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Regno Unito, la regina Elisabetta era contro la Brexit: “Non dovremmo lasciare la Ue”

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Così nel 2016 la sovrana avrebbe detto a un ministro del governo di Cameron. A svelarlo “Power and the Palace”, il nuovo libro di Valentine Low
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LONDRA – La regina Elisabetta era contro la Brexit. La rivelazione è contenuta in “Power and the Palace”, un nuovo libro di Valentine Low, per lungo tempo corrispondente del Times da Buckingham Palace e uno stimato biografo della casa reale britannica. Tre mesi prima del referendum del giugno 2016 che decretò l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la sovrana confidò a un ministro di primo piano del governo di David Cameron: “Non dovremmo lasciare la Ue. È meglio restare con il diavolo che conosci”. Un modo di dire inglese, “better stick with the devil you know”, su per giù equivalente al nostro proverbio “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che cerca, non sa quello che trova”.

L’indiscrezione, oggi anticipata dal Times e ripresa da altri giornali di Londra, viene confermata nel libro da altre due fonti: un funzionario di palazzo reale, secondo cui Elisabetta II vedeva l’appartenenza del proprio Paese all’Europa unita come “parte del riassetto post-bellico del co…

LONDRA – La regina Elisabetta era contro la Brexit. La rivelazione è contenuta in “Power and the Palace”, un nuovo libro di Valentine Low, per lungo tempo corrispondente del Times da Buckingham Palace e uno stimato biografo della casa reale britannica. Tre mesi prima del referendum del giugno 2016 che decretò l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la sovrana confidò a un ministro di primo piano del governo di David Cameron: “Non dovremmo lasciare la Ue. È meglio restare con il diavolo che conosci”. Un modo di dire inglese, “better stick with the devil you know”, su per giù equivalente al nostro proverbio “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che cerca, non sa quello che trova”.

L’indiscrezione, oggi anticipata dal Times e ripresa da altri giornali di Londra, viene confermata nel libro da altre due fonti: un funzionario di palazzo reale, secondo cui Elisabetta II vedeva l’appartenenza del proprio Paese all’Europa unita come “parte del riassetto post-bellico del continente, pernio di un’era di cooperazione dopo due guerre mondiali” che lo avevano diviso; e da Cameron, primo ministro all’epoca del referendum, anch’egli contrario alla Brexit, che come tutti i premier incontrava Sua Maestà una volta alla settimana per un colloquio confidenziale. “La regina stava sempre attenta a non esprimere posizioni politiche”, afferma l’ex-leader conservatore, alludendo al ruolo di imparzialità del Capo dello Stato, “ma si aveva sempre la sensazione che considerasse necessaria ed importante la cooperazione europea, sebbene qualche volta le istituzioni della Ue potessero farla spazientire”.

Poteva trovare la burocrazia di Bruxelles “ridicola”, come le scappò detto in un’occasione leggendo i giornali, ma davanti alla scelta del referendum era una “remainer”, come erano definiti coloro che volevano rimanere in Europa, afferma il volume.

Rispettoso della privacy dei loro incontri, durante la campagna referendaria Cameron si guardò bene dal rendere pubblica l’opinione della sovrana: ne parla soltanto adesso, nove anni dopo il referendum e tre anni dopo la scomparsa di Elisabetta. Ben diverso fu l’atteggiamento dei brexitiani, che alla vigilia della consultazione confidarono al Sun, tabloid pro-Brexit, una presunta indiscrezione secondo cui la regina, a un lunch al castello di Windsor con il vicepremier Nick Clegg, gli avrebbe detto “non capisco l’Europa”, sostenendo che la Ue stava andando nella direzione sbagliata.

Il giornale sparò la storia in prima pagina con un titolo ad effetto: “Queen backs Brexit” (La regina appoggia la Brexit). Clegg smentì con fermezza, accusando Michael Gove, un deputato conservatore che – contro le indicazioni del leader del suo partito e premier – faceva campagna per la Brexit insieme a Boris Johnson, di avere passato la falsa notizia al Sun. Buckingham Palace si lamentò con l’Independent Press Standard Organisation, l’organismo che regola la stampa britannica, ma non diffuse una secca smentita, perché questa avrebbe dato per scontato che la regina fosse contro la Brexit, mentre lei voleva e doveva rimanere al di sopra della politica. Ma il danno ormai era fatto e la prima pagina del Sun, lasciando intendere che a Sua Maestà non piaceva la Ue, contribuì alla vittoria di misura della Brexit, 52 a 48 per cento, nel referendum.

Oggi i sondaggi dicono che il 58 per cento della popolazione considera la Brexit un danno e soltanto il 35 per cento la giudica positivamente; e il governo laburista di Keir Starmer si riavvicina all’Europa con una serie di accordi in materia di difesa, sicurezza, scambi culturali e commerciali. Eppure è ripresa la furia contro gli stranieri, che adesso ha nel mirino gli immigrati illegali, non più gli europei entrati legalmente nel Regno Unito, come dimostrano le proteste contro gli “hotel per migranti” e lo sventolio di bandiere di San Giorgio, simbolo di nazionalismo. Un fenomeno che il Financial Times definisce “il sequel della Brexit”.

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