Merz, il cancelliere “annoiato”: il suo fastidio per la politica interna inizia a irritare i suoi
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO – “Stronzate”. La ministra del Lavoro Baerbel Bas è una donna tosta, brillante e dai modi un po’ spicci. Stava parlando alla platea dei Giovani socialdemocratici e voleva far capire con parole inequivocabili che la Spd non ne vuole proprio sapere di riforme sociali che infastidiscano il suo elettorato. Quelle che vorrebbe, ad esempio, il suo partner di governo: la Cdu di Friedrich Merz. A quella parolaccia, il cancelliere conservatore ha preferito rispondere con una scrollata di spalle. Un simpatico intermezzo nella perenne tempesta tra conservatori e socialdemocratici. Ma nella tradizionale intervista “estiva” di domenica scorsa alla Zdf, Merz ha esibito molto meno savoir faire. E ha dimostrato ancora una volta che il suo difetto di sempre, l’irascibilità, non è stato mitigato in questi primi mesi da cancelliere.
Il cancelliere “estero”
Il punto è che il cancelliere ha poca voglia di occuparsi di politica intern…
BERLINO – “Stronzate”. La ministra del Lavoro Baerbel Bas è una donna tosta, brillante e dai modi un po’ spicci. Stava parlando alla platea dei Giovani socialdemocratici e voleva far capire con parole inequivocabili che la Spd non ne vuole proprio sapere di riforme sociali che infastidiscano il suo elettorato. Quelle che vorrebbe, ad esempio, il suo partner di governo: la Cdu di Friedrich Merz. A quella parolaccia, il cancelliere conservatore ha preferito rispondere con una scrollata di spalle. Un simpatico intermezzo nella perenne tempesta tra conservatori e socialdemocratici. Ma nella tradizionale intervista “estiva” di domenica scorsa alla Zdf, Merz ha esibito molto meno savoir faire. E ha dimostrato ancora una volta che il suo difetto di sempre, l’irascibilità, non è stato mitigato in questi primi mesi da cancelliere.
Il cancelliere “estero”
Il punto è che il cancelliere ha poca voglia di occuparsi di politica interna. E’ sul palcoscenico internazionale che si muove più a suo agio: ogni volta che deve parlare di pensioni o di tasse si percepisce lontano un chilometro la sua impazienza. Vorrebbe alzare gli occhi al cielo, non lo può fare: nelle prime settimane del suo cancellierato, quando le urgenze geopolitiche lo avevano già monopolizzato, il principale quotidiano conservatore, la Faz, gli aveva dedicato un titolo eloquente: “Der Aussenkanzler”, “Il cancelliere ester(n)o”.
Incidenti di percorso: i fastidi della Spd e del suo partito
Tuttavia, un prezzo per la sua disattenzione verso i malumori che covano non soltanto nella sua maggioranza, ma anche nel suo partito, Merz lo sta già pagando. E sin dall’inizio. A maggio, al voto al Bundestag per la sua nomina, il mondo ha assistito sgomento a uno storico strappo. La prima votazione a scrutinio segreto è stata sabotata da diciotto franchi tiratori che nessuno in tutti questi mesi è riuscito a individuare (i sospetti si addensano sui socialdemocratici che avevano mal digerito il voto di Merz a gennaio con l’Afd e sui suoi compagni di partito che non hanno mai accettato la riforma del freno al debito).
Non era mai successo nella storia della Bundesrepublik. E prima della pausa estiva il leader cristianodemocratico si è dovuto rendere conto che anche nel suo partito la proverbiale fedeltà nibelunga al cancelliere non può essere data per scontata. La nomina di una giudice costituzionale scelta dalla Spd, Frauke Brosius-Gersdorf, si è arenata contro la rivolta scoppiata dentro la Cdu/Csu, dopo che l’estrema destra aveva montato una diffamatoria campagna di fake news contro la togata, notoriamente favorevole all’aborto.
Durante l’estate, un altro incidente clamoroso ha dimostrato che Merz non ha il polso del partito: ad agosto, dopo aver annunciato il blocco delle armi a Israele, il cancelliere ha dovuto affrontare una vera e propria insurrezione nella Cdu e nella Csu. E per gli osservatori più attenti, gli incidenti della mancata nomina a cancelliere, della bocciatura della giudice, della rivolta su Israele, hanno una spiegazione semplice: Merz snobba il partito. Non chiama i leader regionali domenica sera per evitare sorprese alle tradizionali segreterie del lunedì, come faceva Angela Merkel, non sonda anche il più insignificante dei peones per anticipare le mozioni sgradite ai congressi, come faceva Helmut Kohl. E il risultato di questa mancanza di attenzione, del rifiuto di tendere l’orecchio anche negli angoli più remoti della Cdu, comincia a essere pericoloso. Tanto più che Merz governa con la Spd, in quella che ha definito “non una storia d’amore”, l’ennesima grande coalizione, complicata e rissosa.
L’amico americano
Eppure, nell’intervista di domenica scorsa alla Zdf, sempre più irritato con la giornalista che giustamente lo incalzava su una serie di questioni interne, Merz ha smentito dissapori con la Spd - “Non c’è nessuno scontro” - e ha sbottato “sono tre volte che mi fa la stessa domanda, ci sono temi più importanti!”. Intendeva la politica estera, ovviamente. E in quell’intervista Merz si è concesso un’iperbole notevole: è vero, ha ammesso, abbiamo cambiato la Costituzione per fare una montagna di debiti “che per me personalmente sono al limite del sostenibile”. Ma senza quell’eccezione al freno al debito, senza quei margini enormi di spesa in più, “la Nato non esisterebbe più”. In altre parole: se la Germania non si fosse tolta le briglie che le impedivano finora di investire nella difesa non avrebbe mai potuto promettere a Donald Trump il 5% in spese militari. E il lunatico capo della Casa Bianca, questo il sottotesto, avrebbe distrutto l’Alleanza atlantica. Manie di grandezza o realismo?
Ecco: il principale problema della sua politica estera si chiama proprio Donald Trump. Il cancelliere è convinto di avere stabilito un buon rapporto con il presidente americano e punta tutto sull’appeasement. Quest’estate Trump lo chiamò spontaneamente persino per lamentarsi dei bombardamenti di civili in Ucraina e gli chiese se gli servivano ancora i sistemi missilistici Patriot. Certo, gli ha risposto il cancelliere, fiducioso di aver colto il capo della Casa Bianca in un raro momento di solidarietà verso Kiev. Ma a distanza di mesi non sappiamo ancora se i Patriot arriveranno mai in Europa.
Merz, però, è convinto che Trump vada lusingato e assecondato, che non si possa fare a meno degli Stati Uniti. E ha pericolosamente legato la sua reputazione di cancelliere alla convinzione di poter domare Trump. In Germania è considerato uno dei cancellieri più transatlantici più sempre, anche per la sua parentesi biografica nell’americana Blackrock. E nella sua ossessione di fare sempre il contrario di ciò che faceva la sua eterna rivale Angela Merkel, c’è anche questa ostinazione nel provare a negoziare con un presidente americano totalmente erratico e inaffidabile.
Una passione per l’abbronzatura
Pure quando gli fa un complimento, Trump rischia di procurargli un guaio: all’incontro alla Casa Bianca il presidente americano ha elogiato la sua abbronzatura. E la reazione immediata dell’Afd è stata un’interrogazione parlamentare in cui chiedeva conto delle spese di Merz per barbiere ed estetisti. Il conto, effettivamente, è salato: 12.500 euro in tre mesi per taglio di capelli e aggiustamenti vari. E resta irrisolto il mistero della piccola oasi di capelli che sopravvive ostinata sull’ampia fronte del cancelliere. Chissà se qualcuno le attribuirà un nomignolo, come accadde alla famosa voglia sulla testa pelata di Mikhail Gorbaciov che ai tempi della Perestroika qualcuno ribattezzò "voglia di Cocacola".
I tre dossier della politica estera
I tre principali dossier su cui Merz ha fatto sentire il suo peso e si è fatto spalleggiare da Giorgia Meloni sono la Nato, i dazi e l’Ucraina. Nel negoziato con gli Stati Uniti, la Germania e l’Italia hanno contrastato l’idea di Emmanuel Macron di minacciare pesanti ritorsioni nel caso di dazi troppo feroci. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un disastro. A distanza di un mese dall’intesa, l’incertezza regna ancora sovrana su quali e quante tasse vadano pagate all’ingresso degli Stati Uniti. E quelle già decise gravano comunque su settori cruciali dell’industria europea. Uno dei più grandi mercati al mondo, l’Europa, avrebbe potuto ottenere di più. Ma Merz e Meloni non hanno mai voluto rischiare lo scontro con la Casa Bianca. Ed è con questo debolissimo mandato che Ursula von der Leyen ha sottoscritto l’intesa sui dazi.
Poi ci sono la Nato e l’Ucraina. Merz è stato il primo e il più convinto sostenitore della necessità di assecondare la richiesta di Trump di un 5% di spesa per la Difesa. Il motivo è semplice: i tedeschi, come molti altri alleati europei della Nato, temono che gli americani ritireranno le truppe dal Vecchio continente, che gli Stati Uniti finiranno per demolire l’Alleanza atlantica e hanno il sospetto che l’articolo 5 del Trattato, quello che garantisce il mutuo soccorso in caso di attacco esterno, sia scritto sull’acqua, con Donald Trump. Esaudire la richiesta di un 5% di spese per la Difesa e promettere “l’esercito più grande d’Europa”, è stato il modo, per Merz, di scongiurare quegli scenari agghiaccianti e tenere la Casa Bianca anche al tavolo della trattativa sull’Ucraina. Ma non è affatto detto che funzionerà con un presidente americano che ha sempre e solo dimostrato di non essere un uomo di parola.
Su Kiev, dopo i tonitruanti annunci estivi di una pace imminente da parte di Trump, tutto è tornato in alto mare. I vertici sempre più inutili col senno di poi di Anchorage e Washington non hanno prodotto alcun risultato. Anzi. Le ultime due settimane sono state quelle dei bombardamenti russi più feroci contro l’Ucraina dal 2022. Un vertice tra Putin e Zelensky, chiesto dall’inquilino della Casa Bianca, non è lontanamente in vista, e il tappeto rosso in Alaska è servito a Putin soltanto per tornare prepotentemente sul palcoscenico internazionale, dopo tre anni e mezzo da paria.
Eppure, Merz continua a rimanere in ascolto di ogni fruscio proveniente dalla Casa Bianca. E’ probabilmente uno dei motivi per cui ha tirato il freno a mano, in questi ultimi giorni, sull’invio di truppe in Ucraina, in vista del vertice dei Volenterosi di giovedì. Ma il nervosismo a Berlino è grande: Ursula von der Leyen, che ha incautamente annunciato un accordo imminente tra gli europei sulle truppe in Ucraina e sulle garanzie per la sicurezza, è stata rimessa in riga con parole pesantissime, sia dal cancelliere, sia dal ministro socialdemocratico della Difesa Pistorius. “Non è materia di sua competenza”, hanno tuonato entrambi. La linea dei tedeschi, finora i più generosi contribuenti di armi e risorse finanziarie all’Ucraina dopo gli Stati Uniti, è che occorra anzitutto fare in modo che Kiev si possa difendere da sola. Che diventi un “porcospino indigesto”, per usare le parole della tedesca von der Leyen. Tutto il resto sarà da discutere e concordare dopo un cessate il fuoco. E pazienza se per quello potrebbero volerci ancora mesi o anni.