KIEV – C’è Serhiy Kovalov, medico che salvò la vita a soldati e civili durante il feroce assedio dell’acciaieria di Mariupol, e c’è Dmytro Khyliuk, giornalista dell’agenzia Unian, catturato durante il breve assedio dei sobborghi di Kiev, a marzo del 2022. A giugno di quest’anno, un suo ex compagno di cella rivelò che le sue condizioni erano «molto preoccupanti», che era ridotto uno scheletro. C’è il cronista ventottenne Mark Kaliush, sequestrato a Melitopol perché fondatore di due canali Telegram filoucraini e costretto al carcere psichiatrico.
E c’è il mitico ex sindaco di Kherson Volodymyr Mykolaienko, che dopo l’annessione della Crimea del 2014 annunciò che avrebbe sparato alle milizie russe se si fossero spinte sino alla sua città. Quando era già tornato alla vita civile, Mykolaienko fu rapito - era l’aprile del 2022 - nella città occupata dalle truppe di Putin. Ieri l’ex sindaco ha rivelato che in questi tre anni «non ho visto altro che sbarre e cemento». All’inizio della prigio…
KIEV – C’è Serhiy Kovalov, medico che salvò la vita a soldati e civili durante il feroce assedio dell’acciaieria di Mariupol, e c’è Dmytro Khyliuk, giornalista dell’agenzia Unian, catturato durante il breve assedio dei sobborghi di Kiev, a marzo del 2022. A giugno di quest’anno, un suo ex compagno di cella rivelò che le sue condizioni erano «molto preoccupanti», che era ridotto uno scheletro. C’è il cronista ventottenne Mark Kaliush, sequestrato a Melitopol perché fondatore di due canali Telegram filoucraini e costretto al carcere psichiatrico.
E c’è il mitico ex sindaco di Kherson Volodymyr Mykolaienko, che dopo l’annessione della Crimea del 2014 annunciò che avrebbe sparato alle milizie russe se si fossero spinte sino alla sua città. Quando era già tornato alla vita civile, Mykolaienko fu rapito - era l’aprile del 2022 - nella città occupata dalle truppe di Putin. Ieri l’ex sindaco ha rivelato che in questi tre anni «non ho visto altro che sbarre e cemento». All’inizio della prigionia si era rifiutato di farsi mettere su una lista di ucraini da scambiare con i russi e ceduto il posto a un soldato gravemente ferito.
Da sono tutti uomini liberi, tornati dopo tre anni tra le braccia dei loro familiari grazie a uno scambio di prigionieri tra Ucraina e Russia. Sono tra gli otto civili tornati a casa insieme a 146 soldati di diversi battaglioni, in cambio di altrettanti militari russi catturati durante l’assedio e la difesa di città cruciali come Donetsk, Lugansk, Mariupol o Kherson. Nel Giorno dell’Indipendenza, l’annuncio della loro liberazione è arrivato da Volodymyr Zelensky.
Il leader ucraino ha presenziato ieri alle celebrazioni che ricordano l’autonomia conquistata nel 1991. Prima ha partecipato alla messa nella cattedrale di Santa Sofia, poi, davanti al Monumento dell’Indipendenza dove sono incise le distanze con le città ora occupate dai russi, ha promesso che «è solo questione di tempo prima che l’Ucraina possa riunire le sue terre occupate con il resto del Paese». Il capo dello Stato è tornato a chiedere una pace «giusta». E ha ribadito che «il formato dei colloqui tra i leader», cioè tra lui e Putin, «è la via più efficace da seguire».
Tra i messaggi di auguri, il più importante è arrivato ieri da Donald Trump che ha rinnovato il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina, esprimendo l’augurio che la «carneficina senza senso» finisca ed elogiando «lo spirito incrollabile» del popolo ucraino. Zelensky ha ringraziato il presidente americano e si è detto convinto che «lavorando insieme» si possa arrivare a una «pace duratura».
A Kiev è arrivato l’inviato americano Kellogg, ma anche il primo ministro canadese Mark Carney, che non ha escluso per il futuro l’invio di truppe di Ottawa sul suolo ucraino. A fianco dell’ex banchiere centrale, Zelensky ha ribadito che la «presenza sul campo è importante per noi». Ma finora sono pochi i partner occidentali che si sono dichiarati disponibili a mandare soldati. Carney, strettissimo alleato dei volenterosi, ha anche chiesto che il primo passo verso la pace sia un cessate il fuoco, come preteso da Kiev e dagli europei. Ma non più, purtroppo, da Trump. Peraltro, il Canada ha detto che finanzierà una parte delle armi americane che saranno inviate in Ucraina e che Washington non vuole più donare, ma vendere a Kiev.
A Zelensky è arrivata in occasione della festa dell’indipendenza ucraina anche un’addolorata lettera di papa Leone XIV: «Con il cuore ferito dalla violenza che devasta la vostra terra», Prevost ha espresso l’augurio che «il clamore delle armi taccia», cedendo «il posto al dialogo»