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Bisharat: “Senza il lavoro dei giornalisti nessuno saprebbe cosa succede a Gaza”

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“972 Magazine” è la sola testata israeliana a servirsi dei reporter gazawi. La direttrice racconta il loro contributo alla verità
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L’altra metà della storia di questi 22 mesi, in Israele, l’hanno raccontata in pochissimi. In alcuni momenti – soprattutto nelle prime settimane dopo il 7 ottobre 2023 – a farlo è stata un’unica redazione, attraverso le sue due anime gemelle. Il progetto si chiama Sikha Mekomit/+972 Magazine (“Sikha Mekomit” vuol dire chiamata locale mentre 972 è il prefisso internazionale per chiamare Israele e i Territori palestinesi) e in questi mesi ha prodotto alcune delle più importanti inchieste sulla guerra a Gaza e sul funzionamento della macchina militare israeliana.

A guidare la gamba internazionale del progetto, + 972 Magazine, è la direttrice Ghousoon Bisharat, giornalista araba israeliana. Merito suo e del suo team l’aver fatto raccontare, da subito, Gaza dai giornalisti gazawi: in inglese e – cosa per nulla scontata – in ebraico. Per questo pochi meglio di lei conoscono la realtà che ieri è stata colpita.

Bisharat, chi erano i reporter uccisi?

«Palestinesi che lavoravano per la stampa…

L’altra metà della storia di questi 22 mesi, in Israele, l’hanno raccontata in pochissimi. In alcuni momenti – soprattutto nelle prime settimane dopo il 7 ottobre 2023 – a farlo è stata un’unica redazione, attraverso le sue due anime gemelle. Il progetto si chiama Sikha Mekomit/+972 Magazine (“Sikha Mekomit” vuol dire chiamata locale mentre 972 è il prefisso internazionale per chiamare Israele e i Territori palestinesi) e in questi mesi ha prodotto alcune delle più importanti inchieste sulla guerra a Gaza e sul funzionamento della macchina militare israeliana.

A guidare la gamba internazionale del progetto, + 972 Magazine, è la direttrice Ghousoon Bisharat, giornalista araba israeliana. Merito suo e del suo team l’aver fatto raccontare, da subito, Gaza dai giornalisti gazawi: in inglese e – cosa per nulla scontata – in ebraico. Per questo pochi meglio di lei conoscono la realtà che ieri è stata colpita.

Bisharat, chi erano i reporter uccisi?

«Palestinesi che lavoravano per la stampa internazionale, per lo più. Non conoscevo nessuno di loro personalmente, ma allo stesso tempo so tutto di loro: perché erano amici dei nostri giornalisti a Gaza e perché come loro hanno vissuto in condizioni inimmaginabili e fatto un lavoro incredibile per raccontare questa guerra».

Lei dice “inimmaginabili”: ci spiega cosa intende?

«Tutti sono stati costretti a lasciare le loro case almeno due volte. Tutti hanno sofferto la fame. Tutti, oltre a raccontare, hanno dovuto cercare cibo per le proprie famiglie: alcuni sono morti così, mentre cercavano da mangiare. Tutti per raccontare una storia hanno camminato per ore, perché la benzina non c’è o costa troppo. Per non parlare delle bombe, che continuano a cadere dove lavorano: l’ospedale Al Nasser ieri, Al Shifa qualche giorno fa. Poi ci sono i figli, i mariti, le mogli, i genitori: molti di loro non li vedono da tempo, sanno di essere nel mirino e che potrebbero essere colpiti in ogni momento, quindi evitano di stare con chi amano di più. Io non credo che ce l’avrei fatta: e lo dico in particolare per chi di loro, come Mariam, ha dei figli».

Le chiedo allora come fanno loro, visto che parla con il suo team a Gaza ogni giorno…

«Lo fanno e basta. E posso dirle che nonostante io dica loro che tutto il mondo ammira ciò che fanno, nonostante l’esposizione che le loro vicende hanno sui media stranieri, si sentono soli. Sentono che non c’è abbastanza solidarietà. Nessun media straniero finora ha detto a Israele che non passerà più i suoi comunicati stampa o non parlerà più con i suoi rappresentanti se continua a mettere nel mirino i colleghi. Questi giornalisti sono soli di fronte alla macchina del genocidio, ma non hanno il privilegio di tentare di mettersi in salvo. Perché senza di loro il mondo non saprebbe cosa succede a Gaza».

Parla dei media internazionali: e quelli israeliani? Come reagiscono a una strage di giornalisti come quella del Nasser Hospital?

«I giornalisti israeliani non solo non credono al fatto che siano stati uccisi deliberatamente, ma non credono a nulla di quello che i colleghi palestinesi raccontano da Gaza. Adottano nella grande maggioranza la posizione del governo, senza porsi domande. Non c’è solidarietà per i giornalisti come non ce n’è per i medici né per nessun essere umano. Ci si aspetterebbe una presa di posizione morale: non c’è».

Il suo giornale ha rivelato l’esistenza di una cellula speciale dell’esercito israeliano incaricata di scovare presunti legami fra i reporter di Gaza e Hamas, in modo da giustificare il fatto che siano stati messi nel mirino…

«Esatto. Ma non è cambiato nulla. I giornalisti continuano a morire: nulla li metterà al sicuro se non la fine della guerra».

Noi occidentali, noi media, cosa possiamo e dobbiamo fare?

«Continuare a fare pressione sul governo israeliano. Ogni giorno mi chiedo come è possibile che questa guerra genocida vada ancora avanti. come è possibile che nessuno riesca a fermarla. Continuare a raccontare, continuare a fare pressione: ancora di più. È l’unica risposta che ho».

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