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11 Settembre, un giudice dice sì al processo contro l’Arabia Saudita

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Secondo i parenti delle vittime, gli agenti del governo di Riad hanno fornito “una rete di supporto essenziale” ai dirottatori. La decisione rischia di pesare in negativo sulle relazioni tra Trump e l’alleato
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NEW YORK - Quasi ventiquattro anni dopo gli attacchi dell’11 settembre, un giudice federale di New York ha respinto l’ultimo tentativo dell’Arabia Saudita di far archiviare una causa che accusa il Paese di aver aiutato i dirottatori. La decisione è stata definita dai familiari delle vittime “un passo potente verso la giustizia”.

Il giudice George B. Daniels ha stabilito che le accuse contenute nella causa, avviata nel 2003 dalle famiglie delle vittime, sono giuridicamente sufficienti per andare a processo. I legali del governo saudita avevano sostenuto che, essendo un Stato sovrano, l’Arabia Saudita era immune dalle cause nelle corti americane. Il giudice, però, ha sottolineato che l’impiego da parte dell’Arabia Saudita di un imam e di un contabile probabilmente ebbe qualche legame con il sostegno offerto da entrambi a due membri di al Qaeda che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del 2000 per studiare inglese e prendere lezioni di volo.

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NEW YORK - Quasi ventiquattro anni dopo gli attacchi dell’11 settembre, un giudice federale di New York ha respinto l’ultimo tentativo dell’Arabia Saudita di far archiviare una causa che accusa il Paese di aver aiutato i dirottatori. La decisione è stata definita dai familiari delle vittime “un passo potente verso la giustizia”.

Il giudice George B. Daniels ha stabilito che le accuse contenute nella causa, avviata nel 2003 dalle famiglie delle vittime, sono giuridicamente sufficienti per andare a processo. I legali del governo saudita avevano sostenuto che, essendo un Stato sovrano, l’Arabia Saudita era immune dalle cause nelle corti americane. Il giudice, però, ha sottolineato che l’impiego da parte dell’Arabia Saudita di un imam e di un contabile probabilmente ebbe qualche legame con il sostegno offerto da entrambi a due membri di al Qaeda che arrivarono negli Stati Uniti all’inizio del 2000 per studiare inglese e prendere lezioni di volo.

"Un potente passo verso la giustizia”

Le famiglie hanno fornito “prove ragionevoli riguardo ai ruoli” che due cittadini sauditi, Omar al-Bayoumi e Fahad al-Thumairy, e il Regno dell’Arabia Saudita avrebbero avuto. Mentre i legali dei sauditi, secondo Daniels, “non avrebbero fornito sufficienti prove che sostenessero il contrario”. Secondo i parenti delle vittime, gli agenti del governo di Riad hanno fornito “una rete di supporto essenziale” ai dirottatori. Nella sua decisione, Daniels ha scritto che Bayoumi “sembrava fungere da punto di collegamento tra i dirottatori e molte altre persone che, a vario titolo, avevano fornito assistenza ai dirottatori”. Gli avvocati dei familiari delle vittime sostengono che un gruppo di leader religiosi estremisti in Arabia Saudita ha aiutato i dirottatori dell’11 settembre che fecero schiantare gli aerei contro il World Trade Center e il Pentagono.

“Quello di oggi - ha dichiarato Terry Strada, presidente nazionale di 9/11 Families United, che rappresenta una parte dei familiari delle vittime - è un altro potente passo verso la giustizia. Per quasi un quarto di secolo, le famiglie dell’11 settembre hanno cercato di ottenere responsabilità per il sostegno e le risorse che hanno reso possibili gli attacchi”. L’anno scorso è stato diffuso un video, girato nel ’99, che mostrava Bayoumi – identificato dall’Fbi come uno 007 saudita e spedito in California nel ’94 – mentre riprendeva luoghi nel centro di Washington tre mesi prima che al Qaeda pianificasse gli attacchi. Il video, pubblicato da Cbs, includeva commenti di Bayoumi su vari luoghi simbolici della città e le misure di sicurezza del Campidoglio degli Stati Uniti, facendo a un certo punto riferimento a un “piano”.

Un’ombra nel rapporto tra Usa e Arabia Saudita

Al Qaeda mandò due attentatori a Los Angeles, nel gennaio 2000, introdotti alla moschea e presentati a Thumairy, che poi li mise in contatto con Bayoumi. Thumairy lasciò gli Stati Uniti cinque mesi prima dell’attacco. La decisione del giudice è destinata a riportare sotto i riflettori il ruolo dei sauditi, che hanno stretto un rapporto speciale con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il tycoon ha difeso pubblicamente il principe ereditario Mohammed bin Salman, dopo l’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, chiuso con loro contratti miliardi per la vendita di armi, coltivato rapporti finanziari attraverso la Trump Organization e ospitato nei suoi resort eventi sportivi mondani come il circuito Liv Golf, sostenuto dal fondo sovrano saudita.

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