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Shaaban bloccato con la famiglia a Gaza City: “Moriremo qui, ma tutti insieme”

Shaaban Aldahdouh e la sua famiglia 

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La storia di un avvocato, che come tanti in città non ha più forze e soldi per un’altra fuga: “Mia madre e mio figlio sono malati”
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GERUSALEMME – Shaaban Aldahdouh non si muoverà da qui. Sa tutto, è lucido. Non c’è bisogno di ricordargli che l’esercito israeliano ha deciso di occupare Gaza City, è inevitabile, e se non è oggi o domani, prima o poi arriverà anche in questo quartiere di Remal con le truppe, con i carri armati e con l’artiglieria. Non è nemmeno il caso di fargli notare che rifugiarsi a un piano alto di un edificio già per metà distrutto, non è esattamente la soluzione più sicura per ripararsi dai temporali di missili. Shaaban Aldahdouh sa anche questo. Il palazzo trema a ogni granata che esplode nelle vicinanze. Ma non può fare diversamente, non se ne può andare.

Per lui l’evacuazione non è un’opzione praticabile. E non c’entrano grandi discorsi, principi di resistenza e ideologie: c’entra la madre, Zeinab, che a stento si alza dal letto. E c’entra suo figlio Jaber, che è malato dalla nascita e ha ginocchia che funzionano male. Per cui, a chi gli chiede «perché non ve ne andate e vi salvate la v…

GERUSALEMME – Shaaban Aldahdouh non si muoverà da qui. Sa tutto, è lucido. Non c’è bisogno di ricordargli che l’esercito israeliano ha deciso di occupare Gaza City, è inevitabile, e se non è oggi o domani, prima o poi arriverà anche in questo quartiere di Remal con le truppe, con i carri armati e con l’artiglieria. Non è nemmeno il caso di fargli notare che rifugiarsi a un piano alto di un edificio già per metà distrutto, non è esattamente la soluzione più sicura per ripararsi dai temporali di missili. Shaaban Aldahdouh sa anche questo. Il palazzo trema a ogni granata che esplode nelle vicinanze. Ma non può fare diversamente, non se ne può andare.

Per lui l’evacuazione non è un’opzione praticabile. E non c’entrano grandi discorsi, principi di resistenza e ideologie: c’entra la madre, Zeinab, che a stento si alza dal letto. E c’entra suo figlio Jaber, che è malato dalla nascita e ha ginocchia che funzionano male. Per cui, a chi gli chiede «perché non ve ne andate e vi salvate la vita?», l’avvocato Shaaban Aldahdouh, 33 anni, sposato, padre di cinque figli, risponde con lo sguardo, e con una frase che chissà quante volte ha pronunciato a sé stesso. «Abbiamo solo due possibilità, sopravvivere insieme o morire insieme».

A volte basta una protesi per impedire a una intera famiglia la via dell’esodo, un’ennesima ultima dolorosa fuga nel peregrinare mortale del popolo palestinese in questi 23 mesi di guerra. «Mia madre ha problemi all’anca, ha dei ferri dentro. Non riesce a muoversi, ha bisogno di mia moglie e di mia sorella che la portino in bagno e la aiutino per fare la doccia. Non ho i soldi per comprare il trasporto su una macchina. Come faccio a metterla su un carretto trainato da un asino e portarla giù?», dice Shaaban, che non nasconde la paura per quel che può accadere. Se potesse, anche se a malincuore, se ne andrebbe dalla città in cui è nato e cresciuto. «Ma andare dove? Ditemi un posto che non stanno bombardando. Deir al Balah? L’hanno colpito anche di recente».

Quella di Shaaban non è una storia a sé, un caso particolare, l’eccezione che rende plausibile il piano di evacuazione disposto dall’esercito di Israele: è la condizione comune di tantissime famiglie di Gaza City che, qualsiasi cosa accada, resteranno nelle tende sulla spiaggia o negli anfratti tra le rovine. Perché non hanno dove andare e non hanno come andare. E se non è una questione di spazi e di denaro, è una questione di età: sono anziani, sono malati, sono figli e parenti di malati, sono ricoverati in ospedale e sono talmente poveri da non poter comprare il passaggio su un carretto.

Come per tutti i rinchiusi nel recinto della Striscia di Gaza, anche per Shaaban gli ultimi due anni sono stati una via crucis di mille stazioni. «Vivevamo nel quartiere di Tal al Hawa, un missile ha distrutto la nostra casa subito, era l’ottobre del 2023. Ci siamo spostati al campo di Nuseirat ma anche lì è arrivata una bomba, 13 componenti della mia famiglia sono stati uccisi. Allora Rafah, siamo stati 4 mesi, ma a gennaio con la tregua siamo tornati a Gaza City, ci siamo sistemati in qualche modo a Zeitoun». È il quartiere che per primo è stato attaccato, quando Netanyahu ha deciso di non rispondere all’ultima proposta di tregua e di procedere all’occupazione dell’intera città: in 3 settimane è stato raso al suolo dall’aviazione e sono ricomparsi i soldati della 7° Brigata dell’Idf, per il settimo assalto a Zeitoun in 2 anni. Shaaban allora ha pregato un amico di trovargli un posto.

Il posto è un appartamento vuoto al quinto piano di una palazzina di sette, vicino a quella che una volta era l’Università di Gaza. «Pago 600 dollari al mese». Che non è nemmeno tanto, anzi è una cifra bassa rispetto a quelle che offre il mercato nero degli spazi liberi. C’è un motivo: il piano alto è il meno sicuro. «Questa è l’ultima stazione, non possiamo più evacuare, siamo sfiniti e senza soldi, una tenda costa 1500 dollari, un telo cerato lo mettono a 400. Non posso permettermelo. E mia madre e mio figlio hanno bisogni speciali».

La madre 65 enne, Zeinab, che il 7 ottobre era ricoverata in Egitto per l’anca ed è voluta tornare a tutti i costi a Gaza nonostante la guerra, guarda il figlio, gli dice che se vuole andare a sud accetterà la decisione. Lei rimarrà a Gaza City. «Non ti lascio qui da sola, mamma».

Sul letto mezzo rotto, che era nell’appartamento oltre ai rifiuti di cibo e la legna bruciata, siede Jabar, in silenzio. «Ha 5 anni, soffre di paralisi cerebrale infantile. Cammina a fatica, ha bisogno di fisioterapia continua», spiega suo padre. Dalla finestra del quinto piano si vedono le macerie e le tende. Shaaban analizza col pensiero la sua situazione. Niente che sia compatibile con un trasloco forzato, con una fuga trasandata o con un carro armato in avvicinamento.

(Ha collaborato Sami Abu Salem)

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