegno della bomba.

Ciò già crea una finestra di vulnerabilità. Soprattutto, queste bombe primitive sarebbero molto grandi, attorno alle 10 tonnellate, e l’Iran non ha alcun mezzo per farle arrivare a destinazione. Per miniaturizzare delle bombe che possano venir trasportate da missili balistici, già usati per colpire Israele, occorrerebbe un arricchimento al 90% e non è chiaro al momento quanta capacità di arricchimento sia rimasta all’Iran dopo l’attacco americano del 22 giugno. Occorrerebbero poi anni di lavoro e diversi esperimenti nucleari per raffinare le tecniche. Nel frattempo, è difficile immaginare che israeliani e americani starebbero a guardare. La finestra di vulnerabilità iraniana diventerebbe amplissima. È probabile che sia per questa ragione che il leader supremo, Khamenei, non ha ancora deciso in favore dello sviluppo di armi nucleari.

Anche i fautori delle armi nucleari all’interno del regime sono comunque d’accordo sul fatto che l’ombrello nucleare non rappresenta una soluzione a breve termine e che invece il deterrente convenzionale e la difesa antiaerea devono essere rafforzate urgentemente.

La Repubblica Islamica sembra riuscire ad incrementare la produzione di missili balistici, nonostante i tentativi israeliani di colpire le fabbriche. Fonti all’interno del regime parlano di un raddoppiamento della capacità di produzione dei missili a lungo raggio, con una produzione che si avvicina sempre di più ai 10 al mese, mentre i missili a raggio intermedio (fino a 2.000 chilometri) vengono prodotti a ritmi ormai vicini ai 20 al mese. Per rimpiazzare i missili usati o distrutti durante la guerra dei 12 giorni, ci vorranno circa 40-50 mesi, ma qui l’Iran almeno parte già con una riserva di circa 1.900 missili, secondo fonti interne al regime.

Il problema più grosso, per gli iraniani, è invece quello della difesa aerea. Le pretese iraniane di aver sviluppato sistemi missilistici in grado di colpire gli aerei israeliani, compresi gli F-35 ‘invisibili’, sono completamente in frantumi. Privatamente, gli ufficiali delle Guardie della Rivoluzione ammettono di non essere riusciti a colpire un singolo aereo israeliano, e non solo perché le forze speciali israeliane hanno colpito varie postazioni antiaeree preventivamente.

Gli iraniani stanno cercando disperatamente di ottenere i sistemi antiaerei più avanzati in possesso di Russia e Cina, ma finora senza gradi risultati. I russi hanno accettato di trasferire un singolo sistema S-400, sembrerebbe per proteggere l’uranio arricchito, ma i negoziati per acquisti su larga scala vanno a rilento, anche se i cinesi sembrano più motivati dei russi a vendere i loro HQ-19. In pratica, l’acquisizione di sistemi così complessi richiede lunghe fasi contrattuali. Poi ci sono i tempi richiesti per produrre questi sistemi – i russi producono S-400 a pieno ritmo, ma per il loro fronte ucraino, mentre i cinesi sono noti per la loro rapidità, ma ci vorrebbero comunque almeno diversi mesi, a meno che i cinesi non siano disposti a vendere sistemi già destinati alle proprie forze armate. Infine, questi sistemi andrebbero integrati nel sistema di difesa aereo iraniano, che richiederà vari test e dunque tempo aggiuntivo, mentre il personale andrà addestrato.

Dunque, anche assumendo che i negoziati si concludano nelle prossime settimane, gli iraniani non riusciranno a dispiegare numeri significativi di sistemi antiaerei avanzati prima del tardo 2026. Per avere un ben integrato e moderno sistema di difesa antiaerea, assumendo che responsabili più capaci vengano nominati per gestirlo, occorreranno anni. Gli Iraniani hanno anche cercato di ottenere caccia Su-35 dalla Russia, pagati nel 2021 ma mai consegnati (probabilmente a causa del desiderio russo di non alienare Israele) e stanno ora negoziando l’acquisto di 40 J-10C cinesi. Questi caccia, sebbene inferiori agli F-35 israeliani, sarebbero utili a integrare la difesa antiaerea basata a terra, ma per vederli pienamente operativi occorreranno almeno un paio di anni.

Per il momento, l’Iran può contare sul fatto che gli Israeliani sono anch’essi impegnati a ricostituire il loro arsenale di missili antimissile, che si era quasi esaurito durante la guerra. Sembra quasi certo che Israele sarà pronto a riprendere la guerra prima che un sistema di difesa iraniano decente sia pronto. Dunque, è probabile che lo scenario della Guerra dei 12 Giorni si ripeta: l’Iran sarebbe solo in grado di difendersi col suo deterrente convenzionale. Almeno, questa volta gli Iraniani dovrebbero essere più preparati psicologicamente – pochi ufficiali di alto rango corrono più il rischio di dormire nelle proprie case e la caccia alle spie israeliane è diventata una delle ossessioni principali.

L’autore è senior research fellow al Rusi di Londra

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