KIEV – Nonostante lo scetticismo, la diplomazia avanza verso un vero negoziato per la pace in Ucraina. Venerdì i capi delegazione ucraini — il capo dell’Ufficio presidenziale Yermak e il segretario del Consiglio di sicurezza Umerov — saranno negli Usa per incontrare l’inviato di Trump, Witkoff, e discutere il nodo centrale di ogni bozza d’accordo: le “garanzie di sicurezza” per Kiev.
Il vertice in Alaska tra Trump e Putin ha gettato le basi affrontando il punto, ritenuto fondamentale da entrambe le parti. Altro è conciliare le diverse istanze e i limiti invalicabili dei due paesi in guerra. Eppure, già all’indomani del vertice — mentre molti commentatori lo definivano un “disastro” perché apparentemente inconcludente — le prime parole di Zelensky dopo la telefonata con Trump non erano negative: aveva citato «segnali positivi da parte americana circa il loro coinvolgimento nel garantire la sicurezza dell’Ucraina». Per la prima volta non aveva accennato ai due punti che, pur ringra…
KIEV – Nonostante lo scetticismo, la diplomazia avanza verso un vero negoziato per la pace in Ucraina. Venerdì i capi delegazione ucraini — il capo dell’Ufficio presidenziale Yermak e il segretario del Consiglio di sicurezza Umerov — saranno negli Usa per incontrare l’inviato di Trump, Witkoff, e discutere il nodo centrale di ogni bozza d’accordo: le “garanzie di sicurezza” per Kiev.
Il vertice in Alaska tra Trump e Putin ha gettato le basi affrontando il punto, ritenuto fondamentale da entrambe le parti. Altro è conciliare le diverse istanze e i limiti invalicabili dei due paesi in guerra. Eppure, già all’indomani del vertice — mentre molti commentatori lo definivano un “disastro” perché apparentemente inconcludente — le prime parole di Zelensky dopo la telefonata con Trump non erano negative: aveva citato «segnali positivi da parte americana circa il loro coinvolgimento nel garantire la sicurezza dell’Ucraina». Per la prima volta non aveva accennato ai due punti che, pur ringraziando per non alterare la suscettibilità del tycoon, non saltava mai: non aveva accusato i russi di voler solo prendere tempo, né aveva chiesto sanzioni per convincerli a trattare.
Oggi sappiamo in cosa consistessero le aperture americane a garanzia della pace. Ne ha rivelato lo schema il Financial Times, ottenendone conferma da Yermak: «Sarà un mix — dice il braccio destro di Zelensky — di sostegno militare, politico ed economico» con 4 o 5 brigate europee «sul terreno, fornite dai Volenterosi, più facilitatori strategici dagli Usa». La base su cui l’Occidente lavora è una forza neutrale a garantire la linea di contatto; un esercito ucraino potenziato alle spalle; e i Volenterosi a copertura — dentro o fuori dai confini, nodo da sciogliere — pronti a intervenire. La novità è il ruolo attivo offerto dagli Usa, pur restando fuori dall’Ucraina: fornirebbero intelligence e contribuirebbero a una “no fly zone” di europei e ucraini con assistenza logistica, sistemi antiaerei, sorveglianza e ricognizione, comando e controllo e aerei americani nell’area (ma fuori dai confini). La parte flessibile è il tipo di presenza dei Volenterosi, cui spetterebbe presidiare la pace con decine di migliaia di uomini. Una formulazione che potrebbe integrare la disponibilità offerta da francesi e britannici di spedire soldati direttamente in Ucraina con l’idea di Meloni di una risposta variabile sulla base di un simil articolo 5 Nato, con interventi a difesa di Kiev secondo scelte diverse: con armi, soldi, logistica o altro.
La Russia ha mosso due obiezioni. Nel merito non accetta soldati di paesi Nato in Ucraina, poiché fermare l’integrazione Nato era tra i motivi dichiarati dell’invasione. Nel metodo il portavoce di Putin, Peskov, ribadisce che le garanzie di sicurezza sono «uno degli argomenti più importanti» ma «al momento non vorremmo discuterne in formato pubblico. Non è efficace».
Venerdì gli inviati di Kiev discuteranno anche di un futuro vertice dei leader di Russia e Ucraina, ma il prossimo round non è alle porte neppure in un formato meno elevato: le delegazioni «sono in contatto, ma non ci sono ancora nuove date», dice Peskov. Gli altri temi restano sottotraccia. La questione confini viene dopo le garanzie: mentre si concorderanno queste ultime, la guerra modellerà con la forza i confini su cui negoziare.
Sul fronte dei Brics, intanto, emerge che il 31 agosto Xi Jinping ospiterà in Cina Putin e il presidente indiano Modi, il cui Paese è sotto minaccia di dazi Usa al 50% se non sospenderà l’acquisto di petrolio russo, i cui proventi sono utili a finanziare la guerra. Sul terreno, la Russia continua ad avanzare senza risultati decisivi. In Ucraina ha fatto discutere un articolo di Bild secondo cui l’offensiva estiva di Mosca è fallita. Il generale Igor Romanenko, ex vice capo di Stato maggiore, demolisce l’ipotesi su Tsn: «I russi continuano l’offensiva su Konstantinivka in tre direzioni (Pokrovsk, Toretsk e Chasiv Yar) con prospettiva di un’ulteriore avanzata su Druzhkivka e su Kramatorsk e Sloviansk. Le incursioni nella regione di Dnipro continuano con forze consistenti. La situazione a Kupyansk e Lyman, nel Donetsk, è difficile. Purtroppo non vedo alcun fallimento dell’offensiva. Al contrario, non siamo riusciti a fermare l’avanzata» e Putin prepara «120-160 mila uomini per la seconda fase: dobbiamo risolvere subito la questione della mobilitazione».