È una visita umanitaria, con l’incontro con i bambini negli ospedali, ma soprattutto una visita politica, quella che la ministra degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese Varsen Aghabekian sta conducendo in Italia. Arriva in un momento particolarmente difficile per il suo governo, con i visti negati da parte degli Stati Uniti alla delegazione (presidente in testa) che avrebbe dovuto recarsi a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, il piano per la costruzione di una “riviera” a Gaza e soprattutto, l’intensificarsi delle operazioni israeliane nella Striscia. Su tutto questo pesa la scelta del governo italiano di non unirsi a quelli – Francia e Gran Bretagna in testa – che si sono detti pronti a riconoscere in tempi brevi lo Stato palestinese.
Ministra, la situazione a Gaza ha raggiunto e superato ogni limite di tollerabilità. Cosa chiedete ai Paesi occidentali?
«Per prima cosa di aiutarci a fermare questa guerra brutale e a portare aiuto a chi sta morendo di fame. In se…
È una visita umanitaria, con l’incontro con i bambini negli ospedali, ma soprattutto una visita politica, quella che la ministra degli Esteri dell’Autorità nazionale palestinese Varsen Aghabekian sta conducendo in Italia. Arriva in un momento particolarmente difficile per il suo governo, con i visti negati da parte degli Stati Uniti alla delegazione (presidente in testa) che avrebbe dovuto recarsi a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, il piano per la costruzione di una “riviera” a Gaza e soprattutto, l’intensificarsi delle operazioni israeliane nella Striscia. Su tutto questo pesa la scelta del governo italiano di non unirsi a quelli – Francia e Gran Bretagna in testa – che si sono detti pronti a riconoscere in tempi brevi lo Stato palestinese.
Ministra, la situazione a Gaza ha raggiunto e superato ogni limite di tollerabilità. Cosa chiedete ai Paesi occidentali?
«Per prima cosa di aiutarci a fermare questa guerra brutale e a portare aiuto a chi sta morendo di fame. In seconda battuta, un percorso politico: le armi non portano da nessuna parte, lo abbiamo visto. La comunità internazionale si deve impegnare in un percorso che porti a rendere realtà la soluzione dei due Stati. Prima di vedere il ministro Tajani, ho incontrato il segretario di Stato vaticano Parolin: il Vaticano riconosce già lo Stato di Palestina, ci serve che altre nazioni occidentali facciano lo stesso. Siamo grati all’Italia per l’assistenza umanitaria, ma a noi serve anche una soluzione politica che ci metta in grado di controllare il nostro territorio, i nostri confini, le nostre risorse naturali».
Quando parla di “soluzione politica” intende il riconoscimento dello Stato palestinese promesso dal presidente Macron?
«Non solo da Macron. Molti Paesi si sono fatti avanti negli ultimi mesi. È una cosa ottima: arriva in ritardo, ma ne siamo comunque felici. Israele dice che il riconoscimento è una questione puramente simbolica: non siamo d’accordo. Riconoscere lo Stato di Palestina significa dire che l’occupazione (dei Territori palestinesi da parte di Israele ndr) è illegale».
Come lei sa bene la posizione dell’Italia è diversa da quella della Francia. La premier Meloni ha parlato di “tempi non maturi” e nel governo c’è chi sostiene l’impossibilità di riconoscere uno Stato che non esiste..
«La terra esiste, è lì, è quella riconosciuta dai confini stabiliti nel 1967. La gente è lì: ci sono cinque milioni di persone che vivono all’interno dei confini della Palestina, per non contare i profughi. Abbiamo un governo riconosciuto da 149 Paesi. Quello di cui c’è bisogno è dare al nostro Stato il potere di rafforzarsi: se i tempi per riconoscere lo Stato palestinese non sono maturi ora, allora quando? Non farlo aiuta solo gli estremisti che da entrambe le parti vogliono continuare a dire “no” ai due Stati, l’unica soluzione realistica che è sul tavolo. Lei ne vede altre? Lo status quo per noi palestinesi significa occupazione e apartheid. E Israele non accetterà mai uno Stato unico con uguali diritti per tutti».
Israele si muove in direzione opposta. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha detto che sta preparando all’annessione della Cisgiordania…
«E dov’è la novità? In Cisgiordania, Israele annette la terra dei palestinesi da decenni e lo fa a un ritmo sempre più veloce: è sotto gli occhi di tutti. L’unica differenza è che oggi ha l’audacità di dichiararlo. A Gaza, Israele minaccia un’occupazione: ma sta già occupando».
Lei ha visto i piani per la “riviera” di Gaza che sarebbero in fase di preparazione…
«Mi sembra tutto folle. Voglio essere chiara. Israele parla di occupazione di Gaza, ma occupa già Gaza: quello a cui mira è la cancellazione della gente, una pulizia etnica. E questo dovrebbe scandalizzare il mondo».
Il suo governo è pronto a prendere il controllo della Striscia?
«Non abbiamo mai smesso di lavorare a Gaza, anche quando Hamas ha preso il potere e durante gli ultimi 23 mesi. Non sarà certo facile mobilitare risorse ma possiamo farlo. Ci serve il sostegno del resto del mondo, in termini di assistenza tecnica, di know how e di fondi. Siamo pronti: ma è necessario che il mondo ci riconosca autorità per essere davvero pronti…».
Lei dice «siamo pronti». Ma l’Autorità nazionale palestinese è da anni accusata di essere corrotta e lontana dalla sua gente…
«Per funzionare in modo efficace bisogna avere il controllo del territorio. Noi cerchiamo di funzionare sotto occupazione. Un’occupazione che rende una città a 15 chilometri da Ramallah difficile da raggiungere, perché in mezzo c’è un muro di check point. Il mondo ci giudica come se operassimo in una situazione normale: ma non è così. Siamo sotto attacco dal punto di vista geografico, demografico, delle risorse: il 65% del nostro budget è da mesi bloccato nelle banche israeliane. Dateci la possibilità di governare in modo normale e poi giudicateci».
Gli Stati Uniti hanno bloccato i visti per la vostra delegazione che doveva partecipare all’Assemblea generale dell’Onu…
«Noi speriamo che questa posizione sia rivista. La nostra delegazione, il presidente, vogliono essere a New York per partecipare a una conferenza che parla di come raggiungere la pace e della soluzione dei due Stati».