Europa e Stati Uniti dovrebbero inserire la liberazione dei prigionieri politici russi nei negoziati con l’Ucraina: è l’unico modo concreto per aiutarli, visto l’enorme pericolo in cui si trovano». La giornalista russa Katerina Gordeeva conosce bene i rischi del dissenso. Nata e cresciuta nella regione di Rostov sul Don, al confine con l’Ucraina, ha scelto di lasciare il Paese nel 2014, dopo l’occupazione della Crimea. «Non potevo restare lì a guardare, accettare quello che stava succedendo senza reazioni. Questa guerra non finirà presto: Putin non vuole davvero la pace», dice Gordeeva, in Italia per partecipare al Meeting di Rimini.
Il presidente russo, Vladimir Putin, sta facendo sul serio con i negoziati?
«No, io credo che nessuno di loro voglia davvero la pace. L’unica cosa che gli interessa sono i tornaconti economici e continuare a sentirsi i più potenti del mondo. È tutto un grande spettacolo per loro, come quando è arrivato sul tappeto rosso di Anchorage, in Alaska. Che c…
Europa e Stati Uniti dovrebbero inserire la liberazione dei prigionieri politici russi nei negoziati con l’Ucraina: è l’unico modo concreto per aiutarli, visto l’enorme pericolo in cui si trovano». La giornalista russa Katerina Gordeeva conosce bene i rischi del dissenso. Nata e cresciuta nella regione di Rostov sul Don, al confine con l’Ucraina, ha scelto di lasciare il Paese nel 2014, dopo l’occupazione della Crimea. «Non potevo restare lì a guardare, accettare quello che stava succedendo senza reazioni. Questa guerra non finirà presto: Putin non vuole davvero la pace», dice Gordeeva, in Italia per partecipare al Meeting di Rimini.
Il presidente russo, Vladimir Putin, sta facendo sul serio con i negoziati?
«No, io credo che nessuno di loro voglia davvero la pace. L’unica cosa che gli interessa sono i tornaconti economici e continuare a sentirsi i più potenti del mondo. È tutto un grande spettacolo per loro, come quando è arrivato sul tappeto rosso di Anchorage, in Alaska. Che cosa hanno detto davvero? Quali sono stati i cambiamenti? E intanto a farne le spese sono le persone».
Si continua a parlare di scambi di territori, ma che cosa pensa la gente che vive lì ?
«Io sono cresciuta a Rostov, al confine con l’Ucraina. Il nostro accento e dialetto sono quelli degli ucraini del sud. È difficile capire che cosa pensano le persone che vivono in un Paese che non è libero. Quello che ho visto e ascoltato tornando in questi luoghi per il mio lavoro è stata la paura. Il timore di parlare con un vicino, cercare informazioni. La paura distrugge la volontà e la forza di resistere. Ma di una cosa sono certa: nelle prigioni russe ci sono oggi più di 3.000 prigionieri politici».
Che cosa può fare l’Occidente per loro?
«L’Europa dovrebbe spingere gli Stati Uniti a chiedere la loro liberazione, inserirla come condizione nei negoziati per la pace. Molti di loro sono stati arrestati per gesti minimi: esporre un cartello di protesta, disegnare un simbolo di pace, mettere un semplice like, o offrire ospitalità a rifugiati ucraini. Zhenya Berkovich, condannata a sei anni e mezzo con l’accusa di aver “giustificato il terrorismo” attraverso un’opera teatrale, oggi pesa 39 chili e rischia di morire. Temo che i negoziati non portino la fine della guerra, ma il rilascio di prigionieri politici sarebbe una misura concreta e realizzabile».
Dall’invasione russa lei ha intervistato dissidenti, rifugiati, soldati. Che cosa è cambiato in loro dal 24 febbraio 2022 a oggi?
«Non voglio generalizzare. Alcuni ucraini e russi sono sopraffatti dal dolore, altri dalla stanchezza e desiderano una fine rapida, mentre altri ancora rifiutano qualsiasi compromesso. Non c’è molta speranza: tutti sono esausti e si sentono deboli e impotenti di fronte a questa situazione. Ma questa guerra è ancora molto lunga».
Negli ultimi anni la vita è cambiata molto anche per i russi. Penso, ad esempio, alle difficoltà di accedere a YouTube o al blocco di WhatsApp.
«Le leggi russe hanno oscurato molti siti e reso rischioso cercare informazioni indipendenti, persino tramite Vpn. Da settembre entrerà in vigore una nuova norma che considera queste ricerche un reato. Inoltre, la decisione di dichiarare Reporter senza frontiere un’organizzazione indesiderata in Russia riduce ulteriormente la speranza di vivere in un mondo libero e rende più difficile il lavoro di giornalisti indipendenti».
Che cosa la motiva ad andare avanti?
«La storia viene sempre scritta dai vincitori. Oggi non sappiamo come, o quando, finirà questa guerra. Ma è fondamentale raccogliere testimonianze, così che le generazioni future possano leggere una narrazione indipendente».