CHENNAI (INDIA) – I dazi di Trump del 50% sulle importazioni indiane hanno spinto il premier Narendra Modi tra le braccia del leader cinese Xi Jinping, con Vladimir Putin che continua a vendere petrolio a entrambe le nazioni. Questo è il quadro che si delinea nella città portuale cinese di Tianjin al summit della Shanghai Cooperation Organization, nata nel 2001 per limitare il potere di alleanze occidentali come la Nato.
Non è una mossa trionfale, ma un riavvicinamento pragmatico e obbligato. Ma è un punto di svolta tangibile, anche se non necessariamente irreversibile. Lo si capisce dalle parole dei leader delle due nazioni più popolose al mondo, che si stringono le mani per la prima volta dopo sette anni. Xi Jinping è cristallino: «La situazione internazionale attualmente è fluida e caotica. Il mondo è sconvolto da cambiamenti che accadono una volta ogni secolo. I nostri due Paesi devono gestire i rapporti in una prospettiva strategica alta e di lungo termine. La cosa giusta, per e…
CHENNAI (INDIA) – I dazi di Trump del 50% sulle importazioni indiane hanno spinto il premier Narendra Modi tra le braccia del leader cinese Xi Jinping, con Vladimir Putin che continua a vendere petrolio a entrambe le nazioni. Questo è il quadro che si delinea nella città portuale cinese di Tianjin al summit della Shanghai Cooperation Organization, nata nel 2001 per limitare il potere di alleanze occidentali come la Nato.
Non è una mossa trionfale, ma un riavvicinamento pragmatico e obbligato. Ma è un punto di svolta tangibile, anche se non necessariamente irreversibile. Lo si capisce dalle parole dei leader delle due nazioni più popolose al mondo, che si stringono le mani per la prima volta dopo sette anni. Xi Jinping è cristallino: «La situazione internazionale attualmente è fluida e caotica. Il mondo è sconvolto da cambiamenti che accadono una volta ogni secolo. I nostri due Paesi devono gestire i rapporti in una prospettiva strategica alta e di lungo termine. La cosa giusta, per entrambi, è essere amici. Dobbiamo costruire legami stabili e ampi. Ci riusciremo se sapremo considerarci partner e non rivali».
Modi è altrettanto conscio che questo può essere un punto di svolta per l’economia indiana: «Gli interessi dei 2,8 miliardi di persone dei nostri Paesi - ha osservato - sono determinati dalla nostra collaborazione. Siamo impegnati a progredire nelle nostre relazioni sulle basi di reciproco rispetto, fiducia e sensibilità. L’atmosfera ai nostri confini è oggi di stabilità e pace, e siamo impegnati a risolvere le nostre dispute».
Il riavvicinamento tra Delhi e Pechino era iniziato già a ottobre, e ora viene consolidato a Tianjin. Il risultato più importante è che la Cina toglierà i limiti alle esportazioni di terre rare, fertilizzanti e macchinari per i tunnel verso l’India. Le terre rare sono indispensabili a far ravvivare la produzione di motori elettrici in India, oltre all’industria della difesa e al settore medico ed elettronico. Il cauto disgelo fa sì che riprendano i voli diretti tra i due Paesi, sospesi nel 2020 dopo una battaglia nell’Himalaya, dove a Galwan morirono 20 soldati indiani e 4 cinesi. Acqua passata, ora Delhi punta a sbloccare 200 app cinesi, tra le quali TikTok, mentre i pellegrini indù potranno avere i visti per i siti religiosi nelle montagne sul territorio cinese.
La Cina vorrà altro in cambio? L’India nell’ambito dei Brics ha agito da freno nella politica per ridurre la dipendenza globale dal dollaro e si è schierata con l’America contro le esercitazioni militari attorno a Taiwan. Dovrà spostarsi verso posizioni filo-Pechino?
L’India ha sempre cercato di fungere da ponte tra il mondo multipolare dei Brics e l’Occidente. L’India è determinata a imporsi come grande potenza usando i propri mezzi, senza doversi schierare con l’una o l’altra superpotenza. Finora Modi era dunque riuscito a tenere un piede a Washington, uno a Mosca, con un occhio su Pechino e aprendo all’Europa.
Poi Trump, da tifoso del successo indiano, s’è trasformato in critico. L’ostinazione indiana a importare petrolio russo, finanziando così la guerra in Ucraina, ha spinto il presidente americano a imporre dazi fino al 50% su importazioni importanti come diamanti e gamberi. È una minaccia alla crescita economica dell’India, che con i suoi 4 mila miliardi di dollari di Pil è la quinta potenza economica al mondo, anche se lontana dai 18 mila miliardi cinesi o dai 30 mila miliardi americani. L’Fmi stima che nel 2028 l’India salirà al terzo posto. E invece di schierarsi con il numero 1, potrebbe unire le forze con il numero 2, la Cina.
L’India è alleata di Usa, Giappone e Australia nel quadrilatero strategico tra Oceano Pacifico e Indiano, ma partecipa allo Sco anti-americano riunito oggi in Cina. Inoltre, la sua economia non può rinunciare al petrolio russo. Ma come secondo importatore d’armi, resta ampiamente dipendente dalle tecnologie militari straniere. Questo titano ancora sotto forma di crisalide riuscirà nell’equilibrismo che ora la spinge verso l’ex avversario cinese? Restano questioni serie: l’enorme disavanzo commerciale con Pechino, il Dalai Lama, il progetto di mega-diga cinese sul Brahmaputra e il legame Cina-Pakistan. «Partner e non avversari», dice Xi, ma intende a vantaggio dei cinesi.
Delhi ora deve guadagnare tempo, e muoversi con pazienza. La politica in Asia è fatta di avvicinamenti e allontanamenti, di contraddizioni che nascondono trame di interessi e calcoli. E di danze strategiche per utilizzare partnership momentanee che possono sciogliersi come le nevi dell’Himalaya in primavera.