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Nella scuola di Gerusalemme dove arabi ed ebrei combattono la segregazione

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Qui studenti israeliani e palestinesi, dai 3 ai 18 anni, siedono fianco a fianco e seguono le stesse lezioni nelle loro due lingue: "Qui tutto si basa sulla profonda conoscenza dell’altro e sulla costruzione di un pensiero critico contro quello mainstream del sistema scolastico"
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GERUSALEMME – C’è un cancello verde, in un quartiere residenziale di Gerusalemme ovest fatto di palazzi bassi e bianchi, dietro il quale si nasconde l’unica scuola superiore di Israele aperta a studenti ebrei e arabi. Si chiama Max Rayne Hand in Hand School, dal nome del filantropo britannico che nello scorso secolo si è distinto per la spinta al dialogo interculturale. Nell’ora di uscita c’è un via vai di studenti e genitori: lunedì in Israele le scuole hanno ripreso l’attività dopo l’estate e almeno in 70 istituti superiori del Paese gli studenti hanno deciso di iniziare l’anno scolastico scioperando per chiedere al governo un accordo per il rilascio degli ostaggi.

La guerra si fa sentire anche tra i banchi di scuola ma in questo istituto di Gerusalemme — che è una delle sei sedi che la Hand in Hand ha in Israele dal 1998, le altre si trovano in Galilea, Wadi Ara, Haifa, Tel Aviv, Kfar Saba — si sente ancora di più. Qui studenti israeliani e palestinesi, dai 3 ai 18 anni, siedono fi…

GERUSALEMME – C’è un cancello verde, in un quartiere residenziale di Gerusalemme ovest fatto di palazzi bassi e bianchi, dietro il quale si nasconde l’unica scuola superiore di Israele aperta a studenti ebrei e arabi. Si chiama Max Rayne Hand in Hand School, dal nome del filantropo britannico che nello scorso secolo si è distinto per la spinta al dialogo interculturale. Nell’ora di uscita c’è un via vai di studenti e genitori: lunedì in Israele le scuole hanno ripreso l’attività dopo l’estate e almeno in 70 istituti superiori del Paese gli studenti hanno deciso di iniziare l’anno scolastico scioperando per chiedere al governo un accordo per il rilascio degli ostaggi.

La guerra si fa sentire anche tra i banchi di scuola ma in questo istituto di Gerusalemme — che è una delle sei sedi che la Hand in Hand ha in Israele dal 1998, le altre si trovano in Galilea, Wadi Ara, Haifa, Tel Aviv, Kfar Saba — si sente ancora di più. Qui studenti israeliani e palestinesi, dai 3 ai 18 anni, siedono fianco a fianco e seguono le stesse lezioni in lingua ebrea e araba. Tra di loro ci sono ragazzi che hanno avuto parenti uccisi il 7 ottobre, ragazzi che hanno parenti morti a Gaza in guerra, nipoti di persone che sono state prese in ostaggio nel venerdì nero. Insieme, da prima di allora e ancora di più di allora, imparano a convivere nel rispetto della diversità.

Un aspetto non irrilevante per un Paese nel quale il sistema scolastico è organizzato in modo centralizzato ma dove vige la separazione delle comunità: alunni israeliani e palestinesi non frequentano gli stessi istituti, i primi studiano in ebraico, gli altri in arabo.

A questo modello sfuggono solo tre realtà: una, la maggiore per numero di studenti che sono quasi 2mila dalla materna alle superiori ai quali si aggiungono anche i parenti — descritti come liberali — che possono partecipare alle attività, è la Hand in Hand; le altre sono la Hagar Association, che a Be’er Sheva forma oltre 300 allievi, e un’altra nella comunità di pace di Neve Shalom.

«Combattiamo la segregazione del sistema scolastico portando le due comunità nella stessa scuola, con le loro due lingue, le loro due storie, le loro due narrative, le loro due festività e nel segno dell’uguaglianza. Aspetto fondamentale perché la vita in Israele non è uguale per ebrei e arabi», spiega Ofer Mata, direttore della comunicazione di Hand in Hand.

I corridoi della Max Rayne di Gerusalemme non sono diversi da quelli delle altre scuole, anche qui gli allievi studiano, corrono e giocano come altrove. Difficile però l’accesso per i visitatori esterni — «Soprattutto dopo il 7 ottobre ci teniamo a non turbare la quiete di ragazzi e personale», racconta Mata — e d’altronde la tensione qui si vive da sempre. Nel novembre 2014 la sede di Gerusalemme è stata colpita da un attacco incendiario con movente razziale, come spiegavano le scritte apparse: “Morte agli arabi”.

«Dopo l’inizio della guerra il nostro sforzo maggiore è crescere bambini che siano in grado di contenere le divergenze e di costruire relazioni nonostante i contrasti. Gli ebrei in Israele non sanno molto dei palestinesi e viceversa. Qui invece tutto si basa sulla profonda conoscenza dell’altro e sulla costruzione di un pensiero critico contro quello mainstream del sistema scolastico», aggiunge Mata. Dopo il 7 ottobre è stato lasciato ampio spazio per condividere le emozioni degli allievi. «È stato difficile contenere il dolore da entrambe le parti. Chi è morto il 7 ottobre e chi è morto dopo il 7 ottobre è equamente rappresentato nella nostra comunità».

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