Dalle strette di mano a Tianjin con Modi e Putin alla sfilata militare su Tiananmen con a fianco una pattuglia di partner, incluso Kim Jong-Un: il presidente cinese Xi Jinping sfrutta il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) per tessere la tela di una rivoluzione geopolitica che punta a spostare il cuore del potere del globo dall’Atlantico all’Eurasia.
La strategia di Xi riflette l’identità di una nazione che si sente imperiale: non c’è fretta perché il tempo è dalla parte di Pechino, che si dà un orizzonte di dieci anni per tornare ad essere l’Impero di Mezzo archiviando il lungo secolo dell’Occidente. Per capire da dove nasce la convinzione dell’erede di Mao sull’inesorabilità del disegno euroasiatico bisogna partire dalle cifre: i dieci Paesi membri della Sco sommano l’80 per cento delle terre emerse, il 40 per cento della popolazione ed il 22,5 per cento del pil che unito a quello dei Brics - l’alleanza economica anch’essa co-presieduta dalla Cina - sup…
Dalle strette di mano a Tianjin con Modi e Putin alla sfilata militare su Tiananmen con a fianco una pattuglia di partner, incluso Kim Jong-Un: il presidente cinese Xi Jinping sfrutta il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) per tessere la tela di una rivoluzione geopolitica che punta a spostare il cuore del potere del globo dall’Atlantico all’Eurasia.
La strategia di Xi riflette l’identità di una nazione che si sente imperiale: non c’è fretta perché il tempo è dalla parte di Pechino, che si dà un orizzonte di dieci anni per tornare ad essere l’Impero di Mezzo archiviando il lungo secolo dell’Occidente. Per capire da dove nasce la convinzione dell’erede di Mao sull’inesorabilità del disegno euroasiatico bisogna partire dalle cifre: i dieci Paesi membri della Sco sommano l’80 per cento delle terre emerse, il 40 per cento della popolazione ed il 22,5 per cento del pil che unito a quello dei Brics - l’alleanza economica anch’essa co-presieduta dalla Cina - supera la metà della ricchezza mondiale. Pechino è quindi il punto di congiunzione fra dimensione strategica ed economica del Sud Globale, la cui rappresentanza è suggellata dalle statistiche nonché dai circa 120 Paesi che all’Onu - su un totale di 194 - aderiscono al “Gruppo dei 77” risalente ai Non Allineati, rafforzatosi con la non-adesione alle sanzioni a Mosca dopo l’aggressione all’Ucraina e guidato de facto, anch’esso, da Xi.
Da qui le parole di Wang Yi, il ministro degli Esteri cinese, sulla nascita «entro dieci anni» di un «ordine internazionale multipolare» che Xi contrappone alla «mentalità della guerra fredda, la logica dei blocchi e il bullismo» con cui identifica l’Occidente e descrive il presidente Usa. «È proprio Trump a creare il vuoto internazionale che Xi riempie puntando a creare un ordine globale sino-centrico basato su sviluppo, sicurezza e civilizzazione» spiega a Newsweek Steve Tsang, direttore del “China Institute” alla SOAS University di Londra ed autore del libro “China’s Global Strategy under Xi Jinping” di prossima uscita.
Sono le lacerazioni dell’alleanza euroatlantica sui dazi ed i conflitti in Ucraina e Medio Oriente lo sfondo che consente a Xi di puntare ad un mosaico di relazioni, personali e strategiche, che si riflette non solo nei 10 Paesi della Sco ma anche negli altri 14 che “dialogano” perché fra questi vi sono alleati importanti degli Usa come Turchia, Qatar, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita. Anche su questo fronte Xi non ha fretta perché i contrasti innescati dalle scelte di Washington sono tali e tanti che, come osserva June Teulfel Dreyer, sinologo dell’Università di Miami, «gli è sufficiente porre le basi di un meccanismo di cooperazione capace di garantire risultati tangibili» dal commercio alla lotta alla criminalità organizzata fino alla sicurezza informatica.
La scelta di procedere a piccoli passi non deve però ingannare sulla forte determinazione di Xi grazie ad un pil della Sco di 26,8 trilioni di dollari – rispetto ai 30 trilioni del G7 e 36 trilioni della Nato - nonché alle sue importanti riserve energetiche: il 25 per cento del greggio, il 50 per cento del gas naturale, il 35 per cento del carbone, il 50 per cento dell’uranio e la metà dell’energia rinnovabile.
La vera e più formidabile sfida agli Usa ed all’Occidente diviso è però sul fronte militare. La Sco è infatti un’alleanza di sicurezza che ruota attorno all’Eurasia ovvero la regione geopolitica che Pechino considera il ponte verso Occidente - da qui il lancio della «Nuova Via della Seta» nel 2013 - e con cui Vladimir Putin identifica i valori più atavici e vitali della Grande Madre Russia.
Per questo Putin e il presidente indiano Modi che camminano mano nella mano verso Xi danno lo spessore politico del possibile nuovo ordine nascente, con l’Asia del Sud che converge con gli altri due giganti del Continente. Anche qui c’è un messaggio per Trump perché, come spiega Marko Mikhelson, presidente della Commissione Esteri del Parlamento estone, «dimostra che il tentativo di staccare la Russia dalla Cina e l’India da entrambe non funziona». Ovvero: le concessioni sull’Ucraina per corteggiare Putin e i super-dazi a Modi contro l’import di greggio russo sono diventati un boomerang.
Non c’è dubbio che Mosca e Pechino restano rivali in Siberia come nulla cambia nelle contese idriche e territoriali fra Xi e Modi ma la convergenza fra i partner della Sco non ha per ora l’ambizione di risolvere ogni tensione nazionalista in Asia, bensì di porre le basi di quella che può diventare un’importante alleanza strategica. Perché Russia, Cina e India hanno rispettivamente il secondo, terzo e quarto esercito più grande al mondo per un totale di quasi 5 milioni di effettivi a cui bisogna aggiungere Pakistan, Iran ed ex repubbliche sovietiche. Anche nell’equilibrio nucleare i Paesi Sco superano quelli Nato - 6339 testate atomiche contro 5792 - sebbene l’Occidente continui ad avere una tecnologia più avanzata. Ma pure su questo fronte Xi è convinto che, grazie al vantaggio sull’Intelligenza artificiale, è destinato a prevalere. Gli avversari giurati di Washington festeggiano. «Sta nascendo il nuovo mondo» afferma il leader supremo dell’Iran, Ali Khamenei.
Ed ora l’attesa è per la parata militare a Pechino, destinata a sancire l’ambizione globale dell’alleanza euroasiatica non solo per lo sfoggio di armamenti, bandiere e leader - incluso il dittatore nordcoreano, Kim Jong-Un - ma anche per la data: il 3 settembre, giorno in cui la Cina celebra la fine della Seconda Guerra Mondiale per sancire, anche nella ricostruzione storica, il superamento della versione euroamericana del Novecento.