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Assassinio a Leopoli, l’ex capo del Parlamento ucraino freddato da un sicario

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Andrij Parubij, big della politica ucraina proveniva dall’ultradestra. Abbracciato l’europeismo ha guidato il servizio d’ordine a Maidan
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KIEV – Nove anni fa gli lanciarono una granata davanti a un albergo a Kiev: sopravvisse. Ieri ci sono riusciti a Leopoli, vestiti da fattorini: un sicario con casco in testa e borsone “Glovo” l’ha atteso in strada mentre andava in palestra, e gli ha scaricato addosso otto colpi di pistola. Così è morto l’ex presidente della Verkhovna Rada ed ex segretario del Consiglio di sicurezza Andrij Parubij, pezzo da novanta della destra nazionalista ucraina e del Paese.

In questi decenni torridi di guerra e rivoluzioni, di lotta per l’indipendenza, di veleni e guerra civile, Parubij surfava la politica sulla cresta dell’onda. Neonazista e banderista, poi nazionalista ma europeista, era diventato il comandante supremo del servizio d’ordine sulle barricate di Euromaidan, e salito infine ai vertici delle istituzioni. Oggi era deputato di “Solidarietà europea”, l’opposizione di Poroshenko di cui era collaboratore strettissimo. L’ex presidente è tra i primi a salutare «il compagno d’armi di lun…

KIEV – Nove anni fa gli lanciarono una granata davanti a un albergo a Kiev: sopravvisse. Ieri ci sono riusciti a Leopoli, vestiti da fattorini: un sicario con casco in testa e borsone “Glovo” l’ha atteso in strada mentre andava in palestra, e gli ha scaricato addosso otto colpi di pistola. Così è morto l’ex presidente della Verkhovna Rada ed ex segretario del Consiglio di sicurezza Andrij Parubij, pezzo da novanta della destra nazionalista ucraina e del Paese.

In questi decenni torridi di guerra e rivoluzioni, di lotta per l’indipendenza, di veleni e guerra civile, Parubij surfava la politica sulla cresta dell’onda. Neonazista e banderista, poi nazionalista ma europeista, era diventato il comandante supremo del servizio d’ordine sulle barricate di Euromaidan, e salito infine ai vertici delle istituzioni. Oggi era deputato di “Solidarietà europea”, l’opposizione di Poroshenko di cui era collaboratore strettissimo. L’ex presidente è tra i primi a salutare «il compagno d’armi di lunga data dai primi anni 2000, mio fratello Andrij colpito da disumani».

Chi lo ha ucciso è scomparso nel nulla su una bicicletta elettrica. Una telecamera ha ripreso l’agguato, ma è svanito comunque. «Purtroppo il crimine è stato meticolosamente pianificato — dice il presidente Zelensky — si sta facendo il possibile per risolverlo». Non gli mancavano i nemici. La procura «non esclude la pista russa», spiegano gli inquirenti. La prima inattendibile rivendicazione politica è della costola ucraina di un gruppo neonazista fondato da un americano in esilio in Russia: lo stesso — “The Base — White Phoenix” — che ha rivendicato l’uccisione il 10 luglio a Kiev del colonnello della Sbu Ivan Voronych.

È già fitta la nebbia. Parubij fu protagonista di tutti i momenti più delicati e controversi dall’indipendenza a oggi. Nel 1991 fondò il Partito social-nazionale ucraino (il simbolo era una runa simile alla Wolfsangel dei primi nazisti), poi trasformatosi in Svoboda, l’ultradestra nazionalista, e ne guidò l’ala paramilitare.

Ma nel 2004 aveva preso le distanze dai radicali. Entra nel Consiglio regionale di Leopoli, prende parte alla Rivoluzione arancione dei giovani che sognavano un futuro europeo lontano dal mondo corrotto e post sovietico di Yanukovich. Nel 2007 è deputato dei filoeuropei di Yushchenko, ma al Parlamento europeo si distingue chiedendo di riconsiderare le perplessità a nominare Stefan Bandera “eroe dell’Ucraina”. A dicembre 2013 eccolo sulle barricate di Maidan, ancora con i giovani che vogliono l’Europa: ne guida il servizio d’ordine nella tendopoli, “l’Autodifesa” che coordinava sicurezza e scontri con le forze dell’ordine del presidente fedele a Mosca. Caduto il regime filorusso di Yanukovich, sono i battaglioni di volontari forgiati nell’ultradestra nazionalista i primi a riversarsi nell’est controrivoluzionario, in cui i filorussi armati e aiutati dal Cremlino avevano preso possesso di parte di Donetsk e Lugansk. Promosso segretario del Consiglio di sicurezza, Parubij fu tra gli organizzatori della risposta armata all’Est secessionista. Erano i mesi in cui, nel Donbass lacerato, moriva Andy Rocchelli.

I filorussi lo ritengono mandante del rogo nella Casa dei sindacati di Odessa, il 2 maggio 2014: 42 uccisi dopo una protesta pacifica. Le accuse non vennero mai provate. Nel 2016 lo nominarono presidente del Parlamento. Nel 2018 la procura lo indagò per “odio etnico”: accusava i sacerdoti della Chiesa ortodossa ucraina (patriarcato di Mosca) di uccidere ucraini. Nel 2019 vara la controversa legge sulla lingua che rese obbligatorio l’ucraino.

L’omicidio di Parubij tutto è fuorché un episodio isolato. Segue un filo rosso che si ricongiunge a Demyan Ganul, ucciso il 14 marzo a Odessa: neonazista di Pravi Sektor, era accusato di essere uno degli esecutori del rogo di Odessa. E quel filo porta all’omicidio di Iryna Farion il 19 luglio a Leopoli: ultranazionalista di Svoboda nel 2005, deputata fino al 2014, consigliera regionale di Leopoli... un curriculum fotocopia, e come Parubij combatteva per la lingua ucraina e divenne famosa per l’ostilità agli ucraini di lingua russa. Niente di nuovo sotto il sole: l’ondata di uccisioni è arrivata in Spagna, con l’assassinio vicino a Madrid di Andriy Portnov, assistente dell’ex presidente filorusso Yanukovich. Una scia di misteri, e non è finita: «Sei mesi fa Andriy ha chiesto protezione ma non gli è stata concessa — denuncia il deputato Volodymyr Ariev — ed è stato colpito alla schiena, come gli ufficiali dell’Nkvd sparavano ai patrioti ucraini negli anni ‘30».

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